Coronavirus, un'italiana a Shangai. «La Cina oggi: come è stato arginato il virus» - Magazine

Coronavirus, un'italiana a Shangai. «La Cina oggi: come è stato arginato il virus»

Attualità Magazine Martedì 17 marzo 2020

Shangai
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Magazine - Elena è una giovane donna genovese che vive a Shangai da sei anni insieme al suo compagno e al loro bellissimo bambino di due anni: lei è una designer di gioielli, lui un motion designer  (realizza grafiche animate 3d e 2d per video pubblicitari e aziendali). L'abbiamo intervistata per chiederle come ha vissuto, da italiana all'estero, l'emergenza Coronavirus in Cina, a 800 chilometri da Wuhan, epicentro dell'epidemia. «»

«Intorno al 20 gennaio – racconta Elena – eravamo in Cina e stavamo seguendo la vicenda del Coronavirus, che era partita una ventina di giorni prima nella regione dell’Hubei (la prima vittima è dell'11 gennaio, n.d.r.) e si stava aggravando di giorno in giorno. Noi abitiamo a Shangai, che dista 800 km da Wuhan, dove la situazione in quei giorni era ancora tranquilla. Erano iniziate le vacanze del Capodanno cinese, previste per il 25 gennaio, e avevamo prenotato una vacanza nelle Filippine».

Continua Elena: «Rispetto all’annuncio ufficiale dell’OMS del 30 gennaio, le città delle regioni confinanti con Wuhan si erano già messe in allarme e, data appunto la concomitanza con il grande esodo vacanziero delle festività cinesi, avevamo pensato di annullare il nostro viaggio. Solo che la mattina del giorno in cui saremmo dovuti partire, il 23 gennaio, hanno ufficialmente chiuso Wuhan. A quel punto ci siamo detti: Partiamo, vediamo come si evolve la situazione e poi decidiamo se tornare a casa a Shangai oppure tornare in Italia».

A quel punto Elena e la sua famiglia preparano le valigie, «senza sapere se sarebbero state per una settimana di vacanza o per tornare in Italia per un lungo periodo. Abbiamo messo in valigia computer, hard disk e… i costumi da bagno. Il giorno in cui siamo partiti per le Filippine ci sono stati i primi casi di Coronavirus a Shangai: soltanto cinque o sei, ma già nella settimana precedente avevamo sempre indossato le mascherine, disinfettavamo ogni maniglia che toccavamo e i tasti degli ascensori».

Appena arrivati a Cebu, nelle Filippine, Elena ha saputo che i casi di Coronavirus iniziavano a crescere e che la situazione stava peggiorando, ma in ogni caso, a parte la regione dell’Hubei, dove si trova Wuhan, nel resto della Cina la situazione è rimasta sotto controllo: «Shangai ha 25 milioni di abitanti e ad oggi ha avuto 346 casi, ma allora noi non potevamo saperlo. Per raggiungere l’isola dove avevamo prenotato l’hotel avremmo dovuto prendere un traghetto, ma quando abbiamo visto che era strapieno di persone cinesi (partite per le vacanze quando la regione non era ancora stata chiusa), senza mascherine e tutti con un forte accento della Cina Centrale, dove si trova la regione dell’Hubei, abbiamo preferito lasciar perdere e abbiamo prenotato un volo per l’Italia per il giorno seguente. In pratica siamo rimasti nelle Filippine solo due giorni e sempre chiusi in albergo».

E arriviamo ora al rientro di Elena e della sua famiglia in Italia, che allora non era ancora in emergenza: «Arrivati in Italia il 26 gennaio, ci siamo messi in quarantena volontariamente e mia mamma ci portava la spesa, lasciandola fuori dalla porta. Io però immaginavo che presto il Coronavirus sarebbe arrivato in Italia e iniziavo a consigliare agli amici di comprare alcol e mascherine, ma non lo ha fatto praticamente nessuno. Terminata la nostra quarantena di due settimane in casa, in Italia non si erano ancora verificati casi positivi e quindi, per circa una decina di giorni, siamo potuti uscire e vivere normalmente. E’ durata poco e appena sono stati dichiarati i primi casi in Lombardia (il primo infetto ufficiale è del 23 febbraio, n.d.r.) ho capito come sarebbe andata a finire».

Racconta ancora Elena: «Abbiamo iniziato a non uscire più di casa dal 23 febbraio, data del primo decreto, anche se non era ancora obbligatorio. Abbiamo cercato di convincere le persone che conoscevamo a stare in casa, ma senza risultati. Solo a fatica sono riuscita a non far uscire i miei genitori. Adesso siamo qui in Italia e in pratica siamo passati dalla padella alla brace».

Elena, come ha scritto anche in un suo post sulla sua pagina Facebook, ci tiene molto a chiarire la differenza tra Hubei e Cina: «Attenzione a fare paragoni generici tra Italia e Cina, perché in realtà il problema è stato grave soltanto nella regione dell’Hubei; le altre regioni cinesi sono state in grado di contenere l’epidemia. L’ Italia ora è appunto nella situazione dell’Hubei, non della Cina in generale».

Come è stato affrontata l’emergenza Coronavirus a Shangai? «All’inizio hanno chiuso le scuole, ma i ristoranti erano ancora aperti solo che, a differenza di qui, la gente stava comunque in casa per scelta. Ristoranti e bar hanno chiuso ancor prima che fosse obbligatorio, perché non ci andava nessuno. Poi hanno chiuso tutto, anche gli uffici e le fabbriche, anche se in realtà era già tutto chiuso per via del Capodanno Cinese, quindi hanno soltanto dovuto rimandare la riapertura. L’asilo di mio figlio è ancora chiuso, ma ogni giorno ci scrivono e dobbiamo dire dove siamo e mandare foto per far vedere che stiamo bene; ci mandano anche piccole attività da fare, come imparare delle canzoncine, fare dei giochini».

«Certe misure cautelative che loro hanno subito adottato, come gli scanner per le temperature corporee nella metro, da noi non sarebbero fattibili. A Shangai si vive in compound, gruppetti di 3 o 4 condomini (ma possono essere anche 10) con un grande giardino interno e con un unico ingresso gestito da custodi. In portineria veniva controllata la temperatura a chiunque entrasse o uscisse, inclusi i fattorini, che dovevano lasciare i pacchi al piano terra. Non hanno avuto il problema dei soldi come causa di trasmissione del virus, perché ormai già da tanto si paga tutto con il cellulare: i contanti non esistono più da circa un anno».

Le mascherine a Shangai sono state obbligatorie già dai primi giorni: «All'inizio c’è stato un problema, perché le fabbriche erano ancora chiuse e le scorte sono terminate velocemente, ma alla riapertura delle fabbriche molte sono state riconvertite appositamente per produrle. Venivano date gratuitamente dallo Stato ad ogni famiglia, previa registrazione. Gli ospedali sono stati subito suddivisi in liste, dedicandone un certo numero esclusivamente al Coronavirus».

Adesso il problema è per chi vuole andare o tornare in Cina: «Si sono accorti che molti europei, cinesi e giapponesi sono infetti. Quindi quarantena obbligatoria. Quando arrivi in aeroporto hai una corsia dedicata e accedi a una struttura dove ti fanno controlli medici e un primo tampone. Se risulti positivo ti portano subito in ospedale, se risulti negativo ti portano in appositi centri di quarantena, che sono principalmente alberghi riconvertiti. Una mia amica ora è in una di queste strutture: lei e la sua bambina di un anno sono in una stanza e il marito in un'altra. In alcune strutture sulla maniglia della porta è inserito un timer e se provi ad aprire riparte da 14 giorni. Dopo qualche giorno ti fanno un secondo tampone: se positivo ti portano all’ospedale, se negativo rimani nella struttura fino al termine delle due settimane. Poi puoi tornare a casa, ma i tuoi spostamenti sono controllati attraverso Wechat, la app che si usa in Cina, un po’ come il nostro WhatsApp. Tramite un QRcode sulla app, può essere richiesto di esibirlo all’ingresso di locali o strutture per verificare che tu non sia stato in zone a rischio».

Venendo alla situazione attuale, Elena spiega: «Gli amici di Shangai sono restati a casa circa 40 giorni, stanno incominciando ad uscire ora, ma sempre con molta prudenza. L’asilo di mio figlio riaprirà forse a metà aprile, ma a Shangai se uscivi in strada non rischiavi la prigione, come accadeva a Wuhan. E’ stata, prima ancora delle imposizioni del Governo, una scelta responsabile della gente. Ormai è chiaro che non ci si debba spostare: ognuno deve rimanere dove si trova. Quando sono scoppiati i primi casi di Coronavirus a Codogno abbiamo anche pensato di rientrare in Cina, dove invece la situazione era in miglioramento. Le normative attuali, però, prevedono che chiunque rientri debba fare la quarantena obbligatoria nei centri appositi (mentre prima potevi farla a casa tua). Molti miei amici sono ospitati in alcune di queste strutture e mi dicono che la situazione non è proprio piacevole. A questo punto aspettiamo qui in Italia che passi l’onda».

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