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Genova, 14/07/2025.
Genova è una città ricca di storia e di misteri. Nei suoi vicoli antichi e nei palazzi secolari si raccontano storie di presenze inquietanti, apparizioni e leggende spaventose. Andiamo a scoprire 7 storie legate ai fantasmi e alle leggende di Genova. A svelarci queste storie spettrali che popolano il centro storico è Marco Pepè – scrittore, tour leader e ideatore del celebre Ghost Tour di Genova.
1. Leila Carbone
In largo Pertini, dove oggi sorge il Teatro Carlo Felice, un tempo si trovava l’antica abbazia di San Domenico. Fu demolita nell’Ottocento per volontà di Carlo Felice di Savoia; al suo posto venne appunto costruito il Teatro dell’Opera.
Una sera durante la prima di un Macbeth, andò a fuoco un quadro elettrico e lì accadde qualcosa di davvero straordinario: in mezzo alle fiamme, che furono subito domate, si vide comparire una giovane fanciulla. Tutti pensarono a un effetto scenico, ma in realtà si trattava del fantasma di una giovane. Fu organizzata una seduta spiritica durante la quale la ragazza rivelò il suo nome e raccontò la sua storia: si chiamava Leila Carbone ed era la figlia di un liutaio che aveva un negozio in vico del Filo. La ragazza, bellissima e capace di suonare qualsiasi strumento musicale, si innamorò di un giovane rampollo di una nobile famiglia che ricambiava il suo amore. Ma la madre del ragazzo era contraria alla relazione e tentò in ogni modo di dissuadere il figlio. Tutti i suoi tentativi furono inutili, e quindi decise che bisognava sbarazzarsi di Leila. Quando ci si voleva sbarazzare di un uomo, lo si accusava di cospirazione, ma quando si voleva eliminare una donna, bastava accusarla di un orrendo crimine: la stregoneria! Leila fu dunque accusata di stregoneria e condotta nelle prigioni del convento di San Domenico, dove morì di crepacuore.
Durante quella serata, al Teatro Carlo Felice videro in molti il fantasma: cantanti lirici, macchinisti, attori e comparse. Ognuno di loro racconta sempre la stessa cosa: l'apparizione fugace e veloce di una bella fanciulla che lascia al suo passaggio un intenso profumo di rose.
2. La vecchina di vico dei Librai
Siamo nel dicembre del 1989, verso la fine del mese, quando gli ignari passanti incontrano una strana vecchietta che cerca una strada che non esiste più: vico dei Librai. L'anziana donna, vestita con abiti démodé e parlando in un genovese molto stretto, chiede ai passanti dove possa trovare vico dei Librai, perché lì c’è la sua casa, che lei non riesce più a trovare. E mentre le persone si soffermano a pensare dove possa essere questo vicolo dal nome sconosciuto... la vecchina scompare!
Le testimonianze furono numerose. Alcuni si rivolsero ai giornali, altri alle autorità. Il caso più eclatante fu quello di un giovane che, mentre chiedeva spiccioli ai giardini Baltimora (conosciuti anche come giardini di plastica), si vide porgere dalla vecchietta una banconota che poi risultò essere una moneta fuori corso del 1942.
A seguito di tutte queste segnalazioni furono condotte due indagini. La prima rivelò che vico dei Librai era effettivamente esistito e fu demolito nel 1970, quando le ruspe spianarono completamente il quartiere dei Servi, o di via Madre di Dio. Scomparvero vico Pomogranato, vico dei Librai e anche vico Gattamora, dove si trovava la casa natale di Paganini.
La seconda indagine fu portata avanti tramite una seduta spiritica, durante la quale l’anziana signora rivelò il suo nome: Maria Benedetti, morta nel 1942, abitante in vico Pomogranato, accanto a vico dei Librai, nel luogo dove oggi sorgono i giardini Baltimora. Durante la seduta, l'anziana signora rivelò di non essere stata consapevole della sua morte e per questo motivo continua a cercare la sua casa, ormai distrutta.
La cosa strana fu che, quella stessa settimana, sulla ruota di Genova uscirono tre numeri molto significativi:
66 - case nuove
10 - vecchina malata
47 - morto che parla
3. Branca Doria
Quando entrate nella chiesa di San Matteo, in piazza San Matteo, nel centro storico genovese, cercate la colonnina con una colorazione rossastra, come se fosse macchiata di sangue. C’è una leggenda dietro a questo particolare!
Quella che un tempo era la piazza della famiglia Doria, con meravigliosi palazzi come quello di Andrea Doria e quello di Branca Doria, custodisce infatti una storia inquietante.
Branca Doria, vissuto tra il XIII e il XIV secolo, era un membro longevo della sua famiglia. Ma si dice che, in vita, si sia macchiato di un terribile omicidio: quello del suocero, Michele Zanche, per motivi di denaro e di proprietà.
Dante Alighieri lo colloca nel 33° canto dell’Inferno, nella Tolomea, il girone dei traditori degli ospiti. Il poeta afferma che Branca Doria, pur essendo ancora in vita, aveva già l’anima dannata all’inferno e che il suo corpo fosse posseduto da un demone.
Si racconta che il suo fantasma compaia di notte in piazza San Matteo: esce dalla sua casa con le mani ancora sporche di sangue e, con passo lento e pentito, si dirige verso la chiesa. Attraversa la porta chiusa e si appoggia sulla quarta colonna a sinistra dell’altare, per poi svanire. Su quella colonna è ancora visibile la macchia del suo sangue.
4. La strega Caterina
Ci troviamo in piazza Banchi, nel cuore del centro storico; una piazza circondata da palazzi storici, come la Loggia dei Mercanti, il Palazzo Ambrogio Di Negro e la chiesa di San Pietro. La piazza deve il suo nome all’attività commerciale che vi si svolgeva nei secoli passati, prendendo il nome dai banchi dei cambiavalute provenienti da altri paesi. Ma a noi interessa la leggenda che circola su una strega bruciata al rogo.
La Liguria è terra di streghe. Non a caso proprio qui, tra il 1587 e il 1589, si consumarono i terribili processi alle streghe di Triora. Ma questa storia riguarda un’altra donna: Caterina Manola, detta Cagna Corsa. Era originaria di San Pietro di Novella, nel territorio di Rapallo, ed era considerata una donna malefica. Veniva indicata dai villici come capace di lanciare oscuri sortilegi. Catturata e imprigionata nel palazzetto criminale di Genova, fu condannata a essere bruciata viva, proprio davanti alla chiesa di San Pietro in Banchi.
Le sue carni furono straziate dal rogo, che non le diede pace. Si racconta che la pietra sulla quale fu acceso il fuoco arda ancora oggi, anche in inverno, e che l’orologio della piazza, quando si guasta, si fermi sempre a mezzogiorno: l’ora in cui Caterina Manola perse la vita.
5. Il bambino di via Luccoli
Siamo in via Luccoli. La leggenda narra che qui risiedano spiriti benevoli, tra cui anche quello di un bambino, sacrificato secoli fa.
Via Luccoli è una strada del centro storico genovese, piena di negozi affascinanti, che parte da piazza Soziglia e arriva fino a piazza Fontane Marose. Il nome Luccoli richiama il termine latino lucus, ovvero bosco sacro agli dei.
In tempi molto antichi, prima che venissero edificate case e palazzi, qui sorgeva un bosco, nel quale si praticavano antichi riti dedicati alle divinità silvane, ovvero gli spiriti dei boschi. Da questo deriverebbe, appunto, il nome Luccoli.
Qui si racconta che di notte, d'inverno, è possibile incontrare una presenza, il fantasma di un bambino che, indossando una tunica bianca e portando sul capo una corona di alloro, porta con sé, attaccato a un filo multicolore, una capretta. Incontrare questa benevola presenza è sicuramente di buon auspicio.
6. Tommasina Spinola
Questa non è una storia di fantasmi, ma di un amore platonico: quello che vede protagonista Tommasina Spinola. Ci troviamo in piazza dell'Amor Perfetto, un piccolo quadrato nascosto tra i vicoli di Genova, che custodisce un segreto.
Il toponimo della piazza può avere diverse interpretazioni: la più banale rimanda al fatto che da questa zona si poteva raggiungere il quartiere di Montalbano, noto per la prostituzione, e quindi vi si poteva trovare un amore perfetto. Ma l’interpretazione più suggestiva è legata alla triste storia di Tommasina Spinola, una giovane nobile data in sposa a un uomo molto più anziano, in un matrimonio privo d’amore. Durante una festa, Tommasina incontrò nientepopodimeno che Luigi XII di Francia. Tra loro nacque un intendyo, un termine genovese che significa una corrispondenza platonica tra due persone.
Forse, però, era solo Tommasina a nutrire questi sentimenti, mentre il re potrebbe non essersi nemmeno accorto di lei. La giovane si innamorò perdutamente del re e iniziò a scrivergli lettere ogni giorno. Quando giunse a Genova la notizia – falsa – che il re era morto nella battaglia di Cerignola, Tommasina si lasciò morire di dolore.
Luigi XII non era morto e, tornato a Genova da invasore, mise la città a ferro e fuoco. Quando gli fu raccontata la storia della giovane nobile, sembra che abbia detto: «Avrebbe potuto essere un amor perfetto». In suo ricordo Genova ha dedicato una piazza che porta questo nome: piazza dell'Amor Perfetto.
7. Palazzo del Melograno
Questa ultima storia non parla di fantasmi o di presenze inquietanti, ma di una leggenda legata alla città di Genova.
Siamo in Campetto – c'è chi, erroneamente, la chiama piazza Campetto; ma il suo nome corretto è semplicemente Campetto –. Fra i tanti meravigliosi palazzi che si affacciano su questa piazza, ce n’è uno che custodisce una leggenda intrigante: il Palazzo del Melograno. Si tratta del palazzo al civico 2/10 di Campetto, costruito nella seconda metà del Cinquecento. È conosciuto come Palazzo Ottaviano Imperiale, o anche Palazzo Casareto, ma per i genovesi è da sempre il Palazzo del Melograno.
Sul terrazzino sopra all’ingresso principale si può vedere un albero di melograno. Nessuno sa con certezza come sia finito lì, ma la leggenda dice che finché il melograno di Campetto fiorirà, Genova continuerà a essere superba.
Di Ancila Mettekkatt