Bandiera del Pride © pixabay.com
Genova, 08/06/2026.
Sabato 13 giugno torna a Genova la colorata parata del Pride. In numerosissime città del mondo, comprese quelle italiane, dalle più grandi alle più piccole, il mese di giugno è considerato il Pride Month. Ma al di là dell'arcolbaleno, cosa c'è dietro alle manifestazioni che celebrano l'orgoglio omosessuale (e non solo)?
Tutto nasce negli Stati Uniti, subito dopo il grande movimento per i diritti civili del 1968. Nel 1969, infatti, scoppiano i cosiddetti Moti di Stonewall, a seguito della chiusura forzata, da parte delle forze dell'ordine del The Stonewall Inn, iconico locale gay di New York.
Le manifestazioni durarono numerosi giorni e il motto scelto era Say it clear, say it loud, gay is good, gay is proud (dillo chiaro, gridalo forte, essere gay è una cosa giusta, devi essere orgoglioso/orgogliosa di essere gay): proprio da qui il termine proud inizia ad avere un'importanza particolare e centrale nella difesa dei diritti umani della comunità omosessuale, tanto è vero che ora si parla universalmente di Pride. Fino a qualche tempo fa la terminologia più usata era Gay Pride, ma attualmente per riferirsi alla manifestazione è rimasta solo la parola Pride, che definisce non solo l'orgoglio omosessuale, ma di tutti e tutte, senza etichette.
Tornando al passato, dal 1969 anche a Chicago, San Francisco, Los Angeles e New York iniziarono le prime manifestazioni e da lì a cascata anche l'Europa venne travolta dall'onda arcobaleno (che anni più tardi divenne il simbolo del Pride), partendo dalla Gran Bretagna, all'inizio degli anni Settanta.
Dagli anni Ottanta alla comunità originaria LGBT, Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender si unirono le sigle Q (Queer), I (intersex) e A (Asexual). Il simbolo + rappresenta tutte le altre persone che non vogliono incasellarsi in nessuna di queste categorie.
Attualmente il Pride si celebra anche in alcuni paesi dell'Africa e dell'Asia, ma in altre nazioni, come l'Arabia Saudita, l'omosessualità è addirittura punita con la pena capitale.
Negli ultimi tempi si è sollevata una domanda che ha fatto discutere: perché, negli anni Venti del Ventunesimo secolo, è ancora necessario celebrare il Pride? Il dato riferito all'Arabia Saudita, di per sè, potrebbe essere considerato già un più che valido motivo per continuare a sfilare al Pride, ma le ragioni sono molteplici. Basti pensare che, anche grazie al Pride, solo nel 1990 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato l'omosessualità dall'elenco delle malattie mentali.
Per quanto il 1990 possa sembrare lontano, nella linea del tempo, in realtà non lo è, se si pensa che stiamo parlando di neppure quarant'anni fa. Inoltre le discriminazioni verso la comunità LGBTQIA+, ancora molto spesso bersaglio di violenze, insulti e atti criminali, non sono un fatto da sottovalutare.
Anche dal punto di vista legislativo le cose non sono semplici: basti pensare ai matrimoni, che sono validi solo in relazione alle unioni civili oppure ai diritti in riferimento alla genitorialità, che ancora oggi - a parte alcuni casi - definiscono genitore solo la persona che ha partorito il bimbo o la bimba. Il Pride ha ormai abbondantemente passato i cinquant'anni di età, ma alcuni temi legati alla sua importanza sono ancora lontani dall'essere risolti. Ecco perchè celebrarlo può essere un modo per accendere i fari su questi argomenti.
Concludiamo con una curiosità: sapete perché nella sigla LGBTQIA+ la L di Lesbian è al primo posto? Tutto deriva dalla grande epidemia di Aids che colpì città come New York all'inizio degli anni Ottanta. Le uniche persone che rimasero vicino ai malati, superando per prime giudizi, paure e discriminazioni, furono proprio alcune appartenenti alla comunità lesbica, che accudirono con amore coloro che erano colpiti da quel virus che, all'epoca, era considerato una sentenza di morte certa.
Di P.P.