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Spettacoli

Alexander il biondino

 
Il controverso lavoro di Stone affascina per impatto visivo. Nonostante Farrell. E al diavolo le chiacchiere sull'omosessualità! Di Teardrop
 
   

     
19 gennaio 2005
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Alexander
Alessandro. Dal greco aléxo (proteggo) e anér (uomo). Letteralmente, difensore degli uomini. È in questa veste che Oliver Stone ha deciso di presentare all'uomo del ventunesimo secolo il grande condottiero ellenico, vissuto nel IV secolo a.C.
Incassato a denti stretti il flop in patria, attribuito alla scarsa conoscenza del tema storico oltreoceano, il regista statunitense ha ammesso di confidare nella cultura secolare degli europei. Forse Stone ci vuole troppo bene. Speriamo di non deluderlo.

La vita di Alessandro Magno (Colin Farrell, In linea con l'assassino) è avvolta nella bruma del mito e manca di riferimenti precisi, essendo stata tramandata post mortem: nel tempo, tale indefinitezza ha alimentato l'aura quasi sovrannaturale che gravitava attorno al monarca. La pellicola, fedele alle poche fonti, ricama dove può, ricucendo i lembi di una storia a tratti troppo fantastica per essere credibile.
Semidio, fan di Achille, devoto a Dioniso, con un complesso di Edipo ben più che latente, il giovane diviene re di Grecia e Macedonia a diciannove anni, dopo l'assassinio del padre Filippo (Val Kilmer, Heat). Soggiogato psicologicamente dalla madre Olimpiade (Angelina Jolie, Tomb Raider), sorta di Medusa dai bellissimi occhi, il ragazzo cresce profondamente insicuro, assalito da più di un dubbio.
Buon stratega, riesce a trasformare in vittoria perfino la disastrosa battaglia di Gaugamela, in cui poche migliaia di greci si scontrano con lo sterminato esercito del persiano Dario (Raz Degan, ebbene sì).
L'utopia di Alessandro ed il tentativo di discostarsi dall'ingombrante figura paterna lo spinge a spostare i confini del regno fino alla misteriosa India: la campagna in Oriente si trasforma in una carneficina e le pressioni dell'esercito lo convincono a fare ritorno a Babilonia, dopo sette anni di marce e di conquiste. Al momento della sua morte, Alessandro spira senza un successore dichiarato, lasciando agli sciacalli un impero immenso, costituito dai tre quarti delle terre allora conosciute.

L'ambiguità del giovane re toglie un po' di smalto alla figura del gerarca indomito, ma ne fa emergere l'umanità. L'amore per l'insipido Efestione (Jared Leto) dagli occhi bistrati e abbigliato con pellicce e bracciali di pelle come un'icona glam è il suo unico sollievo: un sentimento pienamente greco, in cui lo scambio di promesse imperiture sembra prevalere su un rapporto esclusivamente fisico. Farrell dalla chioma ossigenata è decisamente fuori luogo, ma - a tratti- i suoi occhi brillano sinceri, trasudando ampiamente le fragilità del suo personaggio.

Un kolossal in grande stile, non c'è dubbio: un buon lavoro d'accademia. Peccato manchi quel guizzo visivo, quella novità tecnica che tanto spesso ha contraddistinto i lavori di Stone, da The Doors a U-Turn. La scelta di virare sul rosso la scena del ferimento di Alessandro è un giochetto da studente, non un tocco da maestro. La sua bravura emerge, piuttosto, nelle scene di massa, davvero impressionanti quando immortala i corpo a corpo e le discese mozzafiato del re sul circense Bucefalo.
Tutti i suoi film affrontano, sotto punti di vista differenti, la caduta degli dei, utilizzando figure indubbiamente pop: da Jim Morrison ai Kennedy, dal mito pacchiano del lifestyle americano allo scandaloso Nixon, le sue pellicole narrano l'ascesa e la disfatta del potere temporale. Anche l'epopea alessandrina diventa un racconto attuale.
Peccato che il film sia così lungo: a tratti, visti anche i dialoghi artefatti, pesa un po'.

E, detto tra noi, avrei preferito non vedere le obbrobriose scritte in inglese moderno campeggiare sulle cartine geografiche e sui documenti di Alessandro. Ok, gli americani non conoscono la storia, ma agevolarli fino a questo punto...

Teardrop
 
 
 
 
 
 
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