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È cominciato con una discussione ricca di spunti il quarto appuntamento del progetto Laicizzazione delle Muse, Fuoriquadro, il forum dedicato all'arte contemporanea. Lunedì 18 un pubblico numeroso (un centinaio quelli rimasti in piedi) ancorché anzianotto, ha seguito le schermaglie verbali fra Vittorio Fagone - direttore della Fondazione Ragghianti - gli artisti Mimmo Rotella e Vanessa Beecroft, lo scultore Pino Spagnulo ed il fotografo Gianni Berengo Gardin. Il tema, caduto nel dimenticatoio praticamente alla seconda frase, era Arte e realtà, dalla rappresentazione alla coincidenza.
Il primo a prendere la parola è stato Mimmo Rotella, che ha raccontato il suo percorso artistico. «Nel 1951 ho vinto una borsa di studio negli USA, dove ho fatto qualche opera nello stile astratto-geometrico. Al ritorno sono entrato in crisi, perché mi rendevo conto che tutto era già stato fatto. Poi mi sono accorto della bellezza dei manifesti strappati. Era il periodo di Cinecittà e ce n'erano di bellissimi, coloratissimi. Li strappavo di notte, facevo i miei collages e li nascondevo sotto il letto, perché mi vergognavo. È stato un critico cinematografico a convincermi ad esporre, paragonandomi a Fontana e Burri». Sorride: «l'arte è un mistero, ed è molto difficile. Se abbiamo abbastanza illuminazione riusciamo a creare un'opera d'arte, sennò tutto è cieco».
Fagone introduce Gianni Berengo Gardin collegando due date lontane in un parallelo dal grande fascino: «due soli anni hanno davvero cambiato la storia: l'868, quando il Concilio di Nicea consacra il culto delle immagini nell'Occidente, e il 1839 con la nascita della fotografia che sancisce la laicizzazione e l'universalizzazione dell'immagine». Circa un secolo dopo la macchina fotografica nasce Gianni Berengo Gardin, veneto di Santa Margherita Ligure. Che si schermisce: «non sono un artista, perché non creo. Mi limito a registrare la realtà con un mezzo meccanico. Sono assolutamente contrario a Photoshop ed ai fotoritocchi al computer, una foto dev'essere "quello che vedo io"». La sua è una visione documentaristica educata attraverso reportage di carattere sociale e una gavetta "architettonica": «fotografavo edifici per i corsi di Bruno Zevi. Gli studenti non viaggiavano come adesso e potevano studiare le architetture solo sui libri, quindi le foto dovevano essere assolutamente non interpretative».
Lo scultore Pino Spagnulo sostituisce Arnaldo Pomodoro che sta portando a termine l'opera della vita, venti metri di scultura, inaugurazione sabato prossimo a Roma. «Per me il materiale è già scolpito», spiega, «non voglio tirar fuori la forma ma l'energia... è una lotta pazzesca fra me e l'acciaio, uno scontro regolato sul rapporto amore/odio. Dopo aver liberato le mie sculture le sospendo, perché voglio che un'opera di 50 tonnellate comunichi leggerezza».
Per ultima prende la parola Vanessa Beecroft, genovese di New York. Per farle sentire l'aria di casa tutti quanti la chiamano "la" Vanessa. Vittorio Fagone la presenta come "la coniugazione vivente fra Belle Arti e le performing arts". Vanessa confessa la sua formazione classica (Brera) dichiarandosi «un'artista accademica e non d'avanguardia, perché non ho trovato un media che faccia a meno della materia». Prima domanda, diretta: perché sei scappata? Risposta altrettanto diretta: «ho capito che per poter uscire dall'oligarchia italiana bisognava emigrare. Gli Stati Uniti mi hanno consentito di partire con una piccola intuizione e trasformarla in quello che faccio adesso». Una signora del pubblico le lancia una domanda che a solo a Genova viene considerata provocatoria: perché usi solo donne nude? Candidamente, risponde "la" Vanessa: «Ho scoperto che scatenava nel pubblico una reazione feroce. E ho continuato ad usare modelle nude per indagare proprio questa reazione». La signora del pubblico si inacidisce: e gli uomini? Perché sono vestiti? «Perché nel mio lavoro li rappresento con un'uniforme riconoscibile [completi da impiegato o uniformi militari, ndr], mentre le donne quest'uniforme non ce l'hanno». Ma che tipo di messaggio vuoi dare? «Non lo so, proprio per questo continuo a rappresentare queste performance. Voglio vedere se dopo aver usato 50mila modelle la reazione continua ad essere la stessa».
Il tipo accanto a me si alza furente biascicando qualcosa sulle categorie crociane, dentro le quali evidentemente non c'è spazio per "la" Vanessa. Anche Berengo Gardin borbotta che lui non ha mai fotografato donne nude, un po' perché non è capace e un po' per non calpestarne la dignità. È Mimmo Rotella a chiudere il discorso con un intervento a gamba tesa in difesa della Beecroft: «l'arte è messaggio. Se non c'è messaggio l'arte è vuota. Come diceva Duchamp, "se l'arte non provoca shock non vale la pena"».
Foto in alto: Berengo Gardin, Beecroft e Fagone. In basso: Spagnulo e Rotella
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