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Cultura
Libeskind a Genova riceve il Genovino d'oro
 

Ecco il papà di Ground Zero

 
Daniel Libeskind, incaricato di disegnare le nuove Twin Tower, ha ricevuto il "Genovino d'Oro". Dal Museo Ebraico di Berlino a New York
 
   

     
10 settembre 2004
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di
Giulio
Nepi
   
Daniel Libeskind ha ricevuto giovedì 9 settembre a Palazzo Tursi il Genovino d'Oro. Nell'occasione l'architetto ha tenuto un'intervista pubblica moderata dal giornalista Armando Besio.

Eccolo, il guru. È vestito davvero come uno si immagina un guru: capello brizzolato corto, occhiale spesso, completo nero. Armando Besio non riesce a trattenersi: «vedo che lei e Celant siete vestiti uguali...». Libeskind risponde sornione: «ma io vengo da una famiglia di ebrei hassidici, noi ci vestiamo sempre di nero». Nessuno trova il coraggio di girare la domanda a Celant.

In effetti, in una , sopra una faccia più paffutella, il nostro sfoggiava un ciuffo rockabilly e sottili occhialini tondi. Allora era un illustre sconosciuto («prima del 1989 non avevo costruito nemmeno una casetta»). Adesso è una delle dieci star mondiali dell'architettura e anche Genova 2004 lo celebra: nella mostra Arti & Architetture sarà presente con uno dei tre grattacieli della nuova fiera di Milano.
Libeskind oggi ha cinquantotto anni: quando ha progettato il ne aveva quarantatré. «Sì, ho iniziato tardi a costruire. Cos'ho fatto prima? Ho letto, ho fatto il critico, insegnavo, disegnavo. Ho sempre pensato che anche questo fosse architettura: infatti poi ho vinto il concorso berlinese. Non dimentichiamoci che l'architettura fa parte delle arti liberali: i grandi architetti del passato, Michelangelo, Le Corbusier, Borromini, erano anche gente che costruiva libri, dipinti, musica. Anzi, da questo punto di vista Bach è uno dei più grandi architetti di sempre».

La musica, la grande passione. Libeskind non lo dice, ma si è dedicato tardi all'architettura perché prima pensava di fare il musicista. Insomma, è un personaggio un po' a sé: ha studiato musica in Israele, storia in Inghilterra, è persino un matematico. È un ebreo polacco che ha vissuto in famiglia il dramma della Shoah, oggi ha passaporto americano però lavora a Berlino. Insomma, è un cittadino del mondo («quando sono arrivato negli USA ho vissuto nel microcosmo dell'America degli immigrati. Decine e decine di nazionalità, tutti assieme»).
In una personalità così poliedrica, non stupisce che fra i suoi architetti preferiti si contino anche Terragni e Aldo Rossi, alfieri di un'architettura che tutto si può definire tranne che "decostruttivista". Anzi, su Terragni ha tenuto persino un corso, proprio a Como, nell'. «Vedete», spiega Libeskind, «io amo tutte le architetture che sono diverse, che vanno al di là della forma per cogliere lo spirito. Lo spirito è qualcosa che va più nel profondo del gestalt, dell'apparenza».

Se il Museo Ebraico lo ha consegnato all'attenzione della vasta schiera degli architetti, il progetto che lo trasformerà indiscutibilmente in uno dei più celebrati e popolari professionisti del globo è quello per Ground Zero a New York.
«È nato tutto dalla mia esperienza personale. Sono sceso fino alla roccia, settantacinque metri sotto il piano stradale, con gli operai che mi dicevano "ma cosa fa, perché non se lo guarda da lassù". Dovevo vedere. E infatti ho visto, ho visto quel muro, una barriera che impedisce che New York venga allagata. Poi ho guardato in alto e mi è apparso il cuneo di luce». Il muro del passato e la luce della speranza: i due fulcri del disegno di Libeskind.

Al centro di Ground Zero si scontrano due esigenze, quella di un'area privata che vale miliardi di dollari e quella di una memoria pubblica da preservare. In mezzo, Libeskind. Il concorso che ha vinto è stato infatti organizzato da un ente pubblico che non ha però alcun modo di far valere la sua decisione: il proprietario dell'area, se volesse, potrebbe far carta straccia della Freedom Tower. Così è quasi stato, visto che Larry Silverstein ha affiancato al nostro lo studio SOM.
Ma Libeskind deve avere le palle di acciaio. Ha litigato praticamente con tutti (con , con la proprietà, persino ) e probabilmente la spunterà. Rivendicando come il suo progetto sia stato l'unico ad essere nato da una scelta popolare.
«Rispetto ai tempi di Wren e Borromini», il nostro s'infervora, «il lavoro dell'architetto è rientrato dentro il processo democratico. Nel progetto di Ground Zero ho cercato di conciliare forze opposte, quelle sociali e quelle economiche. Io lavoro e collaboro con tutti, e questa è la prima volta che a New York si fa un progetto che mette ad un tavolo tutti, enti pubblici, esigenze dei cittadini e della proprietà».
Applausone e standing ovation.

...ma del "Genovino d'oro" cosa se ne farà?
 
 
 
 
 
 
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