F*ck: a Modern Musical Love © Marcella Foccardi
Dal 16 gennaio al primo febbraio 2026 (da martedì a venerdì alle 20.30; sabato alle 19.30; domenica alle 16.00) va in scena al Teatro Fontana di Milano (via Gian Antonio Boltraffio 21) lo spettacolo F*ck: a Modern Musical Love, terzo e ultimo capitolo della trilogia firmata da Gipo Gurrado prodotto da Elsinor con il sostegno di Next: Laboratorio delle Idee.
Interpretato da Andrea Lietti, Giovanni Longhin, Ilaria Longo, Nicola Lorusso, Roberto Marinelli, Paola Tintinelli, Marco Rizzo ed Elena Scalet, con testi, musiche e regia di Gipo Gurrado, F*ck: a Modern Musical Love è il terzo capitolo della Modern Trilogy avviata con Supermarket e Family e porta in scena la fragilità profonda e contemporanea delle relazioni umane.
Con le musiche prodotte negli studi Indiehub di Milano, le scene di Marina Conti e le coreografie di Maja Delak, il palcoscenico si trasforma in una metropolitana, non-luogo per eccellenza e specchio di una quotidianità sospesa. Tra porte che si aprono e si chiudono, si incrociano otto personaggi in cerca di sesso, di un posto nel mondo, di amore (anche se non ne ricordano più con precisione il significato). Tutto prende forma nei pochi minuti d’attesa su una banchina qualunque, abitata da un’umanità distratta e diffidente, chiusa nelle proprie solitudini ma immediatamente riconoscibile nei gesti, nei tic e negli automatismi del vivere quotidiano.
Coralità e assoli si alternano in una drammaturgia musicale costruita su canzoni dalle strutture inusuali, mentre una colonna sonora minimale ma pulsante intreccia groove funk ed echi cantautorali che richiamano Piero Ciampi e Gianmaria Testa. In scena, solo tre strumenti - basso, piano elettrico e batteria - e una trama di voci che dà ritmo e respiro emotivo al viaggio. Le coreografie di Maja Delak trasformano il movimento quotidiano in danza, facendo della corsa di un vagone un respiro collettivo, un flusso condiviso che unisce corpi e storie.
F*ck è un musical d’autore ironico e profondamente contemporaneo, lontano dalla tradizione anglosassone alla Grease, che restituisce con lucidità e tenerezza l’imperfezione che accomuna tutti: ognuno, inevitabilmente, è un po’ fucked up.