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port-royal: assalto all'Europa

 
La band post-rock genovese ha deciso di cambiare aria. Piacciono agli inglesi e forse faranno una bella tournée. L'intervista a Emilio
 
   

     
7 settembre 2004
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di
Daniele
Miggino
   
Hanno un nome che chi ha studiato filosofia riconosce subito: port-royal. Come il monastero francese dove i giansenisti e Blaise Pascal pensavano all'uomo come una "canna al vento". Non quella canna...
Con simili teorie, però, il gruppo post-rock genovese ha poco a che fare: «È più che altro una questione di estetica. Ci piaceva il nome, ed era un po' diverso dal solito». A parlare è Emilio, l'anima "campionatoria" della band, con cui ho fatto due chiacchiere.

Giovani, giovanissimi. La loro età va dai 22 ai 25 anni. Ma come siete nati? «Al liceo», dice Emilio, «nel 2000 hanno iniziato Ettore (sintetizzatore) ed Attilio (chitarra), poi si è aggiunto Michele (batteria) e alla fine io (campionatore). Per i concerti, da un anno a questa parte, si è unito anche il bassista Giulio». Si forma il nucleo e parte con una vena più improntata al rock, poi arriva Emilio e le sonorità diventano decisamente più elettroniche. Il tuo arrivo ha cambiato molto le carte in tavola? «Sì, ma solo perché gli altri ragazzi non avevano i mezzi elettronici. La volontà era comune, e anche prima del mio arrivo erano piuttosto inclini all'elettronica».

Nel 2002 esce il loro primo Ep con la Marsiglia Records: Kraken. È subito boom. Arrivano recensioni lusinghiere e le prime luci della ribalta. L'anno dopo aprono i concerti di Marlene Kuntz e Skin al Goa Boa Festival. Non male per un gruppo completamente strumentale e dedito ad un genere per pochi intimi, soprattutto in Italia: il post-rock. È veramente così dura per voi? «Beh, all'estero il genere è sicuramente più apprezzato. In Italia è dura, perché non è pop. A Genova, per esempio, c'è un nocciolo duro di ascoltatori, ma è veramente minimo».

Ma loro non si sono dati per vinti. Il post-rock in Italia non è ascoltato? Bene, andiamo dove la gente la pensa diversamente! «Abbiamo scelto di uscire dall'ambiente familiare di Genova e di puntare a luoghi in cui non ci conosceva nessuno. Qui contano molto amicizie e conoscenze, forse più della musica». Laggiù, invece, conta il demo. Emilio e gli altri li spediscono in giro per l'Europa. E le risposte arrivano. La - etichetta inglese - li ha contattati. Come è andata avanti la questione? «Il demo è piaciuto. Vorrebbero produrre il prossimo album, che dovrebbe uscire a gennaio 2005 o tutt'al più a novembre». E non è tutto. La casa discografica sta organizzando una tournée europea per due gruppi di punta: i Dialect e i Stafrænn Häkon, ma ci sono molte probabilità che anche i nostri ci siano. «Noi abbiamo dato piena disponibilità, speriamo che la cosa vada in porto», continua Emilio. E ci credo: Olanda, Belgio, Inghilterra, Francia... mica bruscolini.

Ma parliamo un po' di voi. C'è qualcuno in cui vi riconoscete? O a cui vi ispirate? «Mah. È difficile. Siamo in cinque, abbiamo gusti molto simili ma comunque diversi». Ok, mi basta un nome, tanto per orientarci un po'. «Direi Magnetophone, senza dubbio, forse anche Mogwai e Sigur Ros».

Purtroppo non ci sono date in programma a breve termine. C'è da fare il disco. Ma ci hanno promesso che, appena ne esce una in zona, ci chiamano. A proposito, come si intitolerà il disco? «Flares, ma è ancora provvisorio». E lo stile? È cambiato? «Un po'. Ci siamo spostati leggermente verso il rock». Ti faccio una domanda di rito. Cosa pensi di questo anno (Genova 2004) dal punto di vista della musica? «Le iniziative sono state numerosissime, ma forse sono partite un po' in ritardo. Tutto sommato fino all'estate non c'è stato quasi nulla».

Particolare non da poco, è scaricabile per intero dal loro sito. Andateli a sentire. «È un disco che ha dato soddisfazione, forse lo ripubblichiamo».
Saluto il gentile Emilio. Come si suol dire, andate e spaccate!

Nella foto: i port-royal in un concerto dal vivo
 
 
 
 
 
 
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