Teatro Genova - Mercoledì 8 marzo 2017

Difficile essere giovani donne oggi, Marta Cuscunà

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Genova - Terza tappa, Sorry, Boys, di un progetto sull'essere donne dell'attrice-autrice Marta Cuscunà. E non è l'ultima. Era partita dal passato prossimo con È bello vivere liberi ispirato alla biografia di Ondina Peteani, Prima Staffetta Partigiana d'Italia, deportata ad Auschwitz N. 81 672. Poi c'è stata La semplicità ingannata (2012), questa volta un tuffo nel '500 a recuperare forme di emancipazione femminili ante litteram, lavorando sulle opere letterarie di Arcangela Tarabotti e prendendo spunto dalla vicenda delle Clarisse di Udine. La storia insomma, i documenti di fatti realmente accaduti e le donne. Per la seconda volta Marta Cuscunà e le sue maschere, reduci da 25 repliche in un anno (anche a Parigi), sono in scena al Teatro della Tosse - dal 10 al 12 marzo 2017.

Cosa resta degli altri linguaggi da cui trai ispirazione e informazioni: i documenti, i testi storici, gli articoli di giornale. Nel caso di Sorry, boys il film? «Sono semplicemente linguaggi diversi, poi io rivendico la libertà dell'opera artistica, la libertà di creare un'opera a sé. Uso la verità storica per creare. La verità resta. Nel film non si parla per esempio dell'unica ragazza che dice di essere stata convinta all'atto dopo aver assistito a un femminicidio. Proprio questa testimonianza è il mio punto di partenza. Mentre preparavo questo spettacolo ho scoperto un altro documentario di cui non si fa menzione nel film: Breaking our silence. Gloucester Men Speak Out Against Domestic Abuse. Si parla ancora della cittadina americana, Gloucester in Massachusetts, ma dei 500 uomini che scendono in piazza per manifestare contro la violenza domestica in una località dove la frequenza quotidiana di chiamate d'emergenza continuava a salire. Quello che mi interessava era contestualizzare il gesto delle ragazze adolescenti, non considerare semplicemente una serie di coincidenze».

Questo nuovo capitolo della serie che Cuscunà ha chiamato Resistenze femminili, è partito da un'inchiesta di Giovanna Cosenza, semiologa, dal titolo Il femminismo, che roba è? realizzata in collaborazione con i suoi studenti. Il risultato della ricerca è che sempre meno donne doprattutto giovani credono nel femminismo, alla fine del documento si dice che il femminismo non trova più proseliti, seppure i dati economici raccontino una forte disparità di trattamento. Dopo un anno e mezzo di repliche in giro per l'Italia e non solo, che cosa hai capito della questione dal confronto con il pubblico?

«Da un lato io credo che manchi informazione, specie tra chi, troppo giovane, non è ancora entrata nel mondo del lavoro. La seconda riflessione è che c'è un malinteso, ci sono spazi che le donne si sono ritagliate, spazi di lavoro, di espressione, di costume. Ma scambiare queste conquiste come libertà assolute è scorretto, perché c'è ancora un patriarcato molto forte nella nostra società. Forse oggi è semplicemente più subdolo. La libertà delle donne è una questione di tutti, non possiamo pensare che gli uomini vivano in una società non uguale e siano felici. L'uomo, anche il più buono e premuroso, continua ad essere un privilegiato e, mentre lui è favorito, anche inconsapevolmente, le donne sono svantaggiate. Gli stereotipi di genere schiacciano uomini e donne. Si continua a parlare della crisi del maschile, dei problemi che hanno gli uomini di fronte a nuove femminilità. Ma in verità, sulla mascolinità c'è ancora da riflettere e molto, in positivo intendo. I pochi movimenti degli uomini che hanno deciso di riflettere sul loro ruolo sostengono proprio questo: che si debba parlare del cambiamento e di quali opportunità questo possa rappresentare: l'uomo può scoprire nuovi orizzonti, nuove relazioni, può intervenire anche a suo vantaggio rispetto allo squilibrio economico».

Come hanno reagito in sala i vari tipi di pubblico a questo nuovo lavoro? Le scuole? «Rispetto agli altri, questo spettacolo affronta argomenti molto scomodi e si esce pieni di interrogativi. Con ragazze e ragazzi delle scuole con cui facciamo anche incontri, prima e dopo, sostenuti anche da operatrici del consultorio, ho scoperto un pubblico molto interessanto. C'è grande fame di parlare di questi argomenti, avere contesti in cui ragazze ragazzi sono invitati a farlo e dove possano trovare interlocutori adulti e non dire quelle quattro cose tra loro. Un contesto dove si possa sentire che questo non è un tabù».

Proseguirai su questi temi? Le Resistenze femminili avranno una quarta tappa oppure pensi di rivolgere la tua attenzione altrove? «I miei lavori nascono dalle difficoltà che incontro quotidianamente. Sono un tentativo di trovare strade che ci permettano di vivere meglio e risolvere le contraddizioni del contemporaneo. Questi argomenti sono ancora urgenti e influiscono tantissimo nella vita di ogni giovane donna. Credo che lavorerò sul tema del potere, su come il diritto e il potere abbiano a che vedere anche con lo squilibrio uomo-donna».

La scelta di questo tema non sorprende, vista la recente vicenda personale e professionale che ha segnato il vissuto teatral-artistico di Marta Cuscunà e della sua città Monfalcone: la chiusurra della rassegna ContrAzioni. «Non c'è nessuna ragione economica dietro questa decisione. La rassegna piaceva e aveva un sacco di pubblico. Dopo quattordici anni di stagioni di altissimo livello, rispondeva bene per il teatro di Monfalcone. È una scelta ideologica cancellare il lavoro fatto in questi anni per una proposta culturale scelta da due terzi degli abbonati. Non si può fare della cultura uno strumento di propaganda politica, le persone devono essere rispettate».

Effettivamente il pubblico di Monfalcone ha reagito eccome. «C'è stata una grande mobilitazione, sono state raccolte un migliaio di firme e la maggior parte sono state raccolte fuori del teatro, anche sotto la pioggia, dopo che era stato impedito di raccoglierle nel foyer. Ignorare la loro voce è ingiusto. Questa parte di cittadinanza sta dimostrando cura verso questa rassegna, non vedo perché qualcuno in politica possa permettersi di non ascoltare».

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