©caffitaly
Magazine, 19/10/2026.
Dentro ogni capsula Caffitaly ci sono 8 grammi di caffè macinato, chiusi tra due filtri. Su questa architettura, sviluppata e brevettata dall'azienda con sede nel Bolognese che ha dato il nome al sistema, si regge tutto il processo di preparazione: una parte del lavoro che nelle macchine espresso manuali spetta al portafiltro e alla pressatura della polvere, qui la svolge la capsula stessa.
Capire come è fatta aiuta a spiegare cosa succede nei venti-trenta secondi che separano la pressione del tasto dalla tazzina piena.
Dall'esterno la capsula appare come un piccolo contenitore rigido, sigillato superiormente da un opercolo. La sigillatura ha una funzione precisa: isola il caffè dall'ossigeno e dall'umidità fino al momento dell'uso, conservando gli aromi e i gas naturali della tostatura, che più avanti avranno un ruolo nella formazione della crema.
All'interno, la polvere non è libera. È racchiusa tra due elementi filtranti con compiti diversi:
Le capsule di ultima generazione, identificate dalla sigla R-Smart, riportano inoltre un codice che le macchine più recenti leggono in automatico al momento dell'inserimento.
Chiudendo la leva o il cassetto, la macchina blocca la capsula nel gruppo di erogazione e la perfora sia sopra sia sotto. A quel punto la pompa, che su molti modelli domestici ha una pressione nominale di 15 bar, comincia a spingere acqua calda verso l'interno.
La prima fase non è ancora estrazione. Una piccola quantità d'acqua attraversa il filtro superiore e bagna la polvere in modo omogeneo. Il caffè si gonfia, libera parte dell'anidride carbonica intrappolata durante la tostatura e si assesta. È il motivo per cui Caffitaly parla di doppia infusione: bagnare prima la polvere riduce il rischio che l'acqua, una volta in pressione, trovi vie preferenziali e attraversi solo una parte del caffè, lasciando il resto poco estratto.
Subito dopo arriva il flusso principale. La pressione indicata sulla scatola della macchina, però, è quella massima della pompa, non quella che agisce sul caffè. Nelle schede tecniche di alcuni modelli recenti, Caffitaly dichiara una pressione nella capsula fino a 10 bar, a fronte di una pompa da 15. La differenza si perde lungo il circuito idraulico ed è prevista dal progetto.
L'acqua attraversa il pannello di caffè, ne scioglie zuccheri, acidi, oli e sostanze aromatiche, poi passa il filtro inferiore ed esce dal foro di perforazione verso l'erogatore.
Un espresso e una tisana non si preparano allo stesso modo. Il primo richiede pressione elevata e poca acqua; la seconda ha bisogno di più acqua, a pressione bassa, per un'infusione più simile a quella in teiera. Per questo il sistema Caffitaly prevede due livelli di pressione e una gamma di capsule che va oltre il caffè: espresso, lungo, ginseng, tè, tisane, bevande con latte e cioccolata.
Sulle macchine con riconoscimento automatico, la lettura del codice imposta da sola quantità d'acqua, temperatura e modalità di pressione. Chi in casa alterna un espresso al mattino e un tè la sera non deve ricordarsi di cambiare programma: la macchina si regola sulla capsula inserita. Sui modelli che non leggono il codice, la scelta della quantità resta invece a chi preme il tasto, e conviene rispettare l'indicazione riportata sulla confezione.
La crema è un'emulsione. Durante l'estrazione, l'acqua in pressione scioglie l'anidride carbonica ancora presente nel caffè e trascina con sé goccioline di oli. Quando il liquido esce dalla capsula e torna a pressione atmosferica, il gas si libera in microbolle che restano imprigionate tra gli oli, formando lo strato nocciola in superficie.
Spessore, colore e durata dipendono da più fattori. Conta la miscela, perché le componenti con più robusta tendono a dare una crema più compatta e persistente. Contano tostatura e freschezza, ed è qui che torna utile la sigillatura della capsula: un caffè rimasto protetto dall'aria conserva più anidride carbonica e produce più crema rispetto a una polvere esposta da giorni.
Una crema chiara e sottile, a parità di capsula, indica spesso un problema di temperatura o di flusso nella macchina, non nel caffè.
Gran parte della qualità in tazza è stabilita in fase di progetto, tra dosaggio e filtri. Restano però alcune variabili nelle mani di chi usa la macchina ogni giorno.
Il calcare è la più sottovalutata: si deposita nel circuito, riduce il passaggio e abbassa la temperatura di erogazione. Per questo la decalcificazione periodica, con la frequenza indicata dal manuale del proprio modello, ha effetti diretti sull'estrazione. Chi vive in zone con acqua molto dura può valutare acqua a basso residuo fisso per il serbatoio.
Conta anche la temperatura del circuito. Dopo ore di inattività, far scorrere un po' d'acqua senza capsula scalda le parti interne e la tazzina, ed evita che il primo caffè della giornata esca più freddo dei successivi.
Il serbatoio, poi, va svuotato e risciacquato con regolarità, non rabboccato all'infinito.
Team Cialdein