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Giorgio Conti, Caterina Bon Valsassina, Giovanna Scicolone
 

Una pagnotta di quarant'anni fa

 
Come conservare le opere contemporanee? Sembra facile ma non lo č: materiali organici o semplicemente estinti. Se n'č parlato a Fuoriquadro
 
   

     
20 ottobre 2004
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di
Giulio
Nepi
   
È stato un incontro per fisici temprati, quello di mercoledì 20 all'Accademia Ligustica, che ha visto protagonisti a Fuori quadro i restauratori: tre ore di analisi, discussioni e diapositive. Sul tavolo, le problematiche legate al restauro dell'arte contemporanea. Eppure è stato finora l'incontro più fruttuoso, quello in cui gli interventi si sono meglio miscelati, accendendo la rara scintilla del dibattito scientifico, con tanto di scambio di bibliografie fra i convenuti. E tante, tantissime immagini.

Il primo a prendere la parola è stato Marco Dezzi Bardeschi, docente di Restauro Architettonico al Politecnico di Milano, che ha scelto un caso "limite" per analizzare tutte le difficoltà insite nell'intervento sull'antico, il Palazzo della Ragione di Milano. «Abbiamo deciso di mantenere lo stato in cui l'abbiamo trovato», spiega Dezzi Bardeschi: in effetti il povero palazzo appare come un vestito di Arlecchino dalle toppe di varie epoche. Poi però si è posto un problema: la scomparsa dei ponti che permettevano l'ingresso all'unica sala interna - un loft di mille metri quadrati al primo piano - lo rendeva di fatto inaccessibile e inutile. «Bisognava costruire una scala», continua Dezzi Bardeschi. Già ma come? Nello stile dell'opera o in quello di oggi? «Una buona conservazione non inibisce un progetto contemporaneo, che è in sintesi una testimonianza del nostro tempo: abbiamo scelto di fare una scala ultracontemporanea in vetro e acciaio».

"Ma questo era un caso facile", potrebbe ribattere Caterina Bon Valsàssina, direttrice dell'Istituto Centrale di Restauro, che prende parola dopo di lui. E parte subito con due opere di Burri: «fino a che punto pulire, visto che lo stesso artista aveva incluso la sporcizia nei suoi sacchi?». L'unico criterio è usare un enorme rispetto per l'opera, «meglio non fare che fare».
Ma quello di Burri sembra a sua volta una sciocchezzuola di fronte agli Achrome di Manzoni: opere fatte con pagnotte o zollette di zucchero. «In alcuni casi si sono semplicemente cambiati i "pezzi". Ma a volte certi prodotti sono andati fuori produzione, come le vernici che usava Fontana per i monocromi».
Insomma, «il contemporaneo è molto più rognoso di quanto non lo sia una tavola di Giotto!».

Rognoso anche per la "gioventù" dell'argomento. «Il primo convegno tenuto in Italia sull'argomento fu nel 1987, e non si pubblicarono nemmeno gli atti», ricorda Giovanna Scicolone, direttrice della Scuola di Botticino, «all'estero avevano cominciato già da dieci anni».
A tal proposito Martino Oberto, restauratore nientemeno che de La città ideale, quadro-simbolo del Rinascimento, rivela che Genova stava quasi per diventare la "mamma" del restauro contemporaneo: «nel 1973/74 Gianfranco Bruno si era attivato per aprire presso l'Accademia una scuola di restauro specializzata sulle opere contemporanee. Sarebbe stata la prima al mondo. Eravamo tutti pronti, poi la Regione non diede il finanziamento e non se ne fece nulla».

L'intervento conclusivo di Giorgio Conti è una cavalcata a cento all'ora attraverso la difficoltà di far coincidere i simboli collettivi e la realtà. Dozzine di spunti interessantissimi e neanche semplici, che avrebbero probabilmente meritato un dibattito a sé.
Conti - che cura l'Archivio della Modernità ma è anche docente di pianificazione territoriale a Venezia - propone diversi cortocircuiti, come il parco naturale sorto lungo il confine smilitarizzato della cortina di ferro: «avrebbe dovuto testimoniare un'epoca, ma i cinquant'anni di isolamento lo avevano trasformato in un habitat ideale per molte specie di animali. Ecco che un "paesaggio culturale" si è trasformato in paesaggio naturale, mentre il patrimonio culturale che l'ha creato è sparito».
È un problema tipico del Novecento, con le sue inevitabili ricadute sulla realtà dell'oggi: «ad esempio, cosa ne facciamo dell'arte fascista?», continua Conti. «La restauriamo o no? E le scritte del giuramento mussoliniano esposte su molti edifici di pregio assoluto, vanno rimesse o no?». No, certo, conclude, «perché i picconi dei partigiani sono "storia" a loro volta. Però il problema si pone. E va risolto pubblicamente, perché la conservazione dei valori simbolici riguarda tutta la città e non il solo restauratore».
Si trasforma anche il luogo della conservazione, il museo. Diventa Museo/Città - come il Guggenheim di Bilbao - oppure museo "neo fordista" per un pubblico-massa (il Louvre dei quattro milioni di turisti, diventato da luogo di riflessione a luogo di flussi) fino addirittura al Museo/Palazzaccio, ghetto per la cultura, come quello in cui qualcuno si auspicava di rinchiudere i "bambini impiccati" di Cattelan.


Foto in alto: Conti, Scicolone e Bon Valsassina. In basso Dezzi Bardeschi e Oberto
 
 
 
 
 
 
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Marco Dezzi Bardeschi, Martino Oberto
 
   
 




 

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