Genitori al tempo del Covid: come si conciliano lavoro e famiglia quando tutto si fa a casa? - Genova

Genitori al tempo del Covid: come si conciliano lavoro e famiglia quando tutto si fa a casa?

Bambini Genova Lunedì 18 maggio 2020

di Laura Santini e Chiara Pieri

 Vuoi raccontarci come stai vivendo questo periodo da genitore ai tempi del Covid? Manda una mail a redazione@mentelocale.it con oggetto GENITORI,  pubblicheremo il tuo intervento 

Genova - Dopo il primo articolo dedicato ai Genitori al tempo del Covid, prosegue la nostra raccolta di storie e testimonianze per provare a raccontare come i genitori stiano affrontando questa situazione inedita, che ha visto improvvissamente il lavoro spostarsi a casa con tutte le conseguenze del caso: bambini da seguire, scuola online e compiti, cucina no stop e lavori domestici aumentati. Come se la stanno cavando mamme e papà? Sono le donne quelle che stanno subendo maggiormete la situazione? Proviamo a cogliere spunti, idee e riflessioni dalle testimonianze.

Giusy e Costanino: docenti e genitori. Quando la didattica a distanza, da difficoltà diventa opportunità

Giusy (1978) e Costantino (1976) genitori di due figli in età prescolare ed entrambi insegnanti raccontano: «Siamo insegnanti e contemporaneamente genitori, dunque allo stesso tempo da una parte e dall'altra della cattedra virtuale.  Il Covid 19 ci ha dichiarato guerra e non ci ha offerto la possibilità di tirarci indietro e di dire no, non accetto, perché da buon dittatore non ha voluto sentire ragioni. E allora con il coltello in mezzo ai denti siamo scesi in campo e abbiamo iniziato a combattere. Dall'oggi al domani ci siamo ritrovati tutti in casa, disorientati e impreparati, con in una mano un cellulare per confrontarci con i colleghi e nell'altra pennarelli, forbici e colla per intrattenere i nostri figli. Le prime settimane sono state estenuanti, perché all'aumento smisurato delle ore di lavoro si è unita la difficoltà di imparare a utilizzare la tecnologia per relazionarci con i nostri allievi. Per un insegnante il contatto umano è aspetto imprescindibile della professione; come si può educare senza guardare negli occhi pensavamo noi, come possiamo capire quali sono i bisogni dei nostri ragazzi se non possiamo affiancarli, se il dialogo deve passare attraverso un canale sterile e senza cuore?. Queste domande ci assillavano. Pian piano abbiamo scoperto che la distanza ha paradossalmente reso più umano il nostro lavoro: con la DAD abbiamo spalancato le porte delle nostre case, abbiamo permesso ai nostri alunni di "entrare" nel nostro privato, ci siamo mostrati per quelli che siamo, con i capelli in disordine, con le webcam puntate a turno in tutte le stanze  della casa, abbiamo fatto conoscere le nostre famiglie, i nostri figli vengono ad abbracciarci mentre siamo in videoconferenza e a volte ci chiedono di accompagnarli in bagno perché i bisogni fisiologici non aspettano il suono della campanella. A nostra volta abbiamo avuto libero accesso alle vite dei nostri ragazzi: ora sappiamo quali sono i colori delle pareti delle loro camerette, tutte in perfetto ordine già alle 8 del mattino, sentiamo i rumori delle loro case, la tv guardata dalla mamma, i capricci del fratellino/sorellina, la tosse della nonna...il rapporto insegnante-alunni è vivo più che mai perché loro hanno bisogno di noi, ma soprattutto perché noi abbiamo bisogno di loro.  La nostra famiglia ha scoperto, in questa lunga reclusione, il piacere immenso di essere unita,  tutti insieme sotto lo stesso tetto, notte e giorno,  perché noi genitori abbiamo la fortuna di non essere costretti a uscire per lavoro, e abbiamo imparato a dosare lavoro e famiglia, senza trascurare nessuno».

Carola: mi sento continuamente in colpa o per lavorare male o per lasciare le bambine

Carola, 36 anni, copywriter è mamma di due bambine di 2 e quasi sei anni: «Di solito il mio compagno lavora fuori città., invece per tutto il periodo della fase 1 ci siamo trovati stranamente in casa tutti insieme ed è stato bello riunire la famiglia. Certo, non senza difficoltà: infatti per lavorare ci alternavamo, mentre uno giocava con le bambine, l'altro poteva stare al pc o fare riunioni e videochiamate. Ora che con la fase 2 il mio compagno è tornato in ufficio in un'altra città mi trovo sola a gestire tutto: casa, lavoro e attività con le bambine, che non possono rimanere per ore davanti a uno schermo, non sarebbe giusto. Quindi mi sento continuamente in colpa o per lavorare male o per lasciare le bambine che non riescono a gestire un gioco in autonomia per più di una quindicina di minuti senza litigare, farsi male, rompere qualcosa o necessitare dei mio intervento. Per forza di cose devo ricorrere al supporto della nonna, anche se in questo periodo non è consigliato, per proteggerla. Nonostante tutto in questa quarantena pur tra mille difficoltà ho trovato in me e nelle mie figlie tante risorse: abbiamo passato tempi lenti a coltivare piante, abbiamo prodotto in casa il lievito madre, giocato con tutto quello che si può immaginare: bambole, costruzioni, trenini, puzzle, travestimenti, nascondini e palline. Abbiamo fatto bagnetti lunghissimi e letto tantissimi libri. Prima con i tempi sempre di fretta tutto questo non sarebbe stato possibile».

Lidia e Matteo: il lavoro nella stessa azienda a turni alterni per seguire i figli

Lidia, 37 anni pubblicitaria e il suo compagno, Matteo, 50 informatico, lavorano entrambi nella stessa azienda, con loro vive il figlio di due anni e, a giorni alterni, la figlia di lui che ne ha 13: «Con nostro figlio di due anni cerchiamo di divederci i momenti in cui lavoriamo e quelli in cui stiamo con lui, facendo in modo anche di farlo svagare il più possibile, portandolo in terrazzo e facendo lavoretti che ci manda di settimana in settimana l'asilo, anche per evitare television e tablet. Quando Marta è da noi spesso ha videolezioni, la alziamo per tempo e cerchiamo di coinvolgerla nelle attività quotidiane anche con il fratello. Fortuntamente con gli amici ha tenuto molte relazioni al computer, tra giochi online e contatti». 

Valeria: tutto il carico è sulle donne

Valeria, classe '82 assistente sociale con due bambini di 6 e 3 anni ci spiega come lo smartworking ha trasformato la sua vita: «Prima del Coronavirus mi capitava solo in rarissime occasioni di lavorare a casa, ora è la normalità. Finché mio marito era a casa, non ci sono stati problemi, ci pensava lui a gestire i bambini, mentre lavoravo. Ora, per quanto sia contenta di non andare in ufficio, perché non vorrei rischiare, trovo la situazione molto complessa sia per me, sia per loro. Durante le chiamate entrano continuamente. Un giorno si sono messi a buttare la pasta per terra, e poi a tirarci pentolate per romperla, il più piccolo si è buttato l'acqua addosso, insomma un delirio. E mentre il piccolo dorme mi ritaglio il tempo per far fare i compiti al grande che fa prima elementare e va seguito. Le maestre ci mandano le schede, ma non siamo insegnanti, ovvio che posso aiutarlo a fare i compiti, ma la spiegazione del perché di una regola grammaticale non è immediata. Insomma lo smartworking da soli con i bambini è infattibile, è un tirare a campare. Certo è una situazione di emergenza, però siamo messe nella condizione di lavorare male. In più il carico familiare è tutto sulle donne. Purtroppo, ma è la realtà dei fatti, eccetto rare eccezioni, se gli uomini sono chiamati al lavoro vanno e basta e non pensano a tutto quello che è la gestione familiare».

Camilla: mi sono trovata a fare videochiamate dal bagno. Il carico è anche sui bambini

Camilla e Daniele, 35 e 40 anni sono entrambi ingegneri con un bambino di due anni e mezzo: «Quando riusciamo ad alternarci nella gestione del bambino funziona tutto, ma se i momenti importanti di lavoro coincidono, finiamo pure per litigare. Se sono sola con il bambino e devo lavorare lui, ovviamente, cerca attenzione, mi dice Basta lavorare, combina disastri e molto più spesso di prima mi chiede di andare in bagno, così mi trovo con lui per tempi interminabili sul vasino e io fare la videochiamata, ovviamente a telecamera spenta. Cerco di approfittarne per lavorare mentre dorme. Un giorno, però, si è svegliato, mentre ero al telefono con il mio capo, così non sono potuta andare subito e lui ha pianto tanto, restando poi nervoso per tutto il pomeriggio. Il carico è sì sulle donne, ma anche sui bambini costretti a casa con i genitori che lavorano».

Francesca: mia figlia tutti i giorni mi dice Io sono contenta

Francesca, 40 anni, lavora in una casa editrice e così racconta questo periodo:  «Io sono contenta», mi dice mia figlia, due anni e mezzo, quasi ogni giorno da quando questa quarantena è iniziata. Io le sorrido e penso a quando tutto questo finirà (ma finirà?) e torneremo alle nostre vite, quelle in cui non c'è tempo e si corre sempre. Lei sarà ancora "contenta"? O il vero trauma da Coronavirus lo subirà quando mamma e papà non trascorreranno più con lei tutto il loro tempo? La mia bambina ha vissuto la reclusione con quella resilienza che contraddistingue lei e tutti i bambini della sua età. E io? Sono contenta? Lo sono quando penso di aver avuto l'opportunità di trascorrere con mia figlia 2 mesi intensi e di crescita per entrambe. Non lo sono quando questa vita in casa mi rende più nervosa e sempre alla ricerca di quella libertà - e di "un'oretta tutta per me" - che mi manca».

Sandra: insegnante e mamma fortunata con un po' di "invidia" per le amiche single

Sandra insegnante, classe 1964, due figli e un marito 'per fortuna' in ufficio. «Mercoledì 4 marzo, ho lezione di pomeriggio e non mi rendo conto di cosa stia per succedere, non mi rendo conto che dall'indomani la mia vita e quella dei miei figli avrà come obiettivo principale la connessione ad internet e la "prenotazione interna" dei dispositivi tecnologici affinché loro possano seguire le lezioni e svolgere i compiti assegnati e io possa programmare e insegnare. Meno male che papà può andare in ufficio. Lavorare online e gestire la casa e i figli non mi dà attimi di tregua, anche perché ho deciso di dividere gli alunni in piccoli gruppi. Il mio secondo obiettivo, mio malgrado, è diventato quello di cucinare pasti sani ma sfiziosi, perché la prima domanda del mattino è "cosa si mangia oggi?". Mi impegno tanto, ma non posso competere con la pizza cotta nel forno a legna, le quantità del All you can eat e i sapori di un hamburger griffato. Le chiamate con le amiche le faccio mentre stendo e piego biancheria o mentre faccio le lunghe code ai supermercati. Gli aperitivi online li faccio mentre affetto e apparecchio. Lo ammetto, in alcuni momenti ho provato un po' di "invidia" per le amiche single che vivono di insalata e gallette, che fanno la spesa ogni due settimane e hanno tempo di fare yoga tutti i giorni. Poi, arriva il momento della partita a carte in famiglia e l'abbraccio della buona notte per cancellare la stanchezza e ripetermi che sono una mamma fortunata».

Valeria e Cristiano: quattro postazioni sempre attive e le voci che si incrociano

Valeria, mamma e insegnante di scuola primaria (1971) e Cristiano, grafico, e i due figli (15 e 18 anni) hanno colto il nostro invito a raccontarsi come un'occasione per fermarsi un po' a riflettere. «Siamo in quattro, siamo a casa, stiamo tutti bene. Ci ripetiamo nella mente quanto siamo fortunati: continuiamo a lavorare, continuiamo a studiare tra le nostre quattro mura. Le giornate scorrono in loop, ma questo accadeva un po’ anche prima. Abbiamo quattro postazioni sempre attive ma non abbiamo quattro stanze separate, sentiamo la mancanza di una porta, una porta in più che permetta ad ognuno di noi di avere il proprio spazio sonoro. Tutti connessi, sempre connessi, via Zoom, via Whatsapp, via WeSchool, con il modem che fuma, soprattutto al mattino. Le nostre voci si incrociano, si sovrappongono, cercano a tratti di sovrastarsi soprattutto quando io, mamma e insegnante di scuola primaria, mi rivolgo ai bambini come se fossi al chiosco della Melevisione per coinvolgere anche i più piccoli nella didattica a distanza. Noi genitori lavoriamo sicuramente di più e a fatica stiamo dentro agli orari stabiliti, i nostri figli studiano sicuramente di meno e a fatica mantengono gli impegni stabiliti. Un ragazzo di 15 anni e una ragazza di 18, una coppia di fratelli affiatata, per fortuna, entrambi abbastanza autonomi, soprattutto lei; non smaniano per uscire e scappare, hanno semmai la tendenza a rifugiarsi, a chiudersi. Spesso si accorgono prima di noi che l’ora di pranzo è passata da un pezzo e a volte, all’improvviso, ci richiamano alla nostra funzione di genitori e richiedono cure immediate. Ci preoccupiamo per loro ma non ci sembrano preoccupati o preoccupanti. Vorremmo dedicare loro più tempo, vorremmo aiutarli di più, stimolarli a mantenersi attivi, a non lasciarsi andare, a sfruttare al meglio queste giornate in cui sono stati messi forzatamente in pausa. Ma poi ci chiediamo: al meglio per chi? Siamo sicuri di avere una ricetta pronta per loro? Per fortuna forse veniamo solitamente, più o meno allegramente, rimbalzati. Non solo, entrano spesso loro nel merito di come noi lavoriamo, elargendo critiche e consigli, visto che ci sentono e ci affiancano in molte delle attività che facciamo. Procediamo così, tra una litigata e una risata, con la massima collaborazione e comprensione reciproca».

Vanessa: diventare madri al tempo del Coronavirus

Vanessa, psicologa, moglie di Raffaele è diventata madre da poco: «Per fortuna, mia piccola Giada, sei nata proprio sul finire del 2019, perché il 2020 ci ha salutate con una gran brutta sorpresa il Covid. Chi l’avrebbe mai detto che il mondo ti avrebbe accolta in modo così bizzarro... tu che fai i tuoi primi sorrisi e che hai una voglia matta di interagire ed invece i sorrisi sono coperti da quelle fascette bianche che tu non capisci cosa siano. Le guardi dai tuoi occhioni scuri e cerchi di capire le espressioni i volti... ma niente te ne freghi e sorridi ad un mondo che è preoccupato ed in grande affanno. Io sono felice di averti con me, ma non mi posso tanto voltare a guardare quello che succede attorno a noi. Devo essere il viso che sorride senza quella maledetta mascherina. Sento di doverti dare tutto quello che ho senza che angoscia e la paura possa vagamente entrare occupare la mia mente. E così inizia il lockdown ed io decido di ridurre l’esposizione alle immagini dei tg troppo forti per chi deve crescerti, giocare, cantare. Inizia il lockdown noi non usciamo ma ricreiamo i nostri giochi dentro casa, inizio a disegnarti a costruirti pupazzi con ago e filo. Eh sì è tutto chiuso ma tu hai bisogno di crescere, il mondo è impegnato a spegnare la pandemia, ma io non posso trascurare questi momenti così vitali per me e per te...Ma il Covid c’è e ci fa paura... e così il lockdown per noi due è vera e propria clausura; anche se ci ha regalato la presenza preziosa del tuo papà, che appena stacca dallo smartworking ti abbraccia! Però i nonni, però gli zii, i cugini, chi sono? Chi è quell’oggetto rettangolare che parla? Sembri chiedermi...e sì appena te lo avvicino il tuo sguardo sembra chiedermi chi è? Ecco il tasto dolente. Insomma nascere ai tempi del Covid significa da un lato essere catapultati nella realtà virtuale, ma allo stesso tempo ha significato ricercare i sapori di un tempo, quelli che ci narravano i nostri nonni, di cui tanto avevano malinconia».

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