Maria Perosino è, come si definisce lei, «geneticamente nomade». Torinese, lavora fra Genova («almeno due giorni alla settimana»), Mantova e Milano, dove insegna arte contemporanea alla IULM. «Paradossalmente Torino è la città dove vivo di meno», dice sorridendo, anche se la cadenza torinèèse le è rimasta.
I dieci minuti dell'intervista sono la prima pausa della sua giornata: Maria è infatti socia fondatrice di , la società che produce idee per la cultura e che a Genova è impegnata nell'organizzazione del Festival della Scienza. Giorni di fuoco, questi.
Codice si occupa di cose dal nome affascinante ma un po' criptico, come "fundraising" e "marketing". Traducendo alla buona possiamo dire che l'obiettivo è valorizzare il patrimonio culturale italiano: dandogli un'identità precisa, una bella grafica, strategie di comunicazione e - non ultimo - idee per autofinanziarsi. Mica poco.
Mancano due mesi alla fine del 2004. Che bilancio possiamo tirare?
«Quest'anno ha avuto un'importanza eccezionale, per almeno due motivi. Intanto l'immagine complessiva che ha dato di Genova: i genovesi, ma non solo loro, l'hanno scoperta. Ora se chiedi per strada dov'è un museo o una strada la gente ti sa dare delle indicazioni. M sono accorta che la percezione di Genova è cambiata anche fuori dai confini comunali, è filtrata un'idea di città "dove succedono cose"». Il secondo motivo?
«L'aspetto intelligente del 2004, ovvero che non si è puntato sull'effimero ma si è scelto di restaurare palazzi, strade e rinnovare musei e strutture. Di questa politica saggia va dato atto all'amministrazione». Un buon viatico per il 2005?
«Un anno con le mostre di Rubens, Arti&Architettura e il Festival della Scienza non ci sarà più. Ora occorre capitalizzare l'esperienza e dare continuità a questa nuova identità. La città è ricca di contenuti, bisogna portarli alla luce». La fase più difficile...
«Senz'altro, perché ci saranno meno risorse economiche. Bisogna riuscire a mantenere questa comunicazione virtuosa. Eco ha dimostrato che si possono fare mostre bellissime ». Senza soldi è possibile?
«Bè, un minimo di risorse ci vogliono, però la cultura è in grado di creare ricchezza economica anche da sola. Certo, non si calcola come se fosse il rendiconto di un impresa. Al British Museum l'hanno capito, e quando tracciano il bilancio annuale calcolano anche l'indotto che generano, come l'aumento del fatturato dei bar della zona». Soluzioni?
«Va trovato un giusto mezzo fra sostegno e finanziamento completo. La formula mista è un buon sistema. Ad esempio come in Francia, dove alle gallerie che riescono ad essere ammesse ad , lo Stato paga lo stand. In Italia sembra che non si riesca a ragionare a medio termine, e tutte le occasioni di finanziamento sono legate ai grandi eventi. È un grave errore della politica nostrana. In tale situazione ben vengano le amministrazioni locali che riescono ad inventarsi un sistema per avere i finanziamenti, come le Olimpiadi di Torino o il 2004 genovese». Per il 2005 sei ottimista o pessimista?
«Ottimista, perché Genova ha preso coscienza che l'economia culturale può funzionare. E poi è cambiato l'atteggiamento dei genovesi: hanno capito che se qualcuno gira per strada non è per forza un malintenzionato. È migliorata anche la qualità dell'offerta culturale: gli inviti delle gallerie che mi arrivano da Genova ultimamente sono sempre più interessanti». Ecco, l'arte contemporanea... uno dei grandi malati della cultura genovese.
«Indubbiamente la scena è stata finora sonnacchiosa. Ma non bisogna neanche cercare di forzare la situazione: la mostra di Celant è bellissima, d'accordo, ma o ce n'è un'altra, e così l'anno dopo, o è destinata ad essere una meteora. Sta alle istituzioni mettersi intorno ad un tavolo e decidere, perché le risorse saranno minori e quindi andranno finalizzate con precisione. Ad esempio, Milano ha deciso di puntare su moda e design, Torino investe sull'arte contemporanea - a scapito anche di altre realtà - Genova a mio parere dovrebbe ragionare sull'edutainment scientifico. Il vecchio triangolo industriale, il mitico GEMITO, potrebbe così proporsi anche come area culturale completa». Insomma, ragionare in termini di macro-regioni è meglio che coltivare il proprio giardinetto.
«È inutile competere fra città, anche se la varietà è un bene da mantenere. Genova inoltre ha una grandissima tradizione teatrale e musicale, ma non la valorizza come dovrebbe. Del patrimonio di De André, ad esempio, ne hai più saputo niente?».