Scienza e genius artis sono da sempre stati due mondi lontani, spesso in contrasto tra di loro. Una tempesta per un artista è da sempre frutto di passioni, per uno scienziato rappresenta invece molecole d'acqua in caduta libera.
Con Il viaggio nella mente alle origini dell'arte, incontro con il quale si avvicina la conclusione di Fuori Quadro, si tenta di colmare questa distanza. La scienza indaga su come il cervello umano diventi creatore d'arte.
A raccontare questo viaggio nella mente alla ricerca del demone artistico sono intervenuti Antonio Caronia docente di comunicazione all'Accademia di Brera, Lucia Pizzo Russo, Docente di Psicologia delle Arti a Palermo, il direttore dell'istituto di fisiologia Umana dell'Università di Milano Mauro Mancia e l'artista autodidatta Ben Vautier, coordinati da Fabio Benfanti, docente di Neurofisiologia e Fisiologia Umana presso l'Università degli Studi di Genova.
Nella penultima giornata di lavori, prima dell'epilogo di sabato 23, si può così idealmente dire conclusa la quadrilogia di convegni, voluti dalla , dedicati alla Laicizzazione delle Muse.
Il pubblico ascolta con un'equa distribuzione tra interesse e noia gli interventi scientifici. I relatori mettono in luce aluni aspetti delle loro analisi neuroscientifiche. Caronia, ad esempio, evidenzia gli aspetti sociali della percezione del bello. «Il senso estetico e la comprensione di ciò che un uomo sperimenta attraverso la vista» dice «deve molto alle costruzioni culturali che esso ha impresse». L'idea di fondo, condivisa dagli altri esperti, è quella che paragona la mente ad un hardware il cui software è formato dall'insieme di eperienze e concezioni personali e sociali.
Per spiegare il suo punto di vista Mauro Mancia ricorre ad una lettera semiseria, scritta 10 anni fa, in evidenzia come il cervello senza uno schema interpretativo può cogliere l'oggetto, non la sua essenza artistica. Vede l'albero, non il bosco.
Le analisi sono molto approfondite, puntuali e alla portata. Nella sala però sembra che il pubblico sia in attesa della dimostrazione empirica di cosa il genio sia in grado di produrre nella mente dell'artista. Tutti, me compreso, attendiamo le improvvisazioni di Ben Vautier.
L'artista, arrivato in ritardo per colpa «dell'avion français», l'aereoplano, non delude le attese. Piomba in sala come un ciclone nel bel mezzo della relazione di Lucia Russo su come non sia l'immagine, «ma la sua interpretazione, a fare l'arte». Saluta il pubblico. Ha addosso un cappotto scuro con sopra una spilla chiara, limpida, cristallina: No Art.
Così come la scienza parla di forme, neuroni, simmetrie e assimetrie, Vautier parla di scimmie e del rosso dei loro sederi che viene usato per trasmettere un messaggio artistico che è necessità di conservazione della specie: dobbiamo riprodurci!.
Vado un po' in crisi, il francese dell'artista non è la mia lingua e sembra non sia prevista la traduzione. Capisco poco di quello che dice, e temo per quello che scriverò a mia volta, ma presto mi rendo conto che questo non è un limite per comprendere la performance.
Vautier, un'icona per l'arte contemporanea, usa le argomentazioni scientifiche dei relatori per trasformarle in arte, sconvolgerle e - paradossalmente - confermarle.
L'opera d'arte è davvero un dialogo tra fruitore e creatore. Ma con una differenza sostanziale rispetto alle teorie esposte, non è in un solo senso. L'artista pensa un'opera, inserisce in essa il proprio ego e la lascia andare per il mondo. Chi la incontra la apprezza o la odia non perché ritrova in essa il pensiero originale ma perché la vede attraverso la propria percezione, la sua formazione, il suo ego.
A fine incontro per il pubblico c'è una sorpresa. Un altro cervello di artista all'opera. Sull'avion français di Vautier c'era anche il violinista Ivry Gitlis, chiamato, prima dei saluti, a dire la sua.
Il punto di vista di Gitlis viene raccontato attraverso un aneddoto in cui dice che, all'ennesimo bis richiesto da un pubblico particolarmente esigente, il suo cervello ha prodotto un'improvvisazione, un'elegia alla mortadella nata da un'improbabile traduzione di uno sconosciuto autore inglese. «Alla luce di questo», dice il violinista atteso domani a Palazzo Tursi, «credo che la scienza non sarà mai in grado di capire come il cervello produca certe cose, e sarebbe un peccato se, invece, ce la facesse».