Steve McCurry in mostra a Conegliano con Icons. Biglietti e orari di apertura - Treviso

Steve McCurry in mostra a Conegliano con Icons. Biglietti e orari di apertura

Mostre Treviso Lunedì 15 novembre 2021

Steve McCurry
© Rajasthan, India, 2009

Treviso - Steve McCurry non ha bisogno di presentazioni. La mostra di Conegliano, aperta dallo scorso ottobre a Palazzo Sarcinelli e visitabile fino al 13 febbraio 2022, riunisce un centinaio di sue Icons, opere che hanno fatto della fotografia costume, oltre che testimonianza dei tempi. Sono frutto di una precisa visione dell’artista, che afferma: «La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana».

Steve McCurry in mostra a Conegliano: orari di apertura

Ecco gli orari di apertura della mostra di Steve McCurry a Palazzo Sarcinelli, a Conegliano. La mostra è aperta dal mercoledì al venerdì (10-13 e 15-18); sabato, domenica e festivi (10-19); a Natale chiuso; 1 gennaio (14-19).

Steve McCurry in mostra a Conegliano: biglietti

Quanto costano i biglietti per visitare la mostra di Steve McCurry a Palazzo Sarcinelli, a Conegliano? I biglietti interi coistano 12 Euro; i biglietti ridotti costano 10 Euro.

Steve McCurry: chi è, la storia del fotografo americano

Nel 1978, all’età di 28 anni, Steve McCurry lascia la posizione di fotografo presso un giornale provinciale di Filadelfia per dar vita ad uno dei suoi più grandi sogni: visitare l’India.

Il fotografo acquista duecento rullini e lascia gli Stati Uniti. L’inizio non è dei più esaltanti e, come ci racconta lui stesso, a sole due settimane dall’arrivo, «in un posto chiamato Kodaikanal, nel Sud, mi presi l’amebiasi e inoltre dovetti sottopormi a una serie di iniezioni antirabiche, dopo essere entrato in contatto con un cane idrofobo». Di questo primo viaggio poco rimane poiché le imprese maggiori di fine anni ’70 si concentrano nella documentazione di Afghanistan e Pakistan.

Nel 1983 torna però nel subcontinente con lo scopo di documentare il monumentale sistema ferroviario dell’Asia meridionale. Ne deriva un resoconto preciso ed emozionante della vita quotidiana in India, dove la maggior parte delle attività avviene in pubblico: come mangiare, dormire e lavarsi. La serie di immagini è un grande ritratto di questa complessa società in cui il confine tra pubblico e privato e pressoché nullo, un paese in cui «i poveri, ma anche quelli che se la cavano un po’ meglio, tendono a vivere in strada», sottolinea McCurry.

Il suo racconto per immagini dell’India non è però puramente romantico, poiché non trascura di parlarci dei profondi contrasti e delle iniquità che ancor oggi costellano quel mondo lontano.

Nel tempo l’India è diventata una delle nazioni più frequentate da McCurry, protagonista di preziose serie documentarie pubblicate da prestigiose riviste internazionali.

L’immagine in oggetto, scattata nel 2009, rappresenta una bellissima bambina nomade. Incontrata dal fotografo in Rajasthan, nell’India del Nord, dove egli svolgeva un prezioso lavoro di documentazione delle popolazioni nomadi. L’etnia di appartenenza è Rabhari, nomadi principalmente dediti alla pastorizia. Essi viaggiano incessantemente alla ricerca di cibo per i loro animali. McCurry ci racconta di come i Rabhari saranno presto costretti a trasferirsi presso i centri urbani, finendo così per perdere la propria affascinante alterità. Il Rajasthan si sta trasformando in un territorio inospitale per i nomadi sia a causa del cambiamento climatico che a seguito della massiccia opera di edificazione e industrializzazione.

La piccola protagonista si chiama Shakti e sembra accoglierci nella sua piccola casa-tenda. Lo sguardo esprime appieno lo spirito della sua gente, orgogliosa e indipendente.

Le qualità pittoriche di questa immagine, sia dal punto di vista della luce che della composizione, sono impressionanti, ma lo è altrettanto il senso di empatia e di comprensione che il fotografo riesce a suscitare nello spettatore di questa scena così toccante. Riprendendo le parole di Anthony Bannon, direttore della George Eastman House di New York, si può dire che «l’immagine in oggetto è perfettamente in linea con i suoi obiettivi artistici: rappresentare, attraverso le vite degli altri, questioni di portata universale, che ci parlino della condizione umana».

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