Tanatoestetica: il trucco che dona dignità a chi ci ha lasciato e che addolcisce il lutto. L'intervista a Irene Mele

Irene Mele, tanatoesteta ©Paola Popa Irene Mele, tanatoesteta ©Paola Popa

Guarda su Instagram la nostra video intervista a Irene Mele (prima parte e seconda parte)

Genova, 16/01/2026.

Può da un dolore, da un trauma, nascere una nuova vita? Piccolo spoiler: sì e la storia che stiamo per raccontare ne è la prova concreta. Non solo si può imboccare un nuovo sentiero, ma è possibile anche trovare il lavoro dei sogni, un lavoro che qui in Italia è ancora poco conosciuto e che è legato a doppio filo ad un argomento troppo spesso considerato un tabù, che però riguarda tutti e tutte, senza sconti.

Si tratta della morte, non delle sue cause, ma di quello che accade al nostro corpo in seguito all'evento che ha provocato la fine della vita: dopo le pratiche mediche, forse non tutti sanno che può entrare in campo la protagonista della nostra storia, una tanatoesteta, ossia quella persona che si prende cura delle salme, dal lavaggio, alla disinfezione, fino al camouflage, cercando di rendere meno visibili i segni causati dal decesso, distendendo i tratti del viso, rendendo più rosate le sfumature del colore della pelle, nascondendo le ferite o i segni delle procedure ospedaliere.

Se ci pensiamo bene, in fondo, nella storia dell'Umanità, le figure che si prendono cura delle salme esistono da millenni, basti pensare a coloro che si occupavano dei faraoni dell'antico Egitto. Per qualche motivo, però, con l'avvento della modernità tutto ha assunto un alone di cupezza: non si parla di morte, la si combatte (per fortuna) con la scienza, ma Lei esisterà sempre, quindi tanto vale fare in modo che diventi un argomento da trattare con più serenità possibile.

È proprio la serenità, oltre che una grande empatia e un hairstyle fatto di capelli tinti di un blu notte profondissimo, quella che si nota subito guardando Irene Mele, tanatoesteta e formatrice genovese, diventata in poco tempo un volto dei social, grazie ai contenuti sul suo profilo Intagram (@irene_mele_tanatoestetica) e su quello Tik Tok (@rebiy23). Su queste piattaforme, spesso troppo criticate, in realtà si parla più liberamente di argomenti come la morte (e la salute mentale) che sui canali istituzionali ancora trovano terreno più ostile. Non è un caso che i follower rivolgano a Irene una miriade di domande, non solo sulla morte in sè, ma anche su quello che succede ai nostri cari quando ci lasciano e sulle tecniche utilizzate per fare in modo che i loro corpi vengano trattati e presentati ai famigliari con dignità, per evitare a chi rimane traumi difficili da superare. 

Proprio questo è successo a Irene, tanti anni fa, in una fredda stanza di ospedale dove oltre al dolore della perdita di un famigliare, le è cascato rovinosamente sulle spalle lo shock di vedere una persona amatissima trattata con poca delicatezza e cura: «Volevo evitare che succedesse a qualcun altro, perchè il percorso che ho dovuto intraprendere per cercare di superare questo trauma mi è costato sudore e fatica».

Una fatica resa più leggera dall'aiuto di una terapeuta che, tra i tanti consigli, gliene ha dato uno cinematografico: guardare Departures, pellicola giapponese che tratta il tema della perdita, attraverso la storia di un violoncellista che rimane senza lavoro e che per provvedere a se stesso e alla moglie si trova quasi per caso a diventare tanatoesteta in un piccolo villaggio nipponico, imparando così un'arte antica, fatta di gesti solenni, vestizioni e cosmetici applicati con delicatezza.

Da lì la scintilla ed ecco che dopo un corso apposito Irene, forte della sua professione di make up artist, inizia questo mestiere.

«Questo lavoro mi ha restituito la vita», racconta Irene, provando concretamente che due concetti così antitetici come la vita e la morte, siano in realtà complementari. «Non è solo un lavoro, è un lavoro per l'anima», continua Irene, citando una battuta del film Departures. «Dopo mille ricerche sul web ho trovato un corso a Parma, tenuto da Karine Pesquera, ex infermiera e tanatoesteta francese con cui si è instaurato subito un bellissimo rapporto. Appena sono enrata in aula ho subito capito che ero nel posto giusto, siamo entrate immediatamente in sintonia e mi sono appassionata in maniera infinita a questo mestiere, anche se in quel momento mi stavo semplicemente esercitando su dei manichini. Essendo già una make up artist sono diventata da subito una sorta di sua assistente, aiutandola soprattutto con la parte maschile della classe, che aveva poca dimestichezza con fondotinta, correttore, pennelli e spugne».

Dopo il corso Irene inizia a lavorare per Asef Genova, l'azienda comunale dei servizi funebri e si fa strada in questo campo così poco conosciuto, quasi nascosto ai margini della società: «A volte, magari quando sono ad una tavolata al ristorante con persone che ancora non sanno di cosa mi occupo, c'è un po' di imbarazzo, soprattutto qui da noi. All'estero è molto diverso, basti pensare che, a livello legislativo, l'Italia è l'unica nazione che non riconosce la tanatoprassi all'interno dei regolamenti di polizia mortuaria. Non ha nulla a che vedere con la tanatoestetica, ma è un argomento che può rientrare nello stesso campo d'azione. Si tratta di una serie di pratiche che servono a preservare il corpo dai 10 ai 20 giorni, con l'utilizzo di liquidi a base di formalina, iniezioni arteriose e l'utilizzo del trocar, uno strumento che serve a svuotare il corpo da liquidi e gas di putrefazione. Anche la Spagna è molto avanti da questo punto di vista, infatti in tutti i contratti di lavoro è prevista una trattenuta sullo stipendo che servirà poi a pagare il proprio funerale, evitando così che ci pensino i parenti e dandogli invece la possibilità di potersi concentrare sul lato più spirituale ed emotivo della perdita».

Insomma, l'Italia è il fanalino di coda anche quando si parla dell'ultimo viaggio, costringendo chi rimane a farsi carico economico e logistico di una tonnellata di pratiche, tra scartoffie e corse da un ufficio comunale all'altro, in un momento delicatissimo, di cui si evita di parlare fino all'ultimo, in cui si vorrebbe solo poter ricordare chi ci ha lasciato: «Se parli di morte, parli di vita. Non esiste la vita senza la morte, inoltre se non si tratta l'argomento il risultato non cambia. Evitare l'argomento non serve nè ad evitare la morte, nè ad esorcizzarla. È necessario abbattere lo stigma, la vergogna che ancora aleggia su questo tema e questo è anche uno dei motivi principali per i quali sono sui social».

Passiamo ora agli stumenti del mestiere: «Questi sono rossetti, che io metto nel porta pillole, per praticità e perchè - essendo la confezione trasparente - a colpo d'occhio posso subito individuare la sfumatura che mi serve», ci mostra Irene, svuotando un'enorme borsa trasparente, piena di scomparti in cui lei inserisce trucchi, aghi e vaschette di acciaio. «Lascio sempre un paio di scompartimenti vuoti, così posso mescolare i colori e creare una nuova nuance. In alcuni casi i familiari mi danno la pochette, magari quella della nonna, con il suo rossetto preferito. Tutti noi, ma soprattutto le donne di una certa età, abbiamo una cifra estetica, stilistica, io ad esempio mi coloro i capelli (ora sono blu, ma chi la segue sui social ha visto anche un fucsia bello acceso e un purple particolarmente vibrante, ndr), mia nonna aveva il suo rossetto rosso di Chanel e mia madre uno specifico colore di smalto». 

«Talvolta i parenti mi regalano il trucco preferito della persona di cui mi sono presa cura. Ogni volta mi emoziono e da quando sono sono sui social, visto che io posso usare anche il make-up scaduto, perché ovviamente non crea nessun tipo di intolleranza, ci sono state tantissime ragazze che hanno preparato degli scatoloni e mi hanno mandato i prodotti di make-up che non usano più, in modo che io possa riutilizzlo nei corsi o sulle persone. Una parte di loro, attraverso il mio lavoro, sarà sempre con le persone che hanno lasciato questo mondo e questo è un pensiero che mi scalda il cuore».

Non solo rossetti e fondotinta, anche loro riposti in pratici scomparti, ma anche aghi: «Mi servono per risistemare le suture dell'autopsia, soprattutto quelle nelle zone visibili oppure per fare in modo di fissare la bocca, per far sì che l'espressione possa essere serena e distesa. Anche il cerotto spray è un mio fedele compagno di lavoro, quando devo chiudere le stomie, le piccole ferite come quelle provocate dal catetere o dalla flebo. A volte lo uso quando tratto la pelle carta da zucchero, cioè quella degli anziani, soprattutto quelli tanto disidratati. Se la guardi controluce luccica. Mi fanno sempre tanta tenerezza».

Quando si trattano certi argomenti, la parte emotiva può prendere il sopravvento, soprattutto se si è portatori sani di empatia, come lo è Irene. Tutti gli esseri umani dotati di sensibilità spesso non lo sanno, ma quella che per molto tempo, attraverso tante generazioni, è stata scambiata per mancanza di spina dorsale, è invece una specie di superpotere:  «L'empatia è il tuo strumento, tu con quello fai la differenza, così mi disse la mia psicoterapeuta. Quando ho capito che non mi dovevo vergognare di essere così empatica, ho anche avuto la conferma che però era necessario dare ai parenti delle persone di cui mi prendo cura il permesso di vivere il loro dolore, ma di non farlo entrare dentro di me. In terapia ho imparato a fare degli esercizi, per cui quando entro in stanza coi parenti, loro sono leggeri, sono liberi, esprimono il dolore come meglio credono, però io mi ricordo che è il loro e non è il mio».

Tutto ciò è necessario per mantenere un equilibrio, condizione di vitale importanza in generale, ma ancor di più quando si parla di professioni sanitarie o in campo funebre: «Io ho iniziato come make up artist per cerimonie, facevo anche i truccabimbi, attività con la quale ogni tanto mi dlietto ancora, per cercare di mantenere sempre il lato leggero della cosmesi».

È inevitabile però che il legame si crei, ma anche in questo non c'è nulla di negativo: «Alcuni si ricordano di me e mi fanno gli auguri a Natale, anche dopo anni mi scrivono. Non si può rimanere indifferenti davanti a certe vicende, non è umanamente possibile, ma cerco di rimanere concentrata sul mio lavoro e se mi si inumidiscono gli occhi, aspetto di essere in macchina per potermi sfogare. So cosa si prova in quei momenti, le persone hanno bisogno di affidarsi a qualcuno di solido e io sono onorata di poter svolgere quel compito».

Tornando ai materiali, cade l'occhio su una boccetta di un liquido color rosa chiaro e un'etichetta con una scritta circondata dal disegno di una piccola ragnatela, come quelle sui prodotti che si vendono nel periodo di Halloween: «Questo è lattice, che trovo nei siti di make-up e di effetti speciali, per questo il bollino così partcolare. Lo uso tantissimo nella parte della ricostruzione, magari anche su zone molto piccole, sul viso, su una mano, per coprire un taglio, uno strappo. Prendo una garza, la imbevo nel lattice, poi la modifico, la modello, aspetto che si asciughi e poi vado sopra col make-up. Per la ricostruzione facciale di parti più ampie uso la cera o la carne finta, anche quello materiale utilizzato nel mondo degli effetti speciali».

In tutto questo, Irene, che svolge il suo lavoro ovunque venga chiamata (giorno e notte), dagli ospedali, alle Rsa, fino alle case private è anche formatrice e sulle sue piattaforme social e sul suo sito si possono trovare tutte le informazioni necessarie

Non è finita, perchè anche le acconciature hanno una grande importanza: «Non è possibile fare un ottimo lavoro, senza lavare i capelli e senza fare la piega. I capelli incorniciano il viso, quindi questa è una parte essenziale. In un'ora, se non ho complicanze, riesco a fare tutto».

Sessanta minuti per restituire dignità a chi sta per intraprendere un lungo viaggio verso una meta sconosciuta (oppure nessuna, ma questo poco importa, ndr), sono pochissimi, se ci si pensa bene, ma possono assumere un'importanza gigantesca e lasciare un ricordo meno traumatico a chi rimane, lenendo un dolore che spesso si dice vada ad ondate. Nei primi giorni dopo la morte di una persona cara le onde si susseguono ad un ritmo incessante, poi lentamente si fanno più intervallate e in quello spazio tra un'onda e l'altra si può riprendere piano piano a respirare, ricordando le persone che ci hanno lasciato. Se poi la loro immagine è serena e curata, le onde possono farsi ancora meno violente.

Di Paola Popa

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