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Cinquecento film e non sentirli

 
Antonella Sica è assieme a Cristiano Palozzi l'organizzatrice del Genova Film Festival. Il cinema in città: la nostra intervista
 
   

     
26 giugno 2004
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di
Giulio
Nepi
   
Antonella Sica
Abbiamo incontrato Antonella Sica, 38 anni, genovese, ideatrice assieme a Cristiano Palozzi del Genova Film Festival, giunto quest'anno all'ottava edizione (dal 28 giugno al 4 luglio): vera e propria vetrina per l'arte cinematografica ligure - e non solo.

Come è nata l'idea di organizzare un festival cinematografico?
«Bisogna premettere che io e Cristiano siamo due filmmaker. Nel 1996 venimmo invitati al Torino film festival, non una cosa di tutti i giorni visto che la selezione è durissima, solo 20 pellicole su un migliaio di richieste. E noi ci siamo andati partendo dal nulla, perché il nulla era quello che Genova allora offriva. Ma di questo ce ne siamo accorti solo là. E fu una folgorazione. Una volta tornati abbiamo voluto creare un evento che fosse un momento di confronto e crescita per chi il cinema lo fa in prima persona. Infatti fin dall'inizio abbiamo premiato i vincitori dei concorsi "in natura", con servizi e pellicole».
E ha funzionato.
«Chi è venuto ha trovato un ambiente diverso... non lo dico io, ma le decine di lettere che ci arrivano per ringraziarci. È un festival vivo, non è per "fare cultura" ma per muovere le cose».
Bé, all'ottava edizione puoi ormai dircelo: si sono mosse le cose?
«Decisamente sì, e almeno in ambito regionale ne abbiamo anche visto i frutti, con ragazzi che sono diventati ottimi professionisti. Quest'anno ci sono arrivate cinquecento pellicole e un centinaio erano liguri. Vuol dire che stiamo svolgendo una funzione di crescita per tutto l'ambito regionale».
Scusa, ma quanto tempo ci vuole per visionare cinquecento film?
«Tre mesi. Ma devi anche contare quelli delle rassegne collaterali, quest'anno ad esempio ci siamo sorbiti un'ottantina di film sudafricani, tutti in lingua originale. Ecco perché durante l'anno siamo "silenziosi": abbiamo un sacco di lavoro da fare».
Ci credo...
«Comunque quest'anno dovremmo riuscire a dare inizio alle attività "invernali", con dei seminari per professionisti e l'apertura della mediateca a Palazzo Ducale, ovvero tutto l'archivio del GFF, circa tremila film».
Qual è il sogno nel cassetto?
«Lascerei da parte le favole, perché sennò ti direi subito "un festival internazionale famoso nel mondo". Diciamo che ci accontentiamo di fare dei piccoli passetti, d'altronde la città è difficile. Ci piacerebbe poter ospitare gli autori in concorso durante il Festival, e soprattutto trasformare per una settimana Genova in una "città del cinema"».
Immagino che questa sia la nota dolente...
«Infatti. In altri posti c'è maggior partecipazione, ti parlo anche di piccole scemate come i locali che fanno i cocktail col nome di attori famosi: il cinema è protagonista per tutta la durata del festival. Qui invece abbiamo problemi persino con la convenzione dei buoni pasto...».
Com'è messo il cinema in Italia?
«Va benissimo il documentario, intendo quello di creazione, non quello alla ‘Airone'. Il problema della fiction è invece che molti confondono la voglia di essere sotto i riflettori con l'avere qualcosa da dire. Ma il nocciolo della questione è che manca la figura del produttore creativo, anche se adesso qualcosa finalmente si sta muovendo nella direzione giusta».
Qual è secondo te il film più bello mai girato a Genova?
«Così, su due piedi? Ho un po' la testa fusa dopo cinquecento film... vediamo... direi Profumo di donna, in parte girato qui. Fra quelli che invece hanno reso al meglio lo spirito della città, senz'altro Le mura di Malapaga e anche Agata e la tempesta di Soldini. A me poi piacciono anche i "poliziotteschi" degli anni ‘70».
 
 
 
 
 
 
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