Genitori al tempo del Covid: bambini, adolescenti, smartworking e didattica a distanza. Storie e testimonianze - Magazine

Genitori al tempo del Covid: bambini, adolescenti, smartworking e didattica a distanza. Storie e testimonianze

Bambini Magazine Mercoledì 13 maggio 2020

di Laura Santini e Chiara Pieri
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Magazine - Cosa significa essere genitori nel 2020, in un tempo completamente stravolto dall'emergenza? Com'è cambiata la vita con le forme di telelavoro e smartworking (non proprio la stessa cosa, specie sotto Covid-19), le scuole chiuse, le uscite diradate e i figli da gestire quasi totalmente in casa? Sono queste alcune delle domande a cui rispondono le testimonianze raccolte fin qui, di chi sta vivendo quest'esperienza. 

Se da un lato l'opportunità di passare più tempo a contatto con i propri figli, piccoli o grandi che siano, è un'occasione unica, che con i tempi frentetici di solo pochi mesi fa sembrava un miraggio; dall'altro i genitori (ma sono soprattutto le mamme a pagarne le conseguenze) si trovano ad affrontare una situazione totalmente nuova in cui i loro tanti ruoli sono richiesti nello stesso tempo e nello stesso spazio, un qui e ora assillante: quando sono a casa devono contemporaneamente lavorare, accudire i figli, seguirli nelle lezioni a distanza, nei compiti, occuparsi dei pasti, delle faccende. Come conciliare tutto, senza perdere il proprio equilibrio? Ecco cosa ci hanno raccontato mamme e papà.

Annalisa e Enrico. Lavorare in un open space con figli alla primaria

Annalisa, classe '72 e Enrico '71 si presentano da soli: «Da quasi due anni viviamo in un piccolo open space, siamo in quattro: madre designer, padre architetto, due figli alla scuola primaria. Eravamo convinti delle nostre scelte, ci piaceva l’idea di una trasparenza totale in cui poter stare insieme. Oggi però ci troviamo ad essere tutti connessi contemporaneamente dalla stessa stanza, i bambini per le lezioni o per i compiti e noi per lavorare. In queste settimane è molto difficile per noi riuscire a riflettere, siamo genitori presenti-assenti e designer poco concentrati...».

Simonetta. Il carico delle madri e quello dei bambini

Così ci racconta la sua quotidianità Simonetta : «Sono una madre lavoratrice: bibliotecaria universitaria e mamma attenta e innamorata del suo ruolo. Per questo ho scelto da due anni il part time, per seguire mio figlio (7 anni e mezzo) in tutte le sue attività scolastiche ed extrascolastiche. Dal 24 febbraio la nostra vita è completamente cambiata. I primi giorni ho pensato di poter interpretare in positivo questo periodo come un momento di stand-by in cui la nostra vita si sarebbe presa una pausa dalla routine quotidiana stressante. L'illusione è durata pochissimo e mi sono ricreduta in breve tempo. Dopo quasi tre mesi mi sento di poter fare un bilancio e dire che la qualità della mia vita è notevolmente peggiorata, sia come lavoratrice che come madre. Prima lavoravo 31 ore in presenza e basta, oggi lavoro oltre 40 ore a distanza (a volte anche la sera, il sabato e la domenica) perché se c'è emergenza e bisogno di intervenire, non posso dire che sono in part time, timbrare il cartellino e uscire; purtroppo nello smartworking in tempo di emergenza non ci sono muri fisici da cui uscire, i confini sono labili e sfumati. La privacy dello spazio di lavoro è totalmente annullata: chiamate in qualunque momento, videoriunioni con i colleghi con il figlio assonnato che appare in video alle tue spalle all’improvviso richiedendo le tue attenzioni,  le gatte di casa che camminano indisturbate sulla tastiera facendo saltare le impostazioni e rosicchiano i cavi del mouse; infine, seguire il figlio nei compiti e contemporaneamente lavorare, in un clima di interruzioni continue, non concilia di certo la concentrazione: il lavoro ha bisogno di confini fisici ben delineati e di un clima sereno e raccolto, questo è certo. Come madre devo affrontare ogni giorno un carico emotivo notevole per non appesantire  le giornate di un bambino confinato in casa e dimenticato dalle istituzioni, cercando di non posteggiarlo tutto il giorno tra tablet e televisione, cosa che purtroppo avviene fin troppo per i miei gusti. Ho dovuto dotarmi di una pazienza infinita per fargli da insegnante privata, convincerlo quotidianamente a studiare con impegno, restare al passo con i compiti che sono numerosi e impegnativi per un bambino di 7 anni, estrapolato dal contesto sociale della sua classe, privo dei suoi riferimenti e delle figure amorevoli e autorevoli delle insegnanti. Le maestre sono presenti via mail, telefono e videolezione, non fanno mancare sostegno e affetto e il rapporto tra loro e il bambino ha perso di fisicità ma non di intensità. Tuttavia la fisicità a 7 anni è tutto e una videolezione è solo un'occasione per non perdersi di vista, ma a quest'età non può avere una valenza didattica significativa, nonostante il grandissimo impegno delle insegnanti che non si risparmiano e lavorano moltissimo. Il livello di attenzione davanti al video è molto basso, la postura scomposta, l'approccio tecnologico scarso (accendere e spegnere il microfono di un pc può essere un problema a quest'età), la prestazione in videochiamata stressante e molto meno incisiva di quella in presenza. Le madri lavoratrici stanno pagando un prezzo esorbitante in termini di stress mentale e di carico di lavoro che però, per maturità, consapevolezza e capacità cognitiva nella rielaborazione del problema, rappresenta ben poco in confronto al peso che, silenziosamente, sopportano i  bambini.  Mio figlio non ha disegnato arcobaleni, non ha recitato il mantra superstizioso dell’ #andràtuttobene, ma nel suo temino Descrivi te stesso ha scritto …sono un bambino tranquillo, ma per ora mi stanno saltando i nervi perché non esco da due mesi. Questo è quello che prova un bambino piccolo capace di esprimere i suoi sentimenti ai tempi dell’ #iorestoacasa».

Luca. Un impegno continuo, ma con un risvolto meraviglioso

Luca, 38 anni, impiegato in smartworking racconta anche il lato positivo del poter lavorare a casa: «Trascorrere settimane e mesi in casa con un bimbo di 2 anni non è stata e non è tuttora una cosa facile. A quell'età l'energia sembra non esaurirsi mai, mentre alla mia si iniziano fatalmente ad avvertire segni di debolezza. Finito un gioco se ne inizia un altro, senza soste né interruzioni, da mattina a sera. Macchinine e trenini, libri e disegni, capriole e canzoni: questo il ritmo della giornata tipo mia e di mia moglie durante la quarantena. Gli unici diversivi concessi? Durante i momenti di sonno pomeridiano (del bambino, non miei) e le ore dedicate allo smart working (quelle mie, ahimé, e spesso non prive di complicazioni, tra urla e pianti di sottofondo). Un impegno continuo ed estenuante, certo, ma con un risvolto meraviglioso: è impagabile passare così tanto tempo con il mio bambino e vederlo crescere giorno dopo giorno. In condizioni di normalità un'opportunità del genere non l'avrei mai avuta».

Paola. Dalle idee geniali all'adeguamento. Non ci siamo mai annoiati

Paola, classe '69, mamma di tre figli/e (tutti all'università), psicoterapeuta e direttrice d'asilo, scrive diari su FB dalla clausura-Covid-19, regalando squarci di pensieri profondi e giocosi, ricordi, occhi fissati su attimi del presente. Della sua genitorialità di questi strani tempi scrive così: «Quarantena fra me lavoro e figli? Da una parte è stata immobilismo, cioè riti ritrovati (far da mangiare con cura e fantasia, magari insieme, sedersi tutti a tavola, la telefonata delle 8.30 della mamma anziana...) e staticità (a casa, la Casa, da amare curare e anche odiare in quanto prigione); dall’altra parte è stata dinamicità, cioè ricerca di volontariati da fare pur di uscire, nei primi giorni; voglia di aggiustare tutto l’aggiustabile; di ingegnarsi per mettere l’amaca sul terrazzo e poi la tenda per il sole; iniziare a suonare l’organetto; e un susseguirsi di fasi, che ora provo a spiegare sul piano dei figli. Una prima fase di idee geniali, tipo ospitare un’amica per la quarantena (realizzata!), plurimi progetti di fuga (in casa di vacanza, in bici di notte...) e affermazioni tipo non capisci che sono un adolescente e non posso stare rinchiuso in casa con te per 24ore? Segue la seconda fase: adeguamento, ripresa dello studio, collaborazione, sbotti sì, ma più contenuti, soddisfazione all’arrivo dei risultati frutto di impegno e attesa (un bel pezzo al piano per una figlia terza e un buon voto per un esame del figlio secondo). Insomma, non ci siamo annoiati!».

Rosa e un figlio adolescente. Quando pazienza e intuito salvano dalla disperazione

Rosa, 40 anni, fa parte delle tante partite iva, consulenti d'azienda e racconta la sua esperienza di quarantena con un figlio di 16 anni: «Tra compiti, lezioni virtuali, video chiamate e smart working, essere mamma di un adolescente in questo periodo di emergenza è stato meno faticoso di quanto potessi immaginare. Sì, perché, almeno nel mio caso, mio figlio ha compreso molto bene la situazione e dopo un primo momento di insofferenza, ha accettato il lockdown con consapevolezza. Ha iniziato a organizzarsi con gli amici tra video chiamate, ginnastica e lezioni online ha scandito in autonomia la sua giornata. Questo non vuol dire che tutto è ed è stato perfetto, ma noi donne e mamme siamo piene di risorse, perché all’occorrenza siamo maestre, casalinghe, cuoche (e in questo mio figlio è stato un valido collaboratore, soprattutto nel preparare dolci), lavoratrici e psicologhe, con quel surplus di pazienza e intuito che ci salva dalla disperazione».

Cristina e una figlia 19enne in attesa della Maturità

Cristina, classe '66, è responsabile marketing in un'azienda di comunicazione, sua figlia ha 19 anni e aspetta di sapere come sarà l'esame di Maturità: «Lavorare in smart working ha vantaggi e svantaggi, perché è vero che è possibile organizzarsi gli orari in base alle proprie esigenze, ma è altrettanto vero che non avendo un orario obbligato si finisce poi per lavorare durante tutta la giornata, spesso anche la sera. La cucina ha attraversato diverse fasi, da un iniziale empasse, all’entusiasmo per la preparazione di piatti anche complessi, all’attuale normalizzazione dell’organizzazione dei pasti: si cucinano piatti sani, alternando paste a torte di verdure o secondi di carne, pane e pizza, e ovviamente dolci. In tutto ciò avere 24 ore al giorno in casa una 19enne in vista della maturità, potrebbe sembrare complicato. Invece mia figlia mi ha stupito, innanzitutto con una grandissima serietà nel comprendere la situazione. È restata a casa per due mesi uscendo una volta a settimana soltanto per andare a fare la spesa velocemente e quando tornava si lavava bene le mani e le disinfettava e così pure il bancomat, il cellulare e le chiavi. Sinceramente ha dimostrato un senso civico enormemente più alto di moltissime persone adulte che uscivano ogni giorno con scuse di vario genere. Anche nel suo caso ci sono stati diversi step di adattamento. All’ inizio viveva in simbiosi con i suoi amici e compagni tramite le app del momento, poi pian piano la situazione si è normalizzata. Anche lei si è dedicata a cucinare qualche ricetta, per il resto videolezioni, studio, esercizi di fitness e le immancabili serie tv. E riguardo a questa maturità 2020, viviamo ogni giorno in attesa di modifiche e nuove modalità. Se la parte orale sarà fatta in presenza, avrà almeno la possibilità di rivedere dal vivo i suoi compagni».

Elisabetta e Massimo: inventarsi un equilibrio psicologico

Elisabetta, 38 anni, avvocato e Massimo 49, vigile del fuoco, hanno due bambini, di 5 e 2 anni, così ci descrivono questo periodo di lavoro a casa e di gestione familiare: «Lavorare da casa significa inventarsi spazi e tempi per telefonare, scrivere e concentrarsi. Significa concentrare energie e pensieri, perché non hai tempo e devi ottimizzarlo. Significa prepararsi un programma dettagliato di settimana in settimana per gestire lavoro, call di lavoro, call della scuola, call dello sport, spesa, pranzo e cene. Significa dotarsi di strumenti elettronici che ti permettano di lavorare da casa e far studiare i tuoi figli. Significa rivedere gli spazi della tua casa. Significa guardati la sera tutorial di ogni tipo per inventarti qualcosa per il giorno dopo. Significa prepararsi a metà...camicia sopra e pantaloni della tuta sotto. Significa darsi il cambio tra genitori... stamattina lavoro io, oggi pomeriggio lavori tu. Significa dover inventarsi un equilibrio anche psicologico, perché non c'é separazione tra famiglia e lavoro. Significa fare l' avvocato e imparare a fare la maestra».

Silvia e suo marito musicista: parte della schiera degli individui di buon senso

Silvia, insegnante nella scuola pubblica, con un marito musicista e un figlio al nido: «Da un punto di vista pratico le difficoltà maggiori sono venute dal fatto che il nido abbia ovviamente chiuso. L'asilo ha rappresentato tutto tranne un parcheggio per noi. Un luogo di relazione e crescita per un bimbo, figlio unico con genitori al lavoro e nonni lontani. Il tempo speso a tre, con un marito musicista, da un giorno all'altro senza lavoro e a cui lo Stato non ha elargito neanche un euro, è stato intenso. Anche ricco e gioioso grazie al privilegio di avere molto spazio verde attorno a casa, ma denso di preoccupazioni. Sulla pandemia sulla sanità pubblica sulla scuola sul lavoro nel mondo dell'arte sui bambini sul futuro. La scuola e la Didattica a Distanza (DAD) non mi hanno personalmente provocato alcun problema, per la mia dimestichezza col PC e perché la mia realtà scolastica è solida e i ragazzi incredibilmente motivati ad imparare anche dietro ad uno schermo. Ho dormito poco, andando a letto tardissimo tra tutorial, materiale da caricare, consegne on line da visionare. Abbiamo lavorato, non solo svolto il programma, abbiamo condiviso tempo ed emozioni. Il nostro pezzetto di cammino lo abbiamo svolto dignitosamente in una didattica della vicinanza. Ma so benissimo che questa mia esperienza è solo un tassello di un mosaico molto ampio e ricco di altri pezzetti mancanti, lesionati, persi. La DAD non è la scuola e non potrà esserlo assolutamente a lungo termine, altrimenti faciliterà la dispersione scolastica soprattutto nelle realtà già compromesse economicamente e socialmente. La scuola è stare insieme, corpi prossimi nello spazio, sguardi che si incrociano, sussurri e ansimi. E deve tornare ad essere questo. Anche se in un parco, in un cortile, in una piazza. Insomma i rilievi sarebbero adesso centinaia, su tutto ciò che ci ha travolto. Credo di far parte della schiera degli individui di buon senso che non polemizzano sterilmente, che sanno di non sapere tante cose, che non sbraiterebbero mai contro nessuno e che di fronte all'emergenza tendono ad obbedire, osservando e prendendo tempo per capire e calibrare ogni cosa. Credo sia arrivato il tempo di esprimere pensieri critici, pacati e decisi. Ma di farlo».

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