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Scrivere in apnea

 
Philippe Claudel ha presentato il suo "Le anime grigie". Tante domande su Parigi e provincia. E su come si fa un libro tutto d'un fiato
 
   

     
11 novembre 2004
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di
Daniele
Miggino
   
scrittore
Terzo appuntamento con gli incontri del Centro Culturale Europeo. Come accenna Jacques Barrére in apertura, si sta facendo il giro delle lingue: italiano, spagnolo e ora francese. Per tutti i tedeschi de zena: non vi preoccupate, prossimamente si parlerà anche il vostro idioma. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 10 novembre la Sala del Centro presso la ha dato spazio allo scrittore Philippe Claudel, per la presentazione del suo ultimo, premiatissimo (Premio Renaudot in Francia) libro dal titolo Le anime grigie. L'intervistatrice Elisa Bricco apre subito un vaso di Pandora, chiedendogli come mai la sua è considerata "un ottimo esempio di scrittura provinciale". «Forse perché sono nato e cresciuto in provincia», risponde Philippe. E continua: «ma soprattutto perché c'è un centralismo giacobino nel nostro paese, che riguarda la capitale, addirittura una parte di essa». Insomma, Claudel sostiene con orgoglio le proprie origini, e alla capitale non ci pensa proprio: «io ho bisogno di andar per boschi, di girare in bici, di accorgermi delle stagioni».

Anche la storia che ha scritto è ambientata nelle campagne. Precisamente in un villaggio della Lorena nel 1917. Sullo sfondo la grande guerra, e la losca vicenda di una bimba trovata morta in un canale. C'è una voce narrante che ritorna sull'accaduto vent'anni dopo, per levarsi un tremendo peso dalla coscienza.

Questa la trama. Quando Elisa Bricco gli chiede perché ha ambientato il libro durante la guerra, lui - che conosce bene la Lorena - risponde: «La coscienza di quel tempo è ancora molto viva, anche nei giovani. Ed è visibile nel paesaggio. Qualche tempo fa andando per funghi ho trovato un ordigno inesploso». Allo stesso tempo, però, la memoria storica di quegli eventi va scomparendo, se è vero - come dice ancora lo scrittore - che in Francia: «sono rimasti vivi solo 15 combattenti di quel conflitto».

Ma la linea Maginot rimane "un mostro invisibile" per i protagonisti del libro. Vedono passare le carovane di reduci, vedono arrivare i rinforzi, sentono le bombe, ma ne restano fuori. La loro salvezza sta in una fabbrica che li costringe a lavorare piuttosto che andare a farsi ammazzare. E che fabbrica sarà? Di armi, verrebbe spontaneo pensare. Così infatti accenna la Bricco, ma il suo tiro sbuccia il palo e si perde a fondo campo: «no, non fabbrica armi», dice Claudel, «è semplicemente un luogo di lavoro che, per fortuna, permette loro di rimanere a casa».

Il mistero è un altro elemento fondamentale nella storia, ma anche del modo di scrivere di Claudel. C'è l'indagine sull'assassinio, c'è il rimorso del narratore, c'è l'enfasi di una scrittura che procede passo passo con la lettura. «Ciò che mi interessa è scoprire il libro come fa il lettore», dice, «scrivo riga per riga e lascio scorrere le pagine senza fare troppi programmi». Poi aggiunge che non determina in anticipo il finale, che se sapesse già tutto si annoierebbe, che il romanzo storico documentato non gli interessa. La cosa lascia perplessi i presenti, tanto che l'argomento del dibattito rimane per un bel po' bloccato su "come si fa a scrivere un libro senza sapere come va a finire".

Dopo aver letto il primo capitolo, l'autore subisce un secondo assalto: «in queste prime pagine i personaggi sono già delineati, la storia è introdotta», dice la Bricco, insinuando che la spontaneità se la può scordare. Claudel scherza e svicola: «Ok, prendete pure solo il primo capitolo, il resto lasciatelo perdere».

A volte non bisognerebbe dare troppo peso alle parole. Un conto è immaginare che si possa scrivere un libro completamente alla cieca (cosa che le parole di Claudel avevano lasciato presumere), un'altra è pensare che - una volta impostate le condizioni di partenza, ci si lasci trasportare dal piacere della scrittura e, perché no, non si decida a priori il finale per vedere come "viene fuori". Dice ancora lo scrittore: «Quando inizio a scrivere non so quante pagine metterò insieme. Potrebbero essere due come duecento».

Forse questa concezione della scrittura - invece che insospettirci - dovrebbe tranquillizzarci. Non tutti abbiamo il cervello così grosso da contenere un intero romanzo prima di scriverlo. Ma chiunque può fare l'esperimento di partire col foglio bianco e vedere quante parole riesce a mettere una dietro l'altra.
 
 
 
 
 
 
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