È finita. Dopo quattro anni e più di cento Nobel, artisti, attori, scrittori, la lunga sequenza dei "Fuori" - Fuoriscena, Fuoripagina, Fuoritempo e Fuoriquadro, tutti organizzati dalla
Fondazione Cassa di Risparmio Genova e Imperia - giunge al termine col dibattito finale sulla
Laicizzazione delle Muse. A dirigere la jam-session è il filosofo
Remo Bodei. Alla sua destra
Niccolò Ammaniti ed il violinista
Ivry Gitlis, alla sinistra
Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano e
Luciano Fabro.
La Sala della Giunta è gremita, con il pubblico che si litiga le poltrone del Consiglio Comunale: devo essermi seduto sullo scranno di un assenteista perché è pieno di dossier, un po' come la cassetta della posta quando si torna da una vacanza.
«Al giorno d'oggi l'arte è diffusa», comincia Bodei, «al Prado si è registrata una coda di 3 chilometri».
«Sì», concede Fabro «ma nella coda di una mostra, su duemila venuti per vedere le opere, ce n'è magari uno solo che è lì perché cerca una soluzione alle sue domande. Quello è l'artista».
L'insopprimibile bisogno che spinge l'artista ad esprimersi è sottolineato da tutti. Ammaniti descrive quel momento con prosa da "cannibale": «per poter creare devi arrivare ad un giorno in cui ti senti l'ultima merda del mondo», a quel punto sei costretto a trovare una forma di espressione del malessere. L'arte deve produrre inquietudine, annuisce Bodei. Gitlis conferma a suo modo: «se non suono il violino mi viene mal di stomaco».
Lo scrittore romano passa poi a descrivere il proprio rapporto con l'opera e con i lettori: «ho bisogno che quello che scrivo colpisca tutti, anche chi vede le telenovelas o ha poca dimestichezza con la lettura. Il mio obiettivo è che chi prende in mano il libro lo finisca».
Tocca a Gitlis, che si propone in un
gramelot italo-francese, a volte incomprensibile ma godibilissimo. Avrebbe potuto benissimo fare il cabarettista: «preferite che parli in francese, inglese o yiddish? Non ho capito molto di quel che ha detto Ammaniti, però ho capito che ha detto "merda". La merda è bella perché è la cosa più pulita del mondo, infatti nessuno la tocca». Risate e applausi a scena aperta.
Poi si fa serio e spezza una lancia a favore dell'
urgenza creativa dell'artista: Beethoven ha forse "calcolato" il genio delle proprie sinfonie? No, si risponde Gitlis, gli veniva naturale: «l'arte non può essere diversa dalla vita».
Escobar mette le mani avanti e si presenta come un impresario teatrale, quindi uno che non crea direttamente arte. Ma la fa lavorare. «A scuola mi dicevano che ero stonato, e io mi sono vendicato facendo cantare 600-700 fra i migliori cantanti del mondo», sorride. «Il teatro è una forma di comunicazione costosa e debole», continua, «è immondizia, ma è anche vero che guardando cosa c'è nei bidoni della spazzatura si capiscono molte cose su una città». Il direttore del Piccolo parte bene: parla a braccio e con gran prosa. Sfortunatamente subito dopo si lancia in una dottissima disquisizione su pensiero debole / pensiero forte. E il vostro prode cronista è costretto a gettare la spugna alla terza citazione di filosofo tedesco.
«Fabro: com'è nata l'arte povera?», sento Bodei domandare. Mi risveglio. «Non è mai nata», risponde bruscamente, «c'erano delle esposizioni, che sono state unificate dalla mania categorizzante dell'epoca». Poi torna sulla definizione di artista: «è una condanna che colpisce chi ha rinunciato ad avere delle coperture tecniche o professionali. Il pittore è un pittore, non un artista; lo scultore è uno scultore, non un artista». Traduco: solo l'arte concettuale è arte, il resto è decorazione. Non ci va giù leggero.
Il tempo stringe, e Bodei suona il triplice fischio: incombe lo spettacolo
son et lumière di
Serge de Laubier presentato da
Andrea Liberovici. Ma prima, in un veloce buffet, i miei concittadini mi hanno ancora una volta deliziato con la celebre scena "calca da aiuti-ONU per un pezzo di focaccia alle cipolle". Insuperabili.
Giardini di Palazzo Bianco, buio. De Laubier si presenta sul palco camminando come un burattino: ha attaccata alla pancia una cyber-fisarmonica blu cobalto. Mistero svelato: è il
metainstrument inventato del video-artista francese, un nuovo strumento musicale che "suona le immagini".
Lo spettacolo è un turbinio di colori, proiettati sulla facciata di Palazzo Bianco, che si trasfigura in un'orgia di paraste fucsia, mascheroni pixelati, bugnati viola. Il tutto si muove al ritmo della musica che De Laubier suona: fughe d'organo bachiane, percussioni un po' afro e un po' Righeira, voci distorte alla Kraftwerk.
Insomma, Genova le avrà anche laicizzate, ma in questi quattro anni le Muse sono state davvero coccolate!
Foto in alto: Ammaniti, Gitlis, Bodei, Escobar e Fabro. In basso, un momento dello spettacolo