Teatro Milano - Venerdì 14 luglio 2017

Il Teatro Ringhiera chiude in festa: dove va Atir? Intervista a Serena Sinigaglia

Serena Sinigaglia
© Teatro Ringhiera

Milano - Lo scorso maggio è arrivata la lettera che annunciava la chiusura dell'Atir - Teatro Ringhiera di Milano per lavori urgenti di ristrutturazione, come comunicato alla compagnia dal Comune di Milano a fine aprile. Una storia non troppo diversa era capitata tra capo e collo, come si dice, anche al Teatro Cargo di Genova nel 2016.

Nella lettera, Atir Ringhiera dava la notizia sia nella sua portata drammatico-tragica: «Dover lasciare il Ringhiera, e con esso dieci anni di fatiche e impegno, è un dolore difficile da descrivere in un comunicato stampa. È una perdita enorme per Atir e certamente per il territorio». Sia presentandola come un fatto con cui confrontarsi attivamente«Tutto questo, però, non deve abbatterci. Poiché da sempre è nel nostro spirito provare a rilanciare di fronte alle avversità. I dieci anni di Atir al Ringhiera non vogliono e non devono andare persi. Fino al 3 ottobre 2017 tutte le attività verranno portate avanti col consueto entusiasmo. Ne faremo anzi di ulteriori proprio per celebrare l’improvvisa partenza e salutare la cara piazza Fabio Chiesa».

La scorsa settimana (5-6 luglio 2017) si è già consumato un ultimo atto: le Nina's Drag Queens sono andate in scena al Teatro Ringhiera con il loro Drag Penny Opera, inspirato aThe Beggar’s Opera di John Gay da cui anche Bertold Brecht prese le mosse per Opera da tre soldi. «Un'opera pop o feroce cabaret», come si legge nelle note di regia sul «potere assoluto, corrotto e stolido, che si intreccia all’illegalità e alla malavita»; «uno sguardo su un mondo di miserabili dove l’unica bussola è l’interesse personale».

Ultimo show del cartellone Atir? «Solo l'ultimo spettacolo delle Nina's Drag Queen al Teatro Ringhiera - spiega Serena Sinigaglia, direttrice artistica - loro infatti non riescono ad esserci a settembre, quando organizzeremo eventi per un vero e proprio saluto che culminerà con l'ultima serata, prevista il 30 settembre, che si trasforma in una notte in bianco nel vero senso dell'espressione».

L'invito è «a portare le tende, per passare la notte su La Piana, tra spezzoni di spettacoli di questi ultimi 10 anni al Ringhiera e momenti di dialogo con tutta la comunità teatrale milanese con cui l'Atir ha collaborato. Hanno già confermato Elio De Capitani, Sergio Escobar e molti altri. Dalle 21 alla 24, si susseguiranno tanti micro-interventi, cinque minuti ciascuno, tra pillole di teatro e chiacchierate per stare insieme e rievocare le cose fatte».

Il programma di sabato 30 settembre è ancora in divenire, ci sono però già alcuni punti fermi per chiudere, invece che aprire, quella che doveva essere la stagione 2017-2018 in cui Atir - che ha compiuto 20 anni nel 2016 - celebrava il decennio trascorso al Teatro Ringhiera. L'apertura è lasciata allo spettacolo-evento Il fanciullino: l’arte lieve della gioia a cura di Renata Ciaravino. «Una balera a cielo aperto sulla piana - prosegue Serena Sinigaglia - con il ballo liscio e gli attori Atir che raccontano le storie di quartiere, raccolte in un anno di interviste e incontri da Renata Ciaravino».

Già andato in scena il 2 giugno 2016, Il fanciullino è un progetto legato al territorio e per il territorio partito dall'idea del fanciullino di Giovanni Pascoli e da "La piana", come la chiamano gli abitanti del posto: una piazza nella periferia sud milanese, che è il cuore di un complesso di architettura brutalista costruito negli anni '70. Dopo un numero considerevole di “incontri/interviste” di “carattere emotivo” agli abitanti del quartiere Boifava-Chiesa Rossa, sul tema dell’infanzia e lo sguardo del fanciullo, sono state ricavate narrazioni confluite in tre diversi dispositivi artistici: «uno spettacolo-evento site-specific interattivo che vede come autori gli abitanti del quartiere Chiesa Rossa-Boifava, ubicato nella piazza La Piana. Un film-documentario su tutte le fasi del progetto. Un documento di testo, che raccolga le narrazioni degli abitanti del quartiere ChiesaRossa Boifava». L’obiettivo? «Da un lato restituire un senso di appartenenza e di affezione a questo luogo da parte del quartiere, e della città; dall’altro creare un luogo aperto e innovativo di sperimentazione artistica, culturale e sociale, in grado di cambiare la propria pelle nel corso del tempo».

Si è detto notte in bianco e, infatti, all'una si prosegue con Le allegri comari di Windsor, lo spettacolo più giovane di Atir. Fresco di debutto - il mese scorso (8 giugno) al Napoli Teatro Festival - per questa regia Serena Sinigaglia ha lavorato sul materiale shakespeariano insieme a Edoardo Erba per un'operazione che andasse oltre la riscrittura: «riadattare, tagliare, montando il testo, innestando, alla bisogna, pezzi suonati e cantati dal vivo dell’opera di Verdi». Di tutta la commedia sono rimaste sulla scena «solo le quattro comari: la signora Page, la signora Ford, la giovane Anne Page e la serva Quickly. Saranno loro a impersonare gli altri personaggi, a mostrarci i mariti assenti, gli amanti assenti e soprattutto il grande assente Falstaff. Da lui tutto comincia e con lui tutto finisce». Accanto a loro «una fisarmonicista che, oltre ad accompagnarci dal vivo sulle note di Verdi, facesse un ruolo en travesti come vuole la tradizione shakespeariana, ma al contrario!».

Di spettacolo in spettacolo la festa del 30 settembre, su La Piana, si avvia a spegnere le luci all'alba: «Chiudiamo alle 6 del mattino con Le ultime lettere dei condannati a morte della Resistenza». Energetica come sempre, Serena Sinigaglia annuncia: «Il motto sarà In tenda! così quando si è stanchi si dorme un po' e poi si torna a seguire la serata».

Quella del 30 settembre sarà la chiusura del Ringhiera a tutti gli effetti. Prima, però, ci sarà una serie di serate di accompagnamento verso questo evento. «Due appuntamenti di natura sociale con l'Atir High School, poi andranno in scena tanti spettacoli, per esempio Tindaro Granata con il suo Antropolaroid, Stefano Orlandi con il recital di teatro canzone Cantata per Francesco Guccini, un testo di Edoardo Erba creato in collaborazione con Maria Amelia Monti sul tema delle adozioni: La lavatrice del cuore, sul palco anche una violoncellista». 

Dove andrà Atir? Abbiamo visto che nelle varie stagioni 2017-2018 di molti teatri milanesi ci sono gli spettacoli della compagnia, ma tutto il lavoro su e con il territorio? «A fronte di questa drammatica e tragica notizia, data a fine aprile con un cartellone 2017-2018 già preparato, abbiamo deciso e immediatamente condiviso con il Comune tre principali linee di azione. Per quel che riguarda la compagnia Atir, cerchiamo asilo politico e quindi siamo trasversalmente presenti al Teatro Elfo Puccini, al Carcano, persino al Manzoni, al Franco Parenti, e ai Filodrammatici. La logica è quella di preservare il lavoro su Milano spezzettandolo sui vari teatri amici - molti si sono dimostrati solidali».

Poi, «abbiamo tentato di salvare almeno un frammento della stagione 2017-18 portando alcuni spettacoli in un altro teatro. Un po' come aprire una finestra fuori sede. Abbiamo trovato accoglienza al Teatro Verdi, dove porteremo due titoli: Se non sporca il mio pavimento, di Giuliano Scarpinato che «trae spunto - come racconta Scarpinato - dalla vicenda di cronaca dell'assassinio di Gloria Rosboch, uccisa il 13 gennaio 2016 a Castellamonte (Ivrea) dall'ex allievo Gabriele Defilippi con la complicità dell'amante di lui Roberto Obert. Tutto è nato da un corto circuito tra la cronaca e un mito che in essa mi è sembrato fatalmente incarnato, quello di Eco e Narciso dalle Metamorfosi di Ovidio». L'altro è Essere bugiardo di Carlo Guasconi sul tema del lutto da un testo vincitore del Premio Tondelli 2015, una produzione di Proxima Res per la regia di Emiliano Masala».

Terzo aspetto, tutta la parte di attività sociali: «abbiamo chiesto di poter presidiare la zona, per questo siamo alla ricerca (insieme al Comune di Milano) di uno spazio alternativo. Al contempo è stata decisa la messa in sicurezza della sala prove del Ringhiera così da mantenere tutte le attività sociali e il lavoro di produzione in quegli spazi almeno per un anno. Quindi ci divideremo per prove e saggi tra uno spazio ancora da individuare, la Casa delle associazioni e la nostra sala prove. L'attività sul territorio però ha bisogno di molti luoghi per essere svolta capillarmente e nella sua articolazione, mantenendo il presidio». 

In questa scorporazione del problema - «compagnia nomade, attività sociale al Ringhiera, cartellone un frammento in ospitalità» - la soluzione resta molto lontana dall'essere trovata. L'inizio dei lavori è dato: 3 ottobre 2017. La fine però è incerta e non ci sono scadenze precise. «I lavori di ristrutturazione potrebbero durare dai due ai quattro anni. Questo ci obbliga a cercare un'alternativa. A noi interessa che questo spazio venga migliorato e restituito come presidio culturale, preferiremmo con noi, ma può essere che sia anche senza di noi».

Come procede la ricerca dello spazio, ci sono già delle ipotesi concrete? «Abbiamo già visto qualcosa, per esempio l'ex-Casa della pace, ma è complicato. Per questo stiamo cercando di stilare un documento per descrivere cosa il teatro Ringhiera porta; per definire le caratteristiche dello spazio di cui in prospettiva avremo bisogno vista la nostra attività e il nostro modello piuttosto originale. Metteremo a confronto altri spazi italiani e europei simili che richiamano a una funzione diversa del teatro: non più luogo per un evento serale dedicato a un pubblico, ma teatro come strumento reale di miglioramento della qualità della vita, dove persino lo spettacolo porta beneficio».

Parlare di cambiamento forzato e repentino, spesso di chiusura per realtà artistico-teatrali italiane, è un evento tanto tragico quanto straordinariamente ricorrente negli ultimi tempi. Lo Spoon River nostrano che se ne può trarre è una catasta di spazi teatrali dispersa su tutta la penisola. Delle tante storie ne recupero alcune delle più recenti un po' a casaccio sul filo di una memoria inesatta: dal caso di Cristina Pezzoli a Prato (Firenze) con la chiusura del progetto Compost (marzo 2016), alla forzata dismissione dalla direzione artistica (agosto 2016) di Donatella Diamanti da La città del Teatro di Cascina (Pisa) Fondazione Sipario Toscana onlus.

E ancora: dalla chiusura del Teatro dell'Orologio a Roma (febbraio 2017) con sequestro da parte della Questura per mancanza dell'uscita di sicurezza (da 37 anni di onorata attività dello stabile), a quella del Mercadante di Napoli (marzo 2017) sempre per problemi di sicurezza, messi i sigilli e cancellate le repliche degli spettacoli.  fino a più recenti eventi tra cui la rinuncia alla direzione artistica di Volterra Teatro Festival da parte di Armando Punzo dopo 20anni di lavoro di fronte a un bando mai uscito e a una procedura selettiva giocata sul massimo ribasso (su un budget di 39.800 euro), annunciata su Facebook, lo scorso 21 giugno. E, seppure di altra natura, perché gesto dichiaratamente volontario di passare ad altri il testimone, la lettera di dimissioni di Beppe Navello da direttore della Fondazione Tpe a Torino.

Unica nota positiva, della fine di giugno 2017 la Commissione Cultura ha passato alla Camera per l'approvazione il Nuovo Codice dello Spettacolo dal Vivo (con alcune modifiche) riequilibrando (almeno in parte) la faccenda legata al cosiddetto provvedimento Barbareschi per cui il Teatro Eliseo (privato) che aveva annunciato la chiusura nel marzo 2017 si era visto destinare 8 milioni di euro, ora ridotti a 4 milioni - gli altri 4 milioni vanno per il 2018 alle "attività culturali nei territori terremotati" del centro Italia. 

Seppur per sommi capi, impossibile non tenere traccia di questi nodi traumatici e sviluppi normativi recentissimi. Occorre credo utilizzare in questi casi il gramsciano «Pessimismo dell'intelligenza e ottimismo della volontà» ovvero «occorre violentemente attivare l'attenzione nel presente così com'è, se si vuole trasformalo».

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