Dmytro Udovychenko
Martedì 20 gennaio 2026 alle ore 20.30, per la prima volta a Milano, la Sala Verdi del Conservatorio Giuseppe Verdi (via Conservatorio 12) accoglie il giovane violinista ucraino Dmytro Udovychenko, ospite della Società del Quartetto.
Forte di un palmarès d’eccezione, che include la vittoria al Concorso di Montréal nel 2023 e, nel 2024, del prestigioso Concorso Regina Elisabetta di Bruxelles, Udovychenko si presenta in duo con la pianista americana Anna Han, in un programma che sfida i limiti tecnici ed espressivi dello strumento, spaziando da Robert Schumann a Dmitri Šostakovič, passando da Richard Strauss e Ernest Chausson.
Formatosi con Boris Garlitsky e, alla Kronberg Academy, con Christian Tetzlaff, Udovychenko rappresenta la punta d’eccellenza della nuova generazione di solisti internazionali. Nativo di Kharkiv, classe 1999, porta con sé una visione della musica come forma di resistenza emotiva, tanto da aver recentemente dichiarato, nella difficile contingenza internazionale che tocca il suo paese di origine anche solo per un breve istante, sono felice di poter donare qualche momento di felicità. Ad affiancarlo in questo battesimo milanese, la partner artistica Anna Han è sua compagna di studi alla Kronberg Academy, dove è allieva di Sir András Schiff. É stata lodata dal Washington Post per la sua naturalezza e la sua grazia del suo stile interpretativo.
Anna Han
Il concerto, sostenuto dalla Fondazione Araldi Guinetti, diventa così l'occasione per ascoltare due giovani stelle che cercano nelle note quella fonte inesauribile di bellezza - nelle loro parole - capace di mettere in dialogo la Storia con il presente.
Il programma scelto si configura come un excursus attraverso la letteratura violinistica dalla metà dell’Ottocento ai primi decenni del Novecento, un lasso temporale musicalmente vasto e denso, che i due esplorano tanto nella sua dimensione lirica, tipicamente tardo-romantico, conducendo l’ascoltatore per mano all’incontro con le asperità del modernismo. Il concerto si apre con l’opera che si colloca all’estremo cronologico ed estetico inferiore, con la Fantasia di Robert Schumann (1853), una pagina che incarna l'essenza stessa dell'estetica schumanniana, dove la frammentazione formale diventa specchio dell'inquietudine interiore, scardinando le simmetrie classiche in favore di un flusso emotivo continuo e rapsodico.
Segue la Sonata in mi bemolle maggiore op. 18 (1887), capolavoro di un Richard Strauss ventitreenne ancora lontano dalla compiuta maturità dei poemi sinfonici, ma che già in questa pagina dilata la forma classica con una scrittura pianistica di densità orchestrale e uno slancio melodico che contiene a fatica il punto di rottura con l'espressività romantica. Introduce il gran finale il celebre Poème (1896) di Ernest Chausson, opera rivoluzionaria per la sua epoca, in quanto rifugge la tradizionale architettura del concerto virtuosistico a favore di una forma libera, ciclica e introspettiva, intrisa di quel languore fin de siècle che apre la strada all'impressionismo.
La conclusione della serata arriva, al limite cronologico superiore del percorso, sulle note della Sonata in sol maggiore op.134 (1968) di Dmitri Šostakovič, un lavoro complesso e tormentato, caratterizzato da una durezza formale, che si percepisce all’ascolto, nel senso di contrasto e disagio che pervade il brano. Dedicata al violinista David Ojstrach, interprete della sua prima esecuzione il 3 maggio 1969 nella Sala Piccola del Conservatorio di Mosca, è una pagina di una certa modernità, che propende per l’astrazione. I toni pastorali e popolari del primo tempo, Andante, non temperano l'impressione di una musica che non concede particolari piacevolezze all'ascoltatore. L'Allegretto, tempo centrale, ha qualcosa di brutale: il pianoforte scandisce spesso sonorità sorde e secche. Il Largo conclusivo è a sua volta uno spinoso tema con variazioni.