Cultura Genova Palazzo Ducale Venerdì 11 gennaio 2019

L'omaggio di Genova a De Andrè: la giornata al Ducale. Foto e parole degli ospiti

© Fabio Liguori
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Genova - A 20 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, Faber è più vivo che mai. È presente, tra la folla di genovesi che venerdì 11 gennaio 2019, sono rimasti in fila fuori da Palazzo Ducale per ore, aspettando un varco per prendere posto, come se Il mio Fabrizio, l'evento al Ducale per ricordare De Andrè fosse ancora un suo concerto. E di musica se n'è sentita, ognuno sicuramente avrà canticchiato in testa la sua canzone preferita, da Il Pescatore a Bocca di Rosa, mentre amici, parenti, cantautori, ricordavano il loro Fabrizio. Ognuno, da Gino Paoli a Dori Ghezzi, da Cristiano De Andrè a Neri Marcorè, da Fabio Fazio a Morgan, ha condiviso con il pubblico il proprio ricordo, tratteggiando la figura di un uomo, di un cantautore, di un poeta alla quale è impossibile non volere bene. Tra musica e aneddoti. Ecco il Fabrizio De Andrè nelle parole di chi lo ha conosciuto.

«Non sono mai stato molto bravo a commemorare mio padre - ha detto Cristiano De Andrè - Ogni volta che arriva l'11 gennaio, mi sento piuttosto traballante. Preferisco ricordarlo nel giorno del suo compleanno, il 18 febbraio. Per me, fare il musicista e trasmettere emozioni, è l'unico modo efficace che conosco per comunicare qualcosa a tutti, mi riesce molto meglio. Molti mi chiedono "Cosa ti manca di lui?" Semplicemente mi manca lui, era mio padre, e io non posso far altro che ringraziarlo per quello che mi ha dato. Era un uomo coerente, in grado di non farsi scalfire dal consumismo, ma era anche autocritico, forse è per questo che non si è mai rassegnato e non si è mai goduto a pieno il successo. Tra alti e bassi, io e lui ci siamo più volte riavvicinati e persi, ma se oggi fosse ancora qui probabilmente canteremmo qualcosa insieme».

«Tutti gli amici che oggi ricordano Fabrizio - ha spiegato Dori Ghezzi, legata sentimentalmente al cantautore fin dal 1974 - sono gli stessi che mi hanno aiutata a superare un momento difficile nella mia vita. Da lì ho imparato a continuare, ad andare avanti, a convivere con Fabrizio anche se lui non c'era più. Fabrizio diceva sempre Genova è mia moglie: io glielo lasciavo dire, ma oggi penso che Fabrizio sia stato un figlio di Genova, un dono che la città ci ha fatto».

«De Andrè è una corda che, quando viene suonata, vibra molto forte - racconta il presidente di Palazzo Ducale Luca Bizzarri - In questo palazzo oggi abbiamo contemporaneamente tre genovesi: Fabrizio De Andrè, Nicolò Paganini ed Enzo Tortora: questa città ne ha di cose da raccontare all'Italia. Manca all'appello Don Gallo, un'altra figura abbinabile a Fabrizio, ma d'altra parte sono tanti gli assenti oggi, compreso Paolo Villaggio, anche lui avrebbe avuto qualcosa da dire su De Andrè».

«Io non mi ricordo di Fabrizio come lo ricordano tutti i genovesi - dice Gino Paoli - io ricordo un amico. E per la strada è naturale prima o poi perdere gli amici e le persone che si amano. Fabrizio era un ragazzo dolcissimo e semplice. Io, come Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, non ci siamo mai presi troppo sul serio. Ecco perchè anche Fabrizio non amava gli elogi. Se fosse qui oggi, sorriderebbe nel sentire quante cose belle si dicono su di lui. Per me Faber è stato ed è un amico che rimpiango».

Anche Fabio Fazio ricorda De Andrè: «Per me esistono due persone: Fabrizio e De Andrè. Fabrizio per me è il regalo della mia amicizia con Dori Ghezzi, anche perchè io non ho avuto molte occasioni per frequentare il cantautore. De Andrè è invece per me un intellettuale, un poeta, un letterato, che ha contribuito alla formazione culturale di molte persone, è una bella storia da raccontare ai miei figli. Se oggi lo avessi nel mio salotto di Che Tempo che Fa, sarebbe il più attuale tra tutti gli ospiti. E decodificherebbe il presente in modo assolutamente nitido. Con la sua canzone Ottocento lo aveva fatto ieri quando disse Cantami di questo tempo l'astio e il malcontento. Con la stessa canzone, lo farebbe anche oggi».

«Fabrizio sapeva guardare e descrivere tutto in maniera originale - ricorda Neri Marcorè - Oggi lui ci parlerebbe di migranti, che lasciano la loro terra cercando fortuna nella nostra, dove siamo nati senza alcun merito. Alla fine degli anni '60, quando tutti parlavano di rivoluzione, lui scrisse La Buona Novella, parlando del più grande rivoluzionario della storia, ovvero Gesù. Questa lezione venna capita più tardi. Oggi Fabrizio riprenderebbe questo tema in una luce sicuramente diversa».

«Per me Fabrizio è un punto di riferimento musicale e testuale - ha detto Morgan, che nel 2005 reinterpretò Non al denaro non all'amore né al cielo, l'album di De Andrè ispirato alla raccolta di poesie Antologia di Spoon River, il primo caso di cover di un intero disco italiano - La canzone non rientra nei libri di storia della musica e non si può studiare. Certo, si può studiare un Madrigale, ma non si può sapere come fare una canzone. Oggi, chi formalizza e studia la musica, può insegnare il Mottetto e il Madrigale, ma la canzone è un'altra cosa. Se oggi si potesse insegnare la canzone, si partirebbe da Fabrizio De Andrè».

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