Vautours (Avvoltoi) alla Sala Mercato

Foto di scena © Andrea Morgillo/teatronazionalegenova.it Foto di scena © Andrea Morgillo/teatronazionalegenova.it
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DA Giovedì26Marzo2026
A Domenica29Marzo2026

Giovedì 26 a domenica 29 marzo, alla Sala Mercato - Teatro Nazionale Genova (piazza Gustavo Modena 3) è in programma Vautours (Avvoltoi) per la regia di Sergio Romano, Roberto Serpi e Ivan Zerbinati.

In un luogo indefinito, sepolto nel ventre di un sotterraneo spoglio, tre uomini si aggirano come spettri di un’umanità deragliata. Sono disoccupati in una società in cui il lavoro è l’unica cosa che conta: esclusi, espulsi dal meccanismo produttivo, dimenticati dal mondo. Un tempo, ricordano, quando avevano un posto in azienda, erano qualcuno; ora, senza lavoro, non sono più niente. Da qui parte Vautours (Avvoltoi) di Roberto Serpi, interpretato da Roberto Serpi, Federico Vanni e Ivan Zerbinati. Uno spettacolo teatrale feroce e tagliente sul valore identitario del lavoro e sul vuoto che si spalanca quando esso viene meno.

Lo spettacolo si dipana come un giallo dell’anima: ogni gesto, ogni battuta, ogni silenzio svela un nuovo accento dell’animo umano, in un crescendo grottesco e tragicomico, con un linguaggio duro, schietto, incontaminato. I protagonisti, come personaggi beckettiani smarriti nella loro stessa inutilità, inseguono disperatamente il sogno di essere riammessi “dentro”, nel Sistema, nell’Azienda-mondo, accettando umiliazioni, compromessi e crudeltà. La scena è nuda, quasi ascetica: una scenografia essenziale, nessuna colonna sonora. Solo tre corpi, tre voci, tre presenze.

«Senza scenografie, musiche, mai un cambio luce, voci registrate, video, costumi – conferma Roberto Serpi – Vautours è anche un pretesto per vedere se il teatro contemporaneo può funzionare proprio con niente». In questo vuoto assoluto risuona con forza ogni parola, ogni sguardo, ogni cenno. La regia è un gesto potente che accentua il senso di smarrimento e di claustrofobia dell’opera. Vautours è uno specchio spietato della nostra epoca, un affresco crudo e poetico su una società anestetizzata, dove l’individuo esiste solo in funzione del proprio ruolo produttivo. Uno spettacolo che disarma e graffia con una domanda scomoda: chi siamo, quando smettiamo di essere utili?

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