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Cultura
gatto - Elena Pongiglione
 

Una vita tra carta e matita

 
L'illustratrice Elena Pongiglione ci racconta cinquant'anni tra case editrici, vespe e favole. La satira dei gatti e quella volta da Calvino
 
   

     
30 dicembre 2004
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di
Daniele
Miggino
   
A volte le domande preparate per un'intervista si rivelano inutili. Si pensa di dover scoprire una storia, finché questa non ci travolge, rendendo ogni nuovo quesito un'interruzione fuori luogo.
L'incontro con Elena Pongiglione - avvenuto nel suo "pensatoio" di via San Luca - è andato così. Genovese, di nascita e di spirito, l'illustratrice ha più di cinquant'anni di disegni da raccontare. È stata precocissima: «ho imparato prima a disegnare che a parlare» dice.
Ha lavorato molto nell'editoria nazionale, per la televisione e per conto di grosse aziende - come la Piaggio - ha ricevuto moltissimi premi, ha pubblicato libri. Insomma, di strada ne ha fatta. Ma, come ci racconta, non è stato per nulla facile.

«Ora posso disegnare ciò che mi pare», dice Elena, «chi non mi piace qui non ci entra, e posso mandare a quel paese chi mi pare». Diritti sacrosanti guadagnati sul campo, a suon di batoste. «Da giovane prendevo il treno alle sette per andare a Milano. Non perché qui non ci fosse lavoro, ma agli industriali è sempre piaciuto comprare i nostri bozzetti a Londra a Parigi o chissà dove, al triplo del prezzo».
Il sangue marcio che si è fatta non lo scorda più, e quando pensa a come sono trattati i giovani d'oggi, la sale la carogna: «ho visto ragazzi uscire dai colloqui coi lucciconi. È una mortificazione che non si dovrebbe subire. Eppure abbiamo molti bravi illustratori, ma non conta solo la bravura...».

Dopo il Liceo Artistico Barabino, Elena impara a disegnare "per lo spavento": «mi son detta "e ora cosa faccio?". Ho iniziato a girare nel porto, nei mercati, per le strade con matita e quella carta gialla che una volta usavano i macellai per fasciare la carne. Disegnavo tutto».
Riproducendo aerei, raffinerie e la "mitica" Vespa guadagna i primi soldi. Poi scopre la satira: «quando mi veniva il classico "sc-cioppone di futta", invece di alzare le mani su qualcuno mi esprimevo a modo mio».
I gatti diventano subito i protagonisti dei suoi schizzi satirici. Come mai i gatti? «Mi piacciono esteticamente. I loro atteggiamento altezzoso e la loro tenerezza mi sembravano adatti a portare il messaggio di una satira garbata verso gli uomini». La mostra Gli Arcigatti è seguita dal Libro Bianco dei Gatti e dalla rubrica televisiva Canigatti & C di Rai 1.

Framura è un luogo importante per Elena. Intanto perché le fornisce gli strumenti per lavorare. L'illustratrice, infatti, usa dei bastoncini di legno che trova sulla spiaggia dopo le mareggiate: «danno un tratto più energico, vivo. Ho orrore delle donne che disegnano da donne».
È legato al paese levantino anche uno dei suoi più bei ricordi. Negli anni Ottanta decide di fare un libro illustrato con sei favole di tradizione popolare che sarebbero andate perdute. Fatica a trovare un editore, ma trova un fan sfegatato: Italo Calvino. «Un giorno incontro sua figlia e le chiedo di portarmi da papà per chiedergli una cosa. Lei mi accompagna e io consegno a Calvino le favole». Elena conserva religiosamente una lettera in cui Calvino le scrive di essersi divertito molto a leggerle. Il libro è esaurito da tempo, ma si può trovare in varie biblioteche italiane.

«Oggi ho una serie di amatori, un gruppo di persone che mi conoscono e che mi seguono». Cosa le chiedono? Di tutto: decorazioni murarie, tessuti, ceramiche, gonfaloni, altiforni, scene di lavoro nei campi, impianti per il coke, paesaggi e «persino cappelle funebri».

Un consiglio per i giovani? «Disegnate, disegnate tanto. E non spaventatevi, il panico è il pericolo maggiore». Anche se, ammette con rabbia, molti professionisti hanno paura di insegnare la propria arte: «Io non capisco! Uno dovrebbe essere orgoglioso di avere dei discepoli».

Di Genova che ne pensa? E di questo 2004? «Ci sono stati molti cambiamenti positivi, ma la mentalità è rimasta la stessa. Negli anni passati la cultura è stata molto trascurata, ora si rovesciano secchiellate di eventi in poco tempo. La gente non percepisce, per queste cose ci vuole tempo». Contro una certa arte contemporanea che punta alla provocazione dice: «mi disturba, perché l'arte è emozione, induce a riflessioni di un certo livello. Mi sembra che si voglia sopperire a una mancanza di creatività».
Saliamo di tre piani per andare nel suo atelier. Mi fa vedere un sacco di disegni umoristici, ma anche battaglie, donne, vasi e piatti di ceramica. Immancabili i gatti. Mentre sono ancora lì a pensare a quei tratti così vitali dice: «devo mettere un po' di ordine, che non è mica bella 'sta confusione».

Nella foto: Elena Pongiglione mostra un suo disegno
 
 
 
 
 
 
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