Via Balbi © Ancila Mettekkatt
Genova, 05/03/2026.
Via Balbi, la strada che collega piazza della Nunziata con piazza Acquaverde, è una delle vie più iconiche di Genova. Costruita tra il 1602 e il 1620 dall’architetto Bartolomeo Bianco per volere di Stefano Balbi, era una via alternativa a via Prè che collegava il centro con il ponente della città.
Andiamo a scoprire la sua storia. A guidarci lungo questo percorso è l’architetto e scrittrice genovese Patrizia Pittaluga, che ricostruisce la nascita di uno degli assi più rappresentativi della città, alternando storia, architettura e visione.
Patrizia Pittaluga
«Siamo intorno al 1600», racconta Pittaluga, «si è appena concluso il grande cantiere di Strada Nuova, voluto dall’aristocrazia genovese. È in questo clima di espansione e prestigio che la famiglia Balbi, nella persona di Stefano Balbi e in accordo con i Padri del Comune, decide di affidare all’architetto Bartolomeo Bianco un nuovo incarico: realizzare una strada alternativa a via Pré, fino ad allora unico collegamento con la parte occidentale della città, creando un asse diretto tra il porto e la porta di San Tommaso».
La prima tappa è via Balbi 1: «Qui ci troviamo nel primo lotto», spiega Pittaluga, «commissionato a Bartolomeo Bianco da Gio Agostino Balbi. Il terreno presenta una forma triangolare, resa ancora più complessa dalla presenza della collina scoscesa di Pietra Minuta e dai forti dislivelli. La committenza voleva comunque il tipico palazzo a U, che mal si conciliava con un lotto così difficile, stretto tra la collina e il convento dei frati francescani dell’Annunziata».
La soluzione di Bianco è un esempio di grande ingegno progettuale: una parte centrale affiancata da due ali laterali, capaci di adattarsi alla conformazione del terreno. «Qui si vede anche il lotto del giardino», sottolinea Pittaluga, «un elemento fondamentale per l’epoca». Il palazzo non è più concepito solo come spazio interno, ma dialoga con il paesaggio, integrando il giardino come parte essenziale della dimora.
Il giardino poi è stato ulteriormente ristrutturato e modificato dall'architetto Emanuele Andrea Tagliafichi a fine Settecento.
Via Balbi 1
Proseguendo lungo la via si arriva a via Balbi 4, progettata per i fratelli Giacomo e Pantaleo Balbi. «Qui vengono realizzati due appartamenti sovrapposti, ciascuno con il proprio piano nobile e un arioso loggiato». Lo spazio per il giardino è limitato, ma la soluzione è raffinata: un hortus conclusus adibito ad aranceto, regolare e concluso da un ninfeo.
«In origine c’era anche una cascata», racconta Pittaluga, «che scendeva verso un gruppo scultoreo di Nettuno che emerge dal mare con i destrieri». La cascata non è stata ripristinata, ma il gruppo scultoreo, realizzato da Barberini, è stato restaurato, mantenendo viva la memoria di quell’impianto scenografico.
Giardino di Palazzo Balbi Senarega (via Balbi 4)
Nel giro di circa sessant’anni via Balbi si trasforma in un grande complesso monumentale. «In questo arco di tempo», spiega Patrizia, «vengono costruiti sette palazzi, due chiese e un collegio». Tra questi spicca la chiesa dei Santi Gerolamo e Francesco Saverio, edificata come chiesa dei Gesuiti accanto al collegio della Compagnia di Gesù. In origine riservata esclusivamente ai padri, la chiesa è oggi sede della biblioteca universitaria. «La Compagnia del Gesù era fortemente orientata all’alta formazione», osserva Pittaluga, «tanto che ottenne di poter formare veri e propri corsi di laurea». Con la soppressione dell’ordine, alla fine del Settecento, l’università passa allo Stato e l’edificio assume la funzione attuale.
All’interno della chiesa si conservano gli affreschi di Piola. «Sono affreschi celebrativi, sia della famiglia Balbi sia dell’ispirazione e della missione educativa della Compagnia di Gesù».
Chiesa di Santi Gerolamo e Francesco Saverio
Accanto alla chiesa si trova l’ex collegio dei Gesuiti, attuale sede dell’Università di Genova, anch’esso progettato da Bartolomeo Bianco. «Il cortile è posto a una quota superiore», racconta l’architetta, «perché alle spalle c’era la collina di Pietra Minuta. Una difficoltà che Bianco trasforma in opportunità, ispirandosi al progetto di Ponziello per Palazzo Doria Tursi in Strada Nuova e realizzando un magnifico scalone che conduce al primo cortile». Il cortile era centrale nella filosofia didattica dei Gesuiti: luogo di incontro, di formazione e di eventi teatrali.
Al piano superiore si trova quella che oggi è l’aula magna dell’Università, un tempo destinata agli esercizi spirituali e affacciata sulla via principale. «Questo palazzo», aggiunge Pittaluga, «custodisce anche opere straordinarie, come le sculture di Giambologna». Le statue e i bassorilievi bronzei, originariamente realizzati per la cappella Grimaldi nella chiesa di San Francesco in Strada Nuova, demolita nell’Ottocento, trovano qui una nuova collocazione.
Salendo ancora, si raggiungono gli spazi che un tempo ospitavano le celle dei padri gesuiti, oggi sede del rettorato. «Lungo il corridoio di Sant’Ignazio si aprivano le celle», racconta Pittaluga, «caratterizzate da bassorilievi, sovrapporta elaborata in ardesia e da un oratorio domestico di grande pregio, riservato esclusivamente ai padri».
Palazzo dell'Università di Genova, via Balbi 5 (Ex Collegio dei Gesuiti)
Il percorso prosegue fino alla chiesa dei Santi Carlo e Vittore, progettata da Bartolomeo Bianco per i Carmelitani Scalzi. «È una chiesa arretrata rispetto alla strada», racconta l’architetto, «è sopraelevata, perché anche qui c’era la collina di Pietra Minuta». Di fronte si apre il grande prospetto di quello che oggi conosciamo come Palazzo Reale, in origine palazzo di Stefano Balbi. «Circa quarant’anni dopo», spiega Patrizia, «subentra la famiglia Durazzo, legata ai Balbi anche da vincoli matrimoniali».
Quando Eugenio Durazzo diventa proprietario del palazzo, decide di finanziare anche la facciata della chiesa. «Passando lungo la via, quasi non si percepisce il carattere religioso dell’edificio», osserva Pittaluga, «sembra piuttosto un palazzo nobiliare, con un’ariosissima loggia di accesso».
La chiesa, inizialmente dedicata a San Carlo, viene poi intitolata anche a San Vittore in seguito a un episodio miracoloso. «Nel 1636 una nave irlandese affondò nel porto di Genova», racconta Pittaluga. «Venne recuperata la polena, una statua lignea della Madonna, che in seguito fu collegata a un miracolo riconosciuto anche da papa Urbano VIII: una bambina caduta dal quinto piano, miracolosamente si salva». La statua, che era custodita in un magazzino del palazzo, viene poi collocata nella chiesa di San Vittore, ma dopo la sua demolizione per la realizzazione della carrettiera Carlo Alberto, attuale via Gramsci, la statua viene trasferita nella chiesa di San Carlo, dove ancora oggi si trova sull’altare maggiore.
Il cuore scenografico di Via Balbi resta Palazzo Balbi, poi divenuto Palazzo Reale. «Stefano Balbi volle costruire qui il suo palazzo, in posizione centrale», spiega Pittaluga. Con l’arrivo dei Durazzo, l’edificio viene profondamente trasformato: Eugenio Durazzo triplica il prospetto e affida a Carlo Fontana importanti modifiche a scaloni, atrio e cortile. Nel 1824 il palazzo viene acquisito dai Savoia, assumendo definitivamente il nome di Palazzo Reale.
Palazzo Reale
«È un edificio di grande magnificenza», conclude Pittaluga, «con un carattere fortemente scenografico, soprattutto nell’affaccio verso il mare e nel giardino che si protende a sud». Via Balbi, ancora oggi, rimane uno dei più straordinari esempi di arte barocca genovese: una strada che racconta secoli di potere, cultura e visione architettonica.
Di A.M.