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Eravamo in pochi alla prima, ma come si dice: pochi ma buoni. Qualcuno ha commentato "E' naturale è un autore giovane". Sì, giovane lui, Fausto Paravidino - attore in questa sua nuova pièce - e giovani, anzi giovanissimi, anche gli altri, regista compreso - Filippo Dini - che tra il pubblico si è seduto rosicchiandosi nervosamente le unghie e i polpastrelli.
Abolito il sipario, sul palco a luci ancora accese, un cubo verde di stoffa, che con un angolo protende "minaccioso" verso la platea, il resto nero. Un verde freddo, qualcuno avrà pensato "giovane". All'avvio, colpo di scena, il cubo si è letteralmente "stracciato", svelando delle pareti fatte di una specie di tessuto garzato trasparente che è sfilato via come per magia producendo un "acido" rumore di velcro e svelando una cucina completamente verde della stessa tonalità delle migliori mele acerbe. Siamo tutti balzati indietro compiaciuti di fronte ad un effetto speciale di quelli che si vedono al cinema, poi il silenzio ad accogliere le rapide battute dei personaggi. Brevi scambi un po' forzosi ma già divertenti. Forzato il timbro di Paravidino che si tradisce in alcuni momenti di emozione presentando un personaggio parodico a cui si stenta un po' a credere. Perfettamente in parte il "fratello", Boris, Giampiero Rappa, nel ruolo di un giovane che fatica a socializzare e vive all'ombra del fratello piccolo e dei ricordi. Molto semplice la trama: la vita quotidiana di due fratelli e Erica, una ragazza che Lev (Paravidino) avrebbe incontrato per strada mentre lei scappava dai suoi, dopo un tentato suicidio. Erica e Lev vanno a letto insieme, fanno sesso per il gusto di entrambi ma senza amore e un giorno lei glielo confessa pensando di ferirlo. Da quel momento i rapporti si complicano, la tensione di Boris, che nasce dalla timidezza e da un'inconscia invidia e gelosia nei confronti del fratello e della relazione con la ragazza, si trasmette anche agli altri e gli incontri a tre diventano insostenibili. Difficile il personaggio di Erica, che Antonia Truppo, tiene sempre su un tono troppo alto nell'intento di dipingere uno squilibrio interiore profondissimo forse peggiore di quello dell'ingenuo Boris. La regia è impeccabile e la strutura del testo, sebbene riconoscibilmente figlia del teatro inglese degli anni cinquanta, è molto originale. L'uso del registratore non rimanda a "L'ultimo nastro di Krapp" di Beckett, ma nel ricordo di quell'autore assume un ruolo originale. Le cassette sono le lettere piene di bugie - "perché così sono le lettere" dice Boris - che i fratelli scrivono alla madre e che si scrivono tra di loro.
Lo spettacolo è ben curato - luci abiti - solo discutibile la scelta dell'orologio che scandisce giorno e ora ad ogni conclusione d'episodio senza aggiungere molto. Strana anche la scelta di cambiare l'intermezzo tra gli episodi: dalle previsioni del tempo registrate a musiche varie, un po' retrò (?).
I complimenti però sono doverosi a questo giovane gruppo che lavorando insieme sta migliorando le sue produzioni una dopo l'altra mostrando grandi capacità e grande voglia di crescere nella giusta direzione.
Gli applausi sono durati tanto da fare uscire gli interpreti almeno cinqque o sei volte, per questo dico: pochi ma buoni e mi riferisco anche al fatto che la nuova drammaturgia e i giovani in genere sembrano aver capito in che verso va il teatro e imparata la lezione... udite udite... la stanno mettendo in pratica. Per cui... Appello: non siate timidi di fronte ai nuovi testi andate e lasciatevi stupire, non ve ne pentirete.
Autore: laura santini
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