Stefano Nazzi a Genova: «Alcuni media raccontarono il G8 negando le violenze alla Diaz e a Bolzaneto»

Stefano Nazzi ©Paola Popa Stefano Nazzi ©Paola Popa

Genova, 22/07/2026.

Io mi chiamo Stefano Nazzi, faccio il giornalista da tanti anni e nel corso della mia carriera mi sono occupato di tante storie come questa: una frase che gli appassionati di true crime e cronaca nera sanno a memoria e che sancisce l'inizio di Indagini, il podcast che ogni mese racconta un delitto. 

Martedì 21 luglio 2026 è andata in scena nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale e Genova una versione live di questo podcast, intitolata Altre Indagini. Scuola Diaz - Genova, 21 luglio 2001.

Venticinque anni dopo il G8, Genova si sofferma a ricordare quei fatti che sconvolsero la città e il mondo intero, con una particolare attenzione alle proteste dei Black Bloc, passando per i disordini per le vie blindate, senza dimenticare le violenze alla Scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto.

Prima del podcast live abbiamo incontrato Stefano Nazzi, per un approfondimento relativo al modo in cui i media hanno raccontato quei fatti. Per gli ascoltatori e le ascoltatrici di Indagini questo è il punto da cui si dipanano le analisi del giornalista del Post: vi racconterò il modo in cui le indagini hanno influenzato la reazione dei media e della società e il modo in cui i media e la società hanno influenzato le indagini.

«Come spesso avviene, ci furono due tipi di lettura», commenta Nazzi. «Una in particolare si concentrò totalmente sulle violenze dei Black Block e ignorò - o meglio finse di ignorare - anzi negò quello che era successo alla Scuola Diaz e a Bolzaneto. Tuttavia non dobbiamo dimenticare, però, che è esistita un'altra chiave di lettura attraverso cui molti dei fatti che successero proprio alla Diaz e a Bolzaneto sono arrivati a noi, attraverso il lavoro di giornalisti. Tra l'altro non scordiamoci neppure che alcuni di loro, provenienti da tutto il mondo, furono vittime delle violenze da parte delle forze dell'ordine. I media, come sempre, si sono comportati in maniera non unitaria, anche a seconda della loro identità  politica».

Raccontare i fatti del G8 a Genova, per un giornalista di esperienza come Nazzi, deve avere un certo effetto: «Essere qui è emozionante. In qualche modo, quella storia ha cambiato, indirizzato il nostro Paese, perchè un movimento enorme fu schiacciato di fatto dagli eventi e ci ritroviamo, venticinque anni dopo, ad assistere alla realizzazione concreta dei timori che erano alla base delle loro proteste». 

«È stato un momento, un passaggio storico, quello di Genova, per tantissimi motivi», continua Nazzi. «Non solo per quello che avvenne a livello di violenza, ma proprio per ciò che quel movimento chiedeva a gran voce. I grandi promettevano di sconfiggere la povertà e i Black bloc dimostravano per l'urgenza di trasformare quelle parole in azioni concrete, cosa che - di fatto - non è mai successa». 

Prima di salutare Stefano Nazzi non poteva mancare un'analisi sul profondo (e a volte morboso) interesse del pubblico verso il true crime e la cronaca nera: «In realtà questo tipo di attaccamento è sempre esistito, semplicemente adesso gli strumenti con cui vengono diffuse le informazioni sono sono molti di più e molto più ramificati. C'è l'interesse perché abbiamo paura delle cose che non capiamo, ma che allo stesso tempo più ci assomigliano e anche perché sentiamo empatia per le vittime».

«Il problema oggettivo», conclude Nazzi, «è che ora esiste una tale quantità di informazioni che vengono gettate sulle persone, da alzare al massimo il livello di difficoltà nel capire ciò che è vero, verificato e autentico da ciò che è solo illazione o semplicemente una notizia che il giorno successivo non lo sarà già più».

Di La Popa

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