Teatro Genova Teatro della Corte Venerdì 5 gennaio 2018

Fingendo la finzione Jurij Ferrini esalta la commedia ne Le baruffe chiozzotte

Le baruffe chiozzotte, regia Jurij Ferrini

Genova - Tutto è finto, siamo in prova. Si comincia? Dall'inizio? La finzione svelata è presto raddoppiata ne Le baruffe chiozzotte di Jurij Ferrini - in scena al Teatro della Corte di Genova fino a domenica 7 gennaio 2018 - mentre attrici e attori si apprestano ad animare i propri personaggi. Il regista resta in scena e con la mano e pochi accenni del viso invita a proseguire, sprona a svolgere la matassa ingarbugliata delle battute. Al contempo si fa anch'egli finzione (quasi spettatore), vestendo i panni di chi trova esagerato un tono, eccessiva una reazione, ma non regola né modera la recitazione, piuttosto risponde alla messa in scena empatizzando con il pubblico.

Il gioco del teatro con il suo entrare/uscire dal ruolo e dall'invenzione drammaturgica - mai di scena - insieme all'affastellarsi di complicazioni generate dal meccanismo dell'equivoco porta la commedia goldoniana a farsi puro intrattenimento, show nello show con l'apertura verso il pubblico, tra ammiccamenti e decise richieste che invitano la signora in terza fila o lo spettatore in quarta a rispondere e suggerire. Tutto o quasi è scherzo dunque in questa versione de Le baruffe chiozzotte di Jurij Ferrini (regista e inteprete) eppure il testo settecentesco di Carlo Goldoni non è strapazzato completamente e il pubblico è anche lasciato al suo posto, nel buio della sala, perché segua la vicenda e si goda, come in una qualunque storia, gli alti e bassi dell'interagire umano. 

La lingua addomesticata, non più dialetto, attraverso cui il vissuto dei pescatori chioggiotti e delle loro mogli si dipana è frutto della penna di Natalino Balasso, attore e drammaturgo che ben conosce i tempi della comicità. «Una traduzione più che un adattamento» ha affermato Balasso nell'intervista su questo lavoro «in cui ho cercato di rimanere fedele alla lettera di Goldoni ma, allo stesso tempo, di mettere in italiano la lingua del popolo che Goldoni mette in bocca ai suoi personaggi: tutti legati appunto alla classe popolare, salvo uno, il coadiutore del Cancelliere criminale, Isidoro - una specie di giudice di pace, l'unico a rappresentare il potere ufficiale».

L'intervento di traduzione tiene conto delle lingue o parlate che Goldoni aveva previsto di rappresentare e dei caratteri di individui votati alla vita semplice: «Nella Chioggia settecentesca queste famiglie di pescatori erano molto intrecciate. Chioggia era così: si sposavano tra cugini e tra parenti, si passava dall'affetto più manifesto all'odio più violento. Questo è reso da Goldoni con linguaggi diversi: per esempio, c'è la giovane sfrontata che dice parolacce, c'è un genitore invece che ha origini veneziane e dunque ha un diverso dialetto rispetto a quello parlato a Chioggia». Leggi qui tutta l'intervista.

Gli interpreti, un'affiatata combricola di giovani sempre sul palco, vede accanto a Jurij Ferrini, Elena Aimone, Matteo Alì, Lorenzo Bartoli, Christian Di Filippo, Sara Drago, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta, Angelo Tronca, Beatrice Vecchione. Tra loro c'è chi è chiamato/a a dinamizzare la dimensione della "prova aperta" e dunque a uscire dai propri panni più spesso per esempio Elena Aimone (Donna Pasqua) e Rebecca Rossetti (Lucietta) che inscenano una protesta per il taglio di una scena - "inutile" dice il regista "dal punto di vista dello sviluppo e troppo lunga". Mentre c'è chi come il personaggio di Titta-Nane (uno scontroso e imbrociato Matteo Alì) è votato a restare più intrappolato nel suo personaggio e più vittima della vicenda infiammandosi di gelosia per facili chiacchiericci; oppure come Toffolo Marmottina (Raffaele Musella) prototipo di giovinezza istintiva, in preda a costante eccitazione e spavento; o, ancora, la Checca di Sara Drago con il personaggio più giovane della trama, anche lei tutta emotività e scoppi di cui offre una variante personalizzata anche attraverso il linguaggio del corpo Barbara Mazzi per la sua Orsetta.

Come già ne La locandiera, Ferrini stabilizza uno stile più improntato sulla figura del capocomico e tutto quanto ne consegue più che adottare tecniche di regia. Prevede un certo margine di rischio calcolato, resta in scena tutto il tempo con i suoi interpreti, perché la recitazione possa anche scartare dal testo e cogliere sguardi spenti tra il pubblico da rivitalizzare o sfruttare battute e intrighi per coinvolgere chi guarda in quesiti e dubbi di scena.  La finzione non è sacra, la commedia e il suo spirito invece sì, sembra voler dire Ferrini. D'altra parte, per marcare la dimensione popolare nella sua accezione più poetica, si appoggia alle liriche di Fabrizio De André da Le acciughe fanno il pallone chiudendo poi con "se prendo il pesce d’oro / ve la farò vedere / se prendo il pesce d’oro / mi sposerò all’altare" in assonanza con i tre matrimoni finali.

Si deve e si può ridere anche su un testo settecentesco, senza costumi d'epoca (Alessio Rosati) lasciati sui manichini sul fondo scena e con una scenografia allusiva ma dinamica e praticabile (Carlo De Marino) in una dichiarata ispirazione di matrice strehleriana. Si deve e si può tenere il pubblico agganciato, ma occorre prevederlo non ignorarlo. Si deve e si può perdere la battuta e venire presi da un riso convulsivo in scena, se gli altri colleghi sono pronti a sostenere l'inciampo, l'imprevisto e a reagire con prontezza, magari anche sottolineando l'errore. Non si recita certo a braccio, ma lavorando sull'essere attori in scena oltreché personaggi si può sfruttare un livello in più di comicità in modo del tutto esplicito, offrendo un assaggio dalla dimensione artigianale del fare teatro.


Teatro della Corte
28 dicembre 2017 - 7 gennaio 2018 

Le baruffe chiozzotte
di Carlo Goldoni
traduzione Natalino Balasso

con Jurij Ferrini, Elena Aimone, Matteo Alì, Lorenzo Bartoli, Christian Di Filippo, Sara Drago, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Michele Schiano di Cola, Marcello Spinetta, Angelo Tronca, Beatrice Vecchione
regia Jurij Ferrini
scene Carlo De Marino
costumi Alessio Rosati
luci Lamberto Pirrone
suono Gian Andrea Francescutti
regista assistente Marco Lorenzi
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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