Cultura Torino Venerdì 21 dicembre 2018

Liberi di Imparare: il progetto del Museo Egizio di Torino per i carcerati

Torino - In via Maria Vittoria 3, a Torino, ha aperto una piccola mostra negli spazi del Museo Egizio, che racconta però un grande progetto. Per qualche mese, da maggio di quest'anno, i detenuti del carcere «Lorusso e Cutugno» si sono confrontati con alcuni dei reperti esposti al museo. Ma non si è trattato soltanto di una delle tante attività di studio portate avanti dalla casa circondariale, perché i carcerati li hanno ricostruiti, producendo delle vere opere d’arte – circa una ventina – che ora compongono la mostra Liberi di imparare, aperta fino al 21 gennaio e visitabile gratuitamente.

Il progetto ha coinvolto l’Egizio, il carcere e due scuole, l’istituto tecnico “Plana” e il Primo Liceo Artistico, con la collaborazione dell’Ufficio della Garante per le persone private della libertà del Comune di Torino. Il risultato è davanti agli occhi: papiri riprodotti fedelmente, con Christian Greco, direttore del Museo Egizio, che assicura la corretta trascrizione dei geroglifici, ma anche cofanetti, vasi e atri oggetti. Questa esposizione, però, è solo una tappa del progetto, che porterà i lavori dei detenuti nelle biblioteche cittadine e all'ospedale Regina Margherita, per rendere accessibile la collezione anche a chi, per motivi di salute, non ha questa possibilità. È l'intento di Christian Greco, che vuole «portare il museo fuori dal museo» sin da quando si è insediato, nel 2014. L’idea è anche quella di superare i confini di Torino e del Piemonte.

«C’è un carcere – ha ricordato Monica Cristina Gallo, Garante dei detenuti – con delle persone che hanno sbagliato, ma che hanno bisogno di tornare in contatto con la città». Intanto dall’inizio del progetto a oggi i detenuti sono aumentati, passando da circa 1300 a poco più di 1400. «Il trend di crescita – ha commentato Arianna Balma Tivola, responsabile dell’area trattamentale del “Lorusso e Cutugno” – determina una diminuzione degli spazi anche per l’accoglienza e la comunità. Per le persone in carcere questo progetto è una occasione di riscatto, per provare a pensarsi in modo diverso». Perché oltre a conoscere la storia dell’Antico Egitto, i partecipanti hanno imparato a lavorare il legno e la ceramica, hanno lavorato sul papiro e per farlo, come ha sottolineato Christian Greco, si sono basati su fotografie, misure e scansioni, non potendo ovviamente vedere le opere di persona.

«Oggi si corona un sogno – ha aggiunto il direttore dell’Egizio – e sono io a ringraziare tutti. Il carcere viene visto come un luogo di segregazione, mentre il museo è solitamente considerato una torre d’avorio per pochi eletti, ma non è una società sospesa. In questo caso il museo ha fatto da ponte tra le istituzioni». E nei ricordi del direttore, che ha incontrato i detenuti in questo percorso, c’è un uomo che ha rivelato di essersi svegliato la notte pensando alla tomba di Kha e di sua moglie Merit. Gli oggetti riprodotti, infatti, arrivano in maggior parte dal loro corredo funebre e c’è anche una mappa che consente ai visitatori di ritrovare gli «originali» all’interno della collezione principale del museo.

«Così proseguiamo ciò che facciamo da qualche anno – ha sottolineato Evelina Christillin, presidente dell’Egizio – cioè far vivere il museo anche fuori. La nostra politica di integrazione riguarda tutti in generale, lavoriamo con chiunque voglia costruire ponti e non barriere». La mostra sarà aperta tutti i giorni, eccezion fatta per le chiusure natalizie dell’Egizio, dalle 10 alle 17.

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