Nel mare di Lombardia c'è la storia di Consonno: antico borgo, città dei balocchi, paese fantasma - Lecco

Nel mare di Lombardia c'è la storia di Consonno: antico borgo, città dei balocchi, paese fantasma

Libri Lecco Giovedì 18 febbraio 2021

© Samuele Silva
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Lecco - Consonno, frazione del comune di Olginate, in provincia di Lecco, è famosa per avere ospitato a cavallo tra gli anni '60 e '70 del Novecento la Città dei Balocchi edificata dall'imprenditore Mario Bagno in seguito alla demolizione dell'antico borgo. Per alcuni anni Consonno diventò una sorta di Las Vegas della Brianza, con ristoranti e locali da ballo, un albergo di lusso, un castello medievale e un centro commerciale costruito in stile minareto; ma poi iniziò il lento declino della Città dei Balocchi, acuito da diverse frane che ne impedirono l'accesso e ne minarono la stabilità. Oggi Consonno è un paese fantasma e versa nel più totale abbandono.

La storia di Consonno è ricostruita in maniera volutamente romanzata nel racconto Il gioiellino di Stefano Izzo (Questo racconto è frutto dell’immaginazione dell’Autore, pertanto ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è fittizio o casuale, recita una nota a margine del testo), contenuto nel libro Nel mare di Lombardia a cura di Davide Grittani (Les Flâneurs Edizioni, 2021, 218 pp). Il volume - seconda uscita della collana Dispacci Italiani in cui gli autori donano ulteriore bellezza alla loro terra attraverso racconti intimi - comprende 10 racconti dedicati alle terre lombarde barricate tra montagne, circondate da laghi e condannate all’infallibilità, per le quali il mare non è solo una suggestione letteraria ma un’insinuazione antropologica.

Oltre al Gioiellino di Stefano Izzo - del quale di seguito pubblichiamo l'incipit e una fotogallery che documenta l'attuale stato di abbandono di Consonno, con scatti di Samuele Silva - Nel mare di Lombardia include anche testi di Valeria Viganò, Marta Morazzoni, Valentina Fortichiari, Paola Predicatori, Barbara Garlaschelli, Elena Mearini, Stefano Corbetta, Stefano Ferri e Nicoletta Vallorani.

Il gioiellino di Stefano Izzo

Quando mi hanno parlato di Consonno per la prima volta era il ’56, o forse l’anno precedente. Uno dei geometri che lavoravano per me, uno di quelli giovani e disinvolti, insisteva da settimane perché andassi a vedere dei terreni sulle alture di fronte a Lecco. «Il paesaggio è un paradiso, rimarrà incantato dalla vista, signor Bagno» ripeteva. «Soprattutto, è un vero affare». In quel momento avevo già troppi cantieri aperti, non volevo mettere troppa carne sul fuoco, e poi, gli feci notare, di bei paesaggi è pieno il mondo. Rifiutai l’invito una, due, dieci volte, ma quello tornava regolarmente alla carica, con argomenti via via più fantasiosi. «Sa che il panorama che si vede da lassù è lo stesso descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi disse a un certo punto, immaginando di causare in me non so quale reazione. Vedendomi perplesso, si mise a recitare a pappagallo: «Quel ramo del lago di Como…». Da non credere! Ma quando mai m’era importato qualcosa di un libro? Per conto mio, sul Manzoni c’era una sola cosa da sapere: che se non fosse nato conte e ricco, nessuno gli avrebbe dato ascolto. Era testardo quel ragazzo, non smetteva di martellarmi, così una mattina finii per cedere.

Andammo su con la mia macchina, un’Alfetta Spider rossa, e volle ad ogni costo guidare lui. Il perché lo intuii a metà tragitto, quando si ricordò di informarmi su «un certo dettaglietto»: per raggiungere il gioiellino, come lo chiamava, non c’erano strade. O meglio, si affrettò a precisare, di strade ce n’erano due, ma la prima era una mulattiera, larga sì e no un paio di metri, si poteva percorrerla solo a piedi o con un traino di buoi; l’altra era carrozzabile, faceva però un giro infinito, si arrampicava per la montagna risalendola dall’altro versante, attraversava varie frazioni, scavalcava il passo e scendeva giù per qualche altro curvone, prima di giungere a destinazione. Se al volante fossi stato io, saremmo già tornati indietro.

«E la vuole sentire una storia buffa?» disse come se dopo quelle novità potesse ancora trovarmi di buonumore. «Un paio d’estati fa il postino è andato in pensione, ma non si è trovato un sostituto, perché nessuno voleva farsi ogni mattina cinque chilometri in salita e cinque in discesa, con la pioggia o il solleone… Così, alla fine, dopo due anni di lettere perse e di proteste, hanno dovuto richiamare in servizio il vecchio». E giù a ridere di gusto. A quel punto avrei dovuto infuriarmi, di motivi me ne aveva già dati una dozzina. Ma la sua spudoratezza mi piaceva, stava cercando di stordirmi con quattro chiacchiere e non si 19 preoccupava neppure di nasconderlo. Perciò mangiai la foglia e decisi di premiarlo con una frase che alla sua età, trenta o quarant’anni prima, mi ero ben scolpito nella testa. «Il giorno che non freghi nessuno – dissi – non essere contento di te stesso». Il suo silenzio mi suggerì che aveva capito e che non servivano altre parole. Per il resto del viaggio rimasi zitto a osservare i boschi e a maledire le buche dello sterrato.

Ci vollero quasi due ore. E per cosa, poi? Consonno era una ventina di grosse case di pietra che cadevano a pezzi, qualche vicolo in saliscendi, un negozio d’alimentari, un’osteria e una chiesetta. Tutto era distribuito intorno a una specie di cortile centrale, dove un enorme tiglio faceva ombra alle chiacchiere di qualche contadino e delle loro donne impegnate a intrecciare canestri. Non notai bambini, automobili o pali del telefono, né altro che sembrasse appartenere al nostro secolo. Un paese ai margini del tempo, ecco dove m’aveva portato. Mentre quei poveretti ci osservavano come fossimo marziani, e mentre altri occhi seguivano i nostri movimenti tra le fessure delle persiane, il ragazzo si sbracciò perché lo seguissi verso la fine dell’abitato, dove si stendevano alcuni campi – coltivati a sedani e a porri, mi parve – e dove si apriva la vista di cui aveva raccontato meraviglie. Mi secca ammettere che aveva ragione: eravamo a mezza costa di un monte coperto dal verde dei castagni e dei gelsi, e sotto di noi serpeggiava il corso dell’Adda, che uscito dal lago di Lecco creava un paio di altri bacini prima di stringersi definitivamente e perdersi alla nostra destra, nella foschia della pianura dietro la quale brulicava Milano. Di fronte a noi, dall’altro lato della valle riluceva il massiccio delle Grigne e, appena dietro una collinetta, si intravedeva la cresta dentata del Resegone. «Bello, ma cosa me ne faccio?» sbottai per riportare entrambi alla realtà. «Costruisco strade io. Autostrade, piste d’aeroporto, ponti, argini… A che mi servono dei terreni in pendenza, coperti di alberi, in una zona dimenticata da Dio?». Converrete che la mia obiezione non era campata per aria. Finalmente il ragazzo spiegò che le due famiglie proprietarie dell’intero paese e dei duecento ettari che lo circondavano erano interessate a vendere tutto in blocco e a una buona cifra, sui cento milioni. Messo alle strette, non seppe però spiegarmi l’essenziale, ovvero in che modo avrei potuto recuperare un investimento del genere. Credeva che mi sarei accontentato di incassare l’affitto da quei quattro pezzenti? Tornammo in macchina e stavolta al volante mi sedetti io. «Hai avuto la gita che volevi – dissi – non parleremo mai più di questo posto, intesi?».

Passarono degli anni, durante i quali mi occupai come sempre di far crescere l’impresa che aveva fondato mio padre, che per qualche tempo avevo diviso coi miei fratelli e che adesso era mia. Eravamo cavallanti, prima della guerra, trasportavamo sabbia dalle cave ai cantieri, e adesso eravamo diventati costruttori. Ci erano voluti sudore e astuzia, e naturalmente qualche viaggio a Roma per incontrare le persone giuste. In quel periodo lavoravo molto a Trezzano, uno di quei paesotti fuori Milano che stavano rapidamente entrando nell’orbita della metropoli. Avevo fatto amicizia con il sindaco, un bel tipo, modi spicci e pochi grilli per la testa. La mattina teneva un banco di ortofrutta al mercato e il più delle volte era proprio lì, non in municipio, che incontrava i suoi consiglieri e prendeva le decisioni. Era dove io stesso mi presentavo per capire se il Comune avesse bisogno di ripavimentare qualche via, di rinforzare un terrapieno, o d’altro che potesse tenere impegnati i miei mezzi e operai. Seduti su delle cassette di legno, un giorno assistemmo a una scena che non avrei mai dimenticato. Il paese era tagliato in due dal naviglio, e per attraversarlo esisteva soltanto un antico ponticello di pietra, stretto e a gobba d’asino. Un’immensa Buick color sabbia lo imboccò lentamente e, vai a sapere come, svoltando rimase bloccata nel breve tratto in salita. L’autista non riusciva più ad andare avanti né indietro, e ci vollero decine di manovre e di colpi di frizione, con gli immacolati paraurti d’acciaio che sfioravano pericolosamente i muretti laterali, per raddrizzare il macchinone e poter proseguire senza un graffio. Una piccola folla s’era radunata per ammirare il bolide e per sbirciare l’uomo accomodato sul sedile posteriore. Allungai il collo anch’io e quasi non credetti ai miei occhi. Benché non ci conoscessimo di persona e ci fossimo soltanto incrociati in qualche serata mondana, riconobbi all’istante il piglio fiero e l’espressione rapace di Renzo Zingone. Mi prese un colpo. Anni prima Zingone aveva una catena di grandi magazzini, con negozi a Roma, in Europa, Stati Uniti e Giappone. Ma l’azienda di famiglia gli stava stretta, si fece liquidare la sua parte dai fratelli e negli anni Quaranta si trasferì a Milano. Aveva rilevato una banca in difficoltà, e l’ingresso nel mondo della finanza gli aveva permesso di avviare imprese di ogni tipo, incluse alcune miniere d’oro e di rame in Venezuela. Era un pezzo grosso, Zingone, uno di quelli di fronte ai quali ci si leva il cappello. Se era venuto fin lì, di certo non era per fare una passeggiata. Lo dissi al sindaco ma quello allargò le braccia e tornò ai suoi carciofi e alle sue zucchine. La farò breve: Zingone stava comprando un milione e duecentomila metri quadri di verde agricolo per costruirci sopra un intero nuovo quartiere, grande venti o trenta volte il vecchio nucleo di Trezzano. Dal nulla, in un paio d’anni avremmo visto realizzare migliaia di appartamenti, dentro grossi palazzi che portavano nomi di donna – il grattacielo Stefania, l’edificio Maria – e che godevano di tutti i servizi necessari: scuole, farmacie, negozi. Una scritta a caratteri cubitali, bianchi e lucidi come quelli di Hollywood, avrebbe annunciato ai visitatori: Quartiere Zingone. In quattro e quattr’otto i miei affari in zona furono spazzati via dal suo esercito di ingegneri, di mediatori e di tecnici specializzati. Golia che schiaccia Davide senza accorgersene.

Diventammo nemici? No, era una battaglia impari. Di fronte a lui, il banchiere visionario, il costruttore di città, io Mario Bagno ero uno come tanti. Se devo dirla tutta, ci incontrammo in poche occasioni, e non ricordo neppure una parola scambiata tra noi. Nondimeno la sua comparsa – il suo esempio, il suo impeto – aveva aperto dentro di me una crepa invisibile, una di quelle microscopiche fessure che noti soltanto quando ormai si sono allargate a ragnatela ed è troppo tardi per sigillarle. Ci avete mai fatto caso? Le cose realmente importanti accadono spesso così, a un tratto e senza ragioni evidenti. Ridicolo, dopo, mettersi a inventare spiegazioni. Succedono e basta. Fatto sta che telefonai al mio giovane geometra. «Quel paese che mi hai portato a vedere anni fa… – dissi senza convenevoli – sì, esatto, quello che non dovevi più nominare. È ancora in vendita?». Non solo era in vendita, spiegò quasi in falsetto, il prezzo nel frattempo era calato di molto: con una cinquantina di milioni potevo averlo. Fu più di un piccolo miracolo; fu una strizzata d’occhio del destino. «Chiamali – ordinai – e chiudiamo per venti». Se esiste un momento che definisce il resto di una vita, un passaggio dopo il quale niente resta più com’era prima, per me fu sicuramente quello. Nell’attimo in cui presi quella decisione, scivolai nella corrente che mi avrebbe trasformato in un altro uomo. Fu una scelta d’istinto, è vero, senza pensare troppo. Con sessant’anni di fatiche ero diventato ricco, e avevo scoperto che tra le tante cose che i soldi possono comprare c’era la più preziosa, la libertà. Ma la libertà non ha alcun senso, se non commetti qualche errore.

E così l’8 gennaio del 1962 ho comprato Consonno. Non solo la terra, un milione e settecentomila metri quadri, ma anche tutto quello che c’era sopra: case, orti, stalle, alberi, persino gli insetti. Tutto mio, ad eccezione delle persone che ci vivevano – e delle quali, in verità, mi importava ben poco.

[il racconto di Stefano Izzo continua nel libro Nel mare di Lombardia a cura di Davide Grittani]

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