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Magari sarà tardi ma io ve lo dico ugualmente, dato che un last minute si trova sempre. Agosto è un mese ideale per andare a New York. Mi direte: "il clima fa schifo, si muore di caldo". E avete ragione. Ma la verità è che la Grande Mela, climaticamente parlando è un disastro, in tutte le stagioni. Prendete Natale. Atmosfera fantastica, ma se non nevica (e non parlo di nevischio ma di bufere, metri e metri di neve da spalare) piove e se non piove c'è un vento gelido e tagliente che ti fa venir voglia di vivere nella metro, o da Starbucks, o da Barnes&Nobles. A febbraio e marzo la situazione non cambia con la differenza che non c'è nemmeno più la consolazione di luci e addobbi.
Prendete aprile o maggio. Un giorno te ne vai a Central Park in costume e ti ustioni anche, il giorno dopo nevica. L'estate è calda e basta, ma l'aria condizionata aiuta. Anzi, fa venir voglia di stare all'aperto, sempre che tu non abbia messo in valigia abiti invernali.
Il bello di New York è che c'è tutto, sempre, ma in estate la vita si sposta all'aperto e c'è un'energia per le strade che ha del miracoloso. Qualsiasi cosa abbiate in mente, state certi che lo potrete trovare. Come? Prendete la rivista Time Out e andrete sul sicuro. Se cercate cose non troppo turistiche e un po' alternative il vostro quartiere è certamente l'East Village. Scendete alla fermata della metro Astor Place, camminate verso est e vi si aprirà un mondo nuovo. La cosa migliore è curiosare: potreste aggirarvi per ore tra piccole librerie, negozi vintage e locali particolari.
A Saint Marks Place, per esempio, è imperdibile lo Yaffa Cafè, un ristorante/bar always open, con giardino sul retro e un arredamento decisamente kitsch. È un posto sopra le righe, ironico e divertente, con ottimo servizio e cibo (a prezzi contenuti considerando quanto è cara la città).
Oltre Tompkins Square Park, in zona Alphabet City (avenue A, B, e C) ci sono i community gardens, ovvero spazi verdi autogestiti che propongono spettacoli teatrali, mostre d'arte e concerti. In uno di questi, la scorso estate, ho visto Romeo e Giulietta, messo in scena da una compagnia di giovani attori: le parole erano fedeli al testo shakespeariano ma nei costumi e nelle scene c'era una nota d'attualità originale; i Capuleti erano vestiti da arabi, i Montecchi da soldati americani. Così tutto lo spettacolo, molto semplice e realizzato con pochi mezzi, è diventato metafora della guerra e messaggio di pace.
La gente del quartiere coltiva fiori e ortaggi nei "giardini di tutti", spesso arredati o addobbati con oggetti da rigattiere, riciclati. Questa zona della città adesso è diventata trendy (ci abita Gwyneth Paltrow!) e sicurissima. Un tempo, soprattutto la "zona dell'alfabeto" era off limits, una specie di ghetto ai margini della città; tanto ai margini che le strade non erano nemmeno più numerate ma indicare con le lettere.
Il giardino più interessante è forse quello che si affaccia sull'ave B, ben riconoscibile per la cosiddetta torre di spazzatura. Quando la città ha concesso questi spazi agli abitanti della zona, ha anche permesso la costruzione di una "scultura", una forma d'espressione della comunità, ma con limiti di spazio ben precisi. Gli "artisti" hanno così pensato di eludere la prescrizione sviluppando la loro opera in altezza. Ecco com'è nata la torre, lavoro collettivo formato da cataste di legno e un po' di tutto (sedie, pezzi di mobili, bambole, vecchi giocattoli, c'è anche un cavallo a dondolo). Non posso dire che sia bella, ma lì ci sta.
La cosa che più colpisce da queste parti è l'azzeramento di tutti canoni tradizionali; la mancanza di cultura (come la intendiamo noi) comporta, necessariamente, la mancanza di retaggi culturali e un'immensa libertà espressiva. Una tabula rasa, dove tutto può essere.
Nelle foto: L'East Village
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