Vedi che la tivù serve, verrebbe da dire. Il quinto incontro di Fuori quadro, è stato finora il più brillante e dinamico, spesso interrotto dalle risate che gli invitati hanno saputo strappare al folto pubblico. Merito certamente di Philippe Daverio che ha orchestrato la chiacchierata su un "allegro-vivace" dai tempi decisamente televisivi, coprendo ogni buco con pronti rilanci e dando la parola ora all'uno ora all'altro con abile regia. Peccato soltanto per i molti spettatori rimasti in piedi e (crudelmente) obbligati a non sedersi per terra.
Il tema - l'informazione artistica - si è rivelato ben presto un recinto troppo stretto per gli invitati, apparsi perfettamente a loro agio (oserei dire affiatati). Insomma, si è andati un po' a ruota libera ma ne è valsa la pena. Philippe Daverio - che si presenta come "criminologo", «cerco di capire perché alcuni fattacci accadono» - introduce i suoi ospiti: Carlo Bertelli, giornalista, ex-direttore della Pinacoteca di Brera nonché mitico autore del mio manuale di liceo (il ), Enrico Morteo, architetto ed editorialista di , Alberto Abruzzese, professorone di sociologia delle comunicazioni (dalla prosa un po' sessantottina: affascinante ma fumosa) e Fausto De Lorenzo, che - pochi lo sanno - è con la Beecroft il vero big di tutto Fuori Quadro, visto che dirige il museo privato di maggior successo in Europa, la meravigliosa di Basilea.
Via, si parte.
Daverio osserva che in inglese esistono due termini per definire la mostra: "exhibition", la mera esposizione di opere, e "show", che invece sottende lo "spettacolo per la mente": «le mostre in cui i curatori seguono una propria linea sono "show"». Così come quelle in cui si predilige un linguaggio facilmente comprensibile, in cui insomma si cerca di spettacolarizzare per raggiungere il pubblico più vasto. È il caso, commenta Morteo, della mostra di Renzo Piano: «lui ha scelto di non usare il linguaggio dell'architettura, ma di proporre i modellini, facendosi così comprendere da tutti». Carlo Bertelli si entusiasma davanti al 2004 genovese: «Genova si è lanciata. La mostra di Palazzo Ducale è straordinaria, mai vista prima». «Anche se ci vogliono tre giorni per digerirla», sorride Abruzzese, «meno male che c'è il catalogo». Già, il catalogo. Per De Lorenzo non è altro che uno strumento: «lo compra in genere il 5% dei visitatori, una quota che non basta a coprire le spese. Continuiamo a pubblicare cataloghi perché sono utili strumenti di marketing. In futuro spariranno, sostituiti probabilmente dai DVD».
«A volte si pensa che valorizzare i beni culturali voglia dire far funzionare i bar davanti ai musei», provoca Daverio. Il discorso andrebbe forse slegato dal semplice ritorno economico? De Lorenzo sarebbe anche d'accordo ma non vede roseo: «gli Stati ormai non sovvenzionano più i musei. Quindi parliamoci chiaro, bisogna aumentare il costo dei biglietti. La scorsa settimana il MOMA ha aumentato il proprio ingresso a 20 dollari e anche noi alla Beyeler ne dovremo discutere». Mormorii di terrore percorrono la platea. De Lorenzo non arretra: «visitare un museo deve costare di più che andare al cinema». Gli sponsor possono servire? Sì ma con cautela, secondo Bertelli, «portano soldi, d'accordo, ma autorizzano operazioni che rischiano di banalizzare l'arte, usata per vendere un prodotto». Abruzzese annuisce: «sì, il sistema della sponsorizzazione è diseducativo».
Ne sa qualcosa De Lorenzo, reduce da un party di Gucci alla Beyeler che l'ha obbligato a smontare e rimontare il museo. «Però avete guadagnato mezzo milione di euro, una cifra in grado di mantenere un ente per due anni», se la ride Daverio.
Che poi getta sul tavolo un altro spunto: «quanto conta l'arte nella "corporate identity" degli italiani? Un'identità culturale condivisa potrebbe aiutarci ad uscire vincenti dal conflitto economico mondiale...». In Italia, commenta Morteo, l'unica identità condivisa è quella del "Made in Italy": «cinema, letteratura e politica hanno abdicato». «Insomma, le quattro F», ribatte Daverio: «Food, fashion, furniture e Ferrari». La sfera pubblica si disgrega, ammette Abruzzese, però il mito del museo sembra resistere: «è ancora percepito come luogo di rappresentanza». Morteo conferma: «i ricchi di New York si ostentano alle feste al Moma». «La borghesia di Milano invece preferisce incontrarsi la domenica a San Siro», commenta con sarcasmo Daverio. L'ultima battuta è di Morteo, «dobbiamo convincerci che arte e cultura non sono sinonimi. Il David di Donatello piaceva a tutti i fiorentini, anche a quelli non colti».
Foto in alto: Daverio, Bertelli e De Lorenzo. In basso: un momento del dibattito