Piazza dell'Olivella a Genova: un angolo di pace nascosto nel borgo del Carmine

piazza San Bartolomeo dell'Olivella © Ancila Mettekkatt piazza San Bartolomeo dell'Olivella © Ancila Mettekkatt

Genova, 03/02/2026.

A pochi passi dal traffico e dal brusio del centro, Genova custodisce un angolo silenzioso e raccolto, incastonato tra le alte facciate dei palazzi: piazza San Bartolomeo dell’Olivella. Un piccolo gioiello nascosto e sospeso nel tempo che si trova nel borgo del Carmine, a breve distanza da piazza della Nunziata

La piazza, intima e quasi segreta, deve il suo nome alla chiesa medievale di San Bartolomeo dell’Olivella che la domina. Costruita nel 1305 per volontà del banchiere genovese Bonagiunta Valente e affidata all’ordine cistercense come monastero destinato alle monache, la chiesa è oggi sconsacrata. Abbandonata nel XIX secolo, nel corso dei secoli ha cambiato più volte funzione: da luogo di culto a teatro, fino a diventare edificio residenziale, ruolo che mantiene ancora oggi.


Il toponimo Olivella affonda però le sue radici in un passato ancora più antico. Al centro della piazza resistono due ulivi, piantati circa 25–30 anni fa, che richiamano l’uliveto che un tempo sorgeva proprio qui. Un dettaglio che racconta un’anima rurale ormai lontana, ma ancora percepibile nella calma che caratterizza questo spazio urbano.


Ulivi in piazza dell'Olivella. Foto di Ancila Mettekkatt

Piazza San Bartolomeo dell’Olivella non è solo memoria storica, ma anche luogo vissuto. Gli abitanti del quartiere, in alcune serate, si ritrovano qui per cucinare e mangiare insieme, mantenendo vivo un forte senso di comunità. A testimoniarlo è anche un foglio affisso su un muro della piazza, che racconta la storia del luogo e delle persone che da qui sono partite. 

Qui un estratto dal foglio: 

«Questo è un luogo di partenze silenziose perché le partenze fanno male al cuore, che si lasci per avventura o per disperazione. Ma ancor più silenziosi (perché incerti, perché stranieri) sono gli arrivi, che pure si susseguono e che trovano tra quei vecchi muri il senso proprio del loro andare: anime sole, anime accoppiate, magari assortite, intrecciate, riprodotte, anime incredule, anime vaganti che cercano un luogo proprio, dove riconoscersi». 

[...] 

«Fioriscono in un amen panche e tavolacci, sventagliano tovaglie, si sturano bottiglie, atterrano vassoi, teglie e ceste in cui quel poco o quel tanto è a disposizione di tutti, compresi quelli che passano tornando dal lavoro e che si fermano un momento, almeno a ringraziare, a lasciare sul piatto una parola. Perché non è il salame, la polenta o il minestrone che fa la gente sazia e nemmeno la focaccia o l'ormeasco, ma quel sentirsi parte necessaria e accolta, foss'anche per un'ora, il tempo di tornare ognuno a casa sua con l'odore addosso di und vita condivisa. 

Di solito il miracolo accade di mercoledì, una giornata messa di traverso a far da ponte su tutto ciò che ci scorre addosso, dove di solito non si parte e chi è già partito vede prossimo il tempo del ritorno».


Borgo del Carmine. Foto di Ancila Mettekkatt

Come spesso accade a Genova, storia e leggenda si intrecciano. Secondo una tradizione popolare, la piazza sarebbe frequentata dal fantasma di una donna che vaga portando un fardello con la testa del marito traditore. Nessun timore però: si dice che la sua apparizione avvenga solo all’alba, quando la città è ancora immersa nel silenzio. 

A rendere questo angolo ancora più affascinante è il contesto che lo circonda. I vicoli del Carmine raccontano una storia fatta di antichi mestieri e dolcezze: un tempo, infatti, qui si stabilirono cioccolatieri e confettieri. Vico del Cioccolatte, vico della Giuggiola, vico dello Zucchero, vico della Fragola sono nomi che sembrano usciti da una fiaba e che conservano la memoria di quel passato. Un quartiere raccolto, da attraversare lentamente e da ammirare in silenzio, lontano dal caos cittadino. 

Di Ancila Mettekkatt

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