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Jean Nouvel
 

Se Genova non alleva più broker

 
Anna Costantini, curatrice associata di "Arti&Architettura", ci racconta il suo 2004. In attesa della mostra-monstre a Palazzo Ducale
 
   

     
20 settembre 2004
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di
Giulio
Nepi
   
«Che cos'è quella?».
Veramente dovrei essere io a farti le domande...
«Che cos'è quella!».
È una macchina fotografica.
«Ah no, se cominci così non se ne parla neppure».
Ma...
«Niente ma».

Anna Costantini è fatta così, non ama le foto. Per un attimo mi è balenata l'idea di fargliela a tradimento mentre trangugiava il caffè, ma alla fine ho saggiamente rinunciato per non incorrere nel suo "furiosissimo sdegno". In cambio mi ha accordato il permesso di usare una bella immagine di Jean Nouvel, mica noccioline. Un solo appunto: la donna che grida non è lei.

Bè, cosa ne pensa una storica dell'arte contemporanea come te, del 2004?
«Sai, sono eventi celebrativi che vanno presi per quello che sono. Oggi come oggi queste nomine - se scorri la lista delle città prescelte - vanno a premiare le aree in trasformazione e sono più che altro occasioni per intervenire sulle infrastrutture. Secondo me Pericu ha interpretato il 2004 nel modo giusto. Non è che dall'oggi al domani Genova diventi una capitale della cultura europea. Lo è stata, per carità».
Sì, nell'epoca barocca...
«No, no, intendo nel Novecento. La sua tradizione industriale e le grandi lotte sindacali sono tutte cose che fanno di una città una capitale culturale».
Ciononostante la "cultura" c'è, quest'anno. Intendo quella "classica".
«Assolutamente. Tre grosse mostre come quelle di Rubens, dei Transatlantici e di Arti&Architettura non si erano mai viste in un anno solo. Per non parlare delle tantissime altre piccole/medie occasioni di qualità. Ma non illudiamoci che Genova possa cambiar vocazione, non sarebbe nemmeno giusto: questa è la città del porto, del lavoro. Chi fa cultura è visto come un marziano: lasciano divertire i rampolli fino ai trent'anni, poi li mandano a fare il broker. E capiamoci: è bene così, io non voglio una Genova finta, non bisogna forzare l'identità culturale di una città. Senza contare che non ci si improvvisa mica "attrazione turistica", ci vuole anche una certa formazione. Che non vedo».
Arti&Architettura, di cui sei la curatrice associata, è la prima mostra che fai a Genova. Com'è andata?
«È la prima in assoluto! Lavorare nella città in cui vivo è stata un'esperienza coinvolgente, tuttavia ha comportato un carico emotivo abbastanza pesante. Non è stato semplice, ma fare una mostra in Italia è difficile dappertutto: alla Biennale non è diverso».
Come mai?
«Da noi i singoli sono disponibilissimi ed elastici, ma è la struttura che è di una rigidità allucinante. All'estero è il contrario: hanno strutture magnifiche, ma sono invece le persone ad essere rigide. Però là hanno un modo di lavorare che preferisco: sei un estraneo e ti trattano come un libero professionista. Qui se sei troppo indipendente dai fastidio».
Com'è lavorare con Germano Celant?
«Collaboriamo da quindici anni e mi ci trovo benissimo. Abbiamo un certo modo comune di intendere il lavoro, e anche qualche lato caratteriale simile».
E della mostra cosa ci dici?
«Che ci vorrà una settimana a visitarla... Cosa c'è, ti senti bene?»
Stai scherzando, vero, una settimana?
«Mica tanto. Il percorso non si esaurisce soltanto a Palazzo Ducale - di cui comunque occuperemo quasi tutti gli spazi - ma prosegue in giro per la città con le varie installazioni, come quella del "Teatro del Mondo" di Aldo Rossi che tutti avranno visto a Caricamento. È il tentativo di uscire dal Palazzo, dai luoghi espositivi classici. Poi ci tengo a sottolineare che non sarà una mostra specialistica, solo per architetti, anzi io ci vedo una grossa valenza didattica perché è rappresentata quasi tutta la storia della creatività del Novecento. Abbattendo naturalmente qualche barriera».
Insomma, l'Architettura sta tornando in voga.
«Ed è un bene. Oggi in Italia non vedo nessun'altra città che abbia puntato sull'architettura come Genova. È un tema di confronto importante, che è entrato anche in politica. Per fortuna abbiamo chiuso la triste parentesi in cui l'architettura ha abdicato alla ricerca per sposare la speculazione edilizia».

Nella foto: "OP98-3" (2003). Tiratura numerata su carta fotografica, 88x116 cm. Jean Nouvel, Parigi
 
 
 
 
 
 
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