Claudio Nocera, in arte "Rufus", è morto improvvisamante mercoledì sera nella sua casa di Milano. Era un attore, un autore teatrale e televisivo. A Genova ha fondato i Cavalli Marci con cui è arrivato fino a Italia Uno.
di Fabrizio Casalino
Non ho mai scritto un coccodrillo, non immaginavo che mi sarebbe capitato. E men che meno immaginavo di scriverlo per Rufus. Era un leone. Ho trascorso in sua compagnia gli ultimi sette anni, da quando mi chiese una sera di fare l'ospite per uno spettacolo con i
Cavalli Marci, dando inizio ad un piacevole diversivo che è diventato il mio lavoro e poi una mezza carriera. Altra cosa che non avrei immaginato. Come si vede Rufus ha sempre avuto la capacità di stupirmi.
Non vorrei cadere nelle pompose celebrazioni
ad memoriam che si fanno in questi casi. Sono convinto che a lui non piacerebbe. Era uno di poche, chiare parole. Era una persona che tendeva, se possibile, a semplificare. Vedeva le cose nella loro semplicità naturale, come nel calcio, dove ci sono mille dinamiche e mille varianti, ma nella sostanza bisogna fare gol. Forse per questo amava le metafore calcistiche.
Io non ho mai capito niente di calcio, ma ho diviso con lui il palco e il camerino, centinaia di volte. Anche quando i Cavalli Marci erano all'apice della loro gloria, ho sempre ammirato la sua totale dedizione al pubblico.
Rufus mi ha insegnato che il pubblico va rispettato, a qualunque costo. Anche se per prendere una risata basta una parola volgare, uno scivolone clownesco. Mi ha insegnato che in questo lavoro la strada più breve non paga, e che bisogna lavorare per l'intelligenza delle persone, non per il loro cattivo gusto. Credo che i Cavalli Marci siano la prova di come Claudio, gestendo con rigore le personalità di dieci artisti, ha saputo dar vita ad un intrattenimento che in tempi come questi faceva ridere con eleganza.
E l'eleganza, nella comicità, è un lusso. Si ottiene solo con il gusto e una profonda umiltà di partenza.
Questo mi ha insegnato Rufus: che è necessario essere umili. Essere artigiani, fondamentalmente essere onesti.
Quando facevamo le serate, voleva che i cambi di scena fossero molto veloci. Bisognava schizzare via prima dell'applauso, lasciarlo come un regalo al numero successivo. Lui se n'è andato così, in un lampo, come mille volte l'ho visto uscire di scena, per poi guardare dalla quinta chi c'era dopo.
E lo ricorderò così, e farò del mio meglio per farlo ridere ancora.
Nella foto: Rufus Nocera