Gondoliere, Fortunato Depero
Da venerdì 30 ottobre al 4 dicembre 2026, Bottegantica (in via Alessandro Manzoni 45) presenta Futurismo 1918–1944, una mostra dedicata alla stagione del movimento compresa tra le due guerre mondiali: un arco cronologico decisivo, nato dall’impulso originario dell’avanguardia e poi confluito in uno dei movimenti artistici più multiformi e longevi dell’arte italiana del Novecento.
La mostra, visitabile dal martedì al sabato dalle ore 10 alle 13 e dalle 15 alle 19, è accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo ampiamente illustrato, con un contributo di Tommaso Carletti che approfondisce la riscoperta del Futurismo tra le due guerre nelle gallerie private a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Attraversando gli anni Venti, Trenta e Quaranta, il percorso espositivo esplora tutte le fasi successive alla stagione avanguardistica del Futurismo degli albori, aprendosi idealmente con un’opera del 1918, Colpo di fucile del maestro Giacomo Balla. La rapidità del gesto disegnato condensa la rappresentazione di una deflagrazione, trattenendo così l’eco della stagione eroica del movimento, giunta però alla sua conclusione. Infatti, terminata la guerra nel medesimo anno, il Futurismo si trovò di fronte a un mondo cambiato e alla necessità di ridefinire la propria idea di modernità.
La ricerca di una rinnovata posizione del movimento vedrà comunque il permanere di alcuni elementi di continuità con il passato, come la costante attenzione rivolta alle ricerche delle coeve avanguardie europee. Negli anni Venti, i futuristi nutrirono infatti un interesse per un linguaggio post-cubista e meccanico, evidente in artisti come Fillia, presente in mostra con Femminilità del 1928, opera esemplificativa della nuova commistione tra figura umana e linguaggio meccanico. Quello stesso immaginario trovò nell’opera di Fortunato Depero una declinazione giocosa e favolistica: il Coleottero veneziano del 1927 porta con sé anche la memoria della storica stagione espositiva della Galleria Blu di Milano, che lo presentò nel 1960 in occasione di una delle prime mostre dedicate alla galassia futurista successiva alla Grande Guerra.
Con Thayaht, la ricerca futurista continua a indagare il territorio delle arti applicate, inaugurato con il Manifesto della ricostruzione futurista dell’universo del 1915. L’artista fiorentino, eccentrico sperimentatore e figura trasversale della cultura italiana tra le due guerre, combina rigore geometrico e raffinatezza cromatica nei suoi Motivi decorativi, possibili studi destinati alla ceramica o al tessuto. Il Futurismo conferma così la propria vocazione a sconfinare oltre la superficie del quadro, contaminando linguaggi, materiali e ambiti differenti.
La stessa tensione verso forme espressive non convenzionali attraversa l’opera di Farfa, presente in mostra con un raro esempio di cartopittura, Mani e riflessi variopinti del 1924, mentre con Tulli la sperimentazione del collage incontra l’immaginario dell’aeropittura. È proprio il rapporto con una nuova percezione dello spazio a segnare profondamente gli sviluppi del movimento negli anni Trenta e Quaranta: la visione dall’alto, la velocità e il mutamento continuo dei punti di osservazione ridefiniscono il paesaggio nella pittura.
A questa stagione appartiene anche Tato, tra i principali interpreti dell’aeropittura futurista, del quale la mostra riunisce, oltre a una celebre Aeropittura, esposta nel 1933 al Premio nazionale di pittura Golfo della Spezia, alcune illustrazioni a tempera su carta dedicate ai temi della politica e del lavoro durante il Ventennio, come Lavoro (Il varo della nave) del 1932. Si tratta di opere dalla spiccata vocazione narrativa, che costituiscono oggi anche significativi documenti storico-artistici di un’epoca in cui l’immaginario futurista entrò in relazione con la comunicazione pubblica e con la rappresentazione della società contemporanea.
Su questo stesso versante si colloca una figura meno nota ma significativa come Carlo Vittorio Testi, pittore, illustratore e grafico, che si avvicinò al Futurismo all’inizio degli anni Trenta, portando nella propria ricerca una particolare attenzione per l’efficacia sintetica dell’immagine, come nei suoi Marciatori del 1930.
Accanto a questo nucleo, due bozzetti teatrali di Tato, esposti nella sala del Teatro futurista italiano alla Biennale di Venezia del 1928, testimoniano un ulteriore campo di ricerca del movimento, quello della scena, intesa come spazio aperto alla sintesi tra pittura, architettura, luce e movimento. Il percorso della mostra restituisce così l’immagine di un movimento che, lontano dall’esaurirsi con la stagione eroica degli anni Dieci, continuò per oltre due decenni a mutare linguaggi e forme, confrontandosi con le profonde trasformazioni della società italiana e con un’idea di modernità a sua volta radicalmente cambiata.
In questa continua espansione dei confini dell’arte si inserisce la ricerca di Enrico Prampolini, figura di primo piano del Futurismo. Egli incarna, forse più di ogni altro, la capacità del movimento di trasformarsi: le sue ricerche attraversano la pittura, il teatro e le arti grafiche, accompagnando il Futurismo verso una concezione sempre più cosmica e astratta dello spazio.