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Una cosa che mi sono sempre chiesta: come mai, anche in piena notte, i grattacieli di
New York sono illuminati? Voglio dire, fanno quasi tutti parte del Financial District che si svuota la sera, quando
Manhattan diventa il regno dei "pochi" fortunati che vi risiedono. La maggior parte della gente che lavora in centro, si spara ore di metro o di macchina per raggiungere l'ufficio. Pensate che la mia capa di allora si alzava alle 4 di mattina per evitare il traffico e essere sul suo desk alle 8 in punto. La sera arrivava a casa alle nove.
Si potrebbe scrivere un libro sulla metropolitana di New York. La gente, la mattina sembra in trance, con auricolari nelle orecchie, giornale o libro in mano, chi seduto chi spiaccicato contro la porta. Qualcuno tenta di bersi un caffè in bilico, quasi nessuno fiata. Un "campionario" d'umanità veramente notevole.
Fatto sta che questa metropoli che non dorme mai (alle due di notte si vede gente in giro col sacchetto della spesa), forse l'unica al mondo con la metro aperta 24 ore su 24, 365 giorni l'anno, dipende in tutto e per tutto dall'energia elettrica. Il
15 agosto del 2003, quando un grande
black out ha paralizzato la città, io ero giusto da quelle parti. Per la precisione ero nella libreria delle
Nazioni Unite. Ad un tratto la luce se n'è andata e ci hanno fatto evacuare l'edificio. Centinaia di persone si sono riversate in strada, una fila di macchine di rappresentanza è passata velocemente davanti all'ingresso principale a "raccattare" i diplomatici vari. C'era nell'aria un po' di psicosi da attentato. Qualcuno piangeva dall'agitazione. Non voglio pensare a chi è rimasto bloccato nella metro: dopo l'11 settembre ogni minimo disguido sui treni fa sobbalzare il cuore in petto.
Il traffico è impazzito. La gente comune si è improvvisata vigile urbano. E un fiume di persone attraversava le strade. Un caldo soffocante, i bar svaligiati e, con i frigoriferi fuori uso, le bibite cominciavano a diventare bollenti. Le gelaterie regalavano i gelati prima che si squagliassero. Dalla 42esima strada sono arrivata all'11, dove abitavo ma non mi decidevo a salire in casa. Tutti erano seduti fuori dai negozi con le radio accese appoggiate sull'asfalto per capire cosa cavolo fosse successo. E ci si preparava alla notte, al buio, ma soprattutto alla mancanza di aria condizionata e ventilatori.
È stata una notte magica. La città impazzita di una gioia infantile. Le vie dell'
East Village illuminate dalle candele. Tutti a chiacchierare in strada, sui gradini, sui tavolini improvvisati.
Al crepuscolo mi sono ritrovata con gli inquilini del mio palazzo sul tetto per un pic nic "comunitario": ciascuno ha cucinato ciò che aveva in frigo, il giorno dopo sarebbe stato tutto da buttare. Così abbiamo assistito insieme all'arrivo dell'oscurità sulla città e c'era qualcosa di apocalittico e rituale in quell'atmosfera. Vedevamo anche gli altri tetti, pieni di persone con la chitarra o i cannocchiali che guardavano sull'
avenue A senza macchine, perché il traffico era stato bloccato.
In estate, quando chiudono le scuole, i ragazzini che vivono fuori Manhattan vengono in città con le bici e scorribandano per un po' di giorni vivendo per strada. Quella notte giravano per il Village a "sciami" compatti, riempiendo le vie delle loro grida. Poi hanno fatto un grande falò nel parco, fulcro di una festa animata da musica e balli improvvisati. I supermercati e bar rimasti aperti si contavano sulle dita di una mano perché temevano i furti. Quelli che non hanno chiuso imponevano un percorso obbligato fatto di candele e torce attraverso gli scaffali. Era come vivere in un film e la gente era felice, unita, amichevole, solidale.
Quella notte abbiamo dormito in molti sui tetti, perché gli appartamenti sembravano forni. Lo
sky line era stato inghiottito dall'oscurità e la sensazione era di essere su zattere alla deriva che hanno perso il loro faro, la luce rassicurante dell'
Empire State Building o del
Chrysler.
Erano anni che New York non si addormentava sotto un cielo stellato.
Nelle foto:il black out di New York