Librerie a Torino: dopo la chiusura della storica Paravia giù la serranda per altre due librerie

Librerie a Torino: dopo la chiusura della storica Paravia giù la serranda per altre due librerie

Incontri e Firmacopie Torino Giovedì 16 gennaio 2020

© www.facebook.com/libreriaparavia

Torino - La decimazione delle librerie a Torino, campanello di allarme di una desertificazione non solo culturale ma soprattutto economica della città. Appena iniziato il 2020, sono già tre le librerie che hanno ufficializzato la chiusura. È del 14 gennaio il messaggio su Facebook della chiusura della Paravia, che si fregiava di essere la  più antica di Torino e la seconda d’Italia. A stretto giro è poi arrivato l’addio di Mood Libri e Caffè in via Po, che chiude la parte di libri, e della libreria I 7 pazzi di corso Rosselli, in Crocetta, che aveva aperto solo nel 2016.

La libreria Paravia era aperta dal 1802, fondata dallo stampatore Giovan Battista Paravia con Giovanni Sebastiano Botta e a Francesco Prato: la prima sede si trovava sotto i portici dell’attuale piazza Palazzo di Città, nel 1863 si era spostata in via Garibaldi 23 rimanendoci fino al 2015, quando le ultime proprietarie, le sorelle Nadia e Sonia Calarco, avevano dovuto trasferirsi in piazza Arbarello 6, all’angolo con via Bligny.

Ha chiuso l’ultima volta il 28 dicembre 2019 senza più riaprire, come le sorelle Calarco lo hanno annunciato in un post su Facebook, ringraziando «Tutti coloro che non sono passati ultimamente da queste parti, ma che negli anni ci hanno scelte e sostenute, quei distributori ed editori che ci hanno dato fiducia e che hanno dato più valore alla nostra parola che ad una fideiussione bancaria, gli autori che hanno accettato il nostro invito e che hanno partecipato con entusiasmo agli incontri in libreria, la nostra mamma che ci ha sostenuto moralmente ed economicamente aspettando silenziosamente che trovassimo la forza di dire basta».

Mood Libri e Caffè

Mood Libri e Caffè aveva invece aperto nel 2002: caffetteria e libreria in via Cesare Battisti 3/E, qui era possibile leggere un libro e prendere un bicchiere di vino, rilassarsi ed assistere ad eventi. Ma le attività di ristorazione che hanno aperto nel tempo hanno eroso le sue entrate fino a portare il proprietario Massimo Traversa alla decisione di chiudere. «Da quando abbiamo aperto 18 anni fa quello che abbiamo sentito molto è la concorrenza degli altri bar – racconta Traversa – c’è stato un sovraffollamento di offerta da un po’ di anni a questa parte. I libri sono la mia passione e di libri ci si occupa più per passione che per lucro.

La caffetteria ha sempre sostenuto l’attività di libreria, ma ormai la sosteneva meno e la gestione è diventata troppo onerosa». Per la parte libreria, la le vendite online hanno ulteriormente ridotto gli introiti. «Se i libri hanno una loro marginalità ridotta e come è risaputo l’e-commerce ha senz’altro penalizzato tantissimo». Traversa ha preso di recente la decisione di chiudere ma «la determinazione ce l’avevo già da qualche anno – racconta – Ho provato a trovare risorse nuove, motivate e più giovani che avessero voglia di portare avanti questa iniziativa, ma non è stato possibile.

Peccato perché continuo ad avere riscontri sulla validità dell’idea. Comunque amo i libri, questa attività l’ho aperta soprattutto per vendere i libri e non escludo in futuro di aprire di nuovo da un’altra parte. Chiaro che macchine come queste che hanno una certa dimensione richiedono dei costi per essere avviate e di gestione che forse oggi non sono più così sostenibili. I tempi sono cambiati e io ho 20 anni in più rispetto a quando ho aperto. Lo farei ancora volentieri con qualcuno che condividesse la mia stessa passione».

Libreria I 7 pazzi

Vittorio Ghisolfi ha aperto 3 anni e mezzo fa I 7 Pazzi, in corso Rosselli 33, nel quartiere Crocetta. Ha deciso anche lui di arrendersi: chiuderà a fine marzo, offrendo sconti ai clienti che andranno a trovarlo per rientrare almeno delle spese. «Il percorso e le problematiche sono quelle classiche, alla fine le librerie di quartiere spariscono con il dispiacere di tutti. Ma la libreria è un esercizio commerciale e non ci si può sempre arrabattare e cercare di galleggiare» racconta.

«Precedentemente lavoravo per librerie di catena: conoscendo le dinamiche del mercato e studiando i costi e benefici, con un socio abbiamo deciso di aprire questa attività. Abbiamo scelto una zona residenziale, in un quartiere dove non ci sono grandi concorrenti, di fronte a una fermata dell’autobus, a cento metri dall’ospedale… sembrava un’ottima zona. Invece si è rivelato un cul de sac con poco passaggio. Qui ci sono grandi lettori e soprattutto grandi lettrici, ma non basta. Dopo i primi due anni sono rimasto solo io, perché in due non ce la facevamo. E nemmeno per me da solo si è rivelato abbastanza».

Ghisolfi fa notare che «non fa notizia chi è aperto da dieci anni ma chi chiude oggi, però al di là di questo passa poco il discorso legato all’esercizio commerciale». Per il libraio di Crocetta, un aspetto evidente è quello legato alla scontistica: «Le persone chiedono gli sconti in libreria, ma io non mi sono mai sognato di andare dal negozio di turno a chiedere di togliermi un quarto del prezzo dallo scontrino. Invece con i libri ci si è abituati alla politica di sconti selvaggi e la gente se lo aspetta. Io facevo una tessera che dava al cliente il 10% di sconto, che non è poco per una realtà indipendente. Ma molti ti guardano storto se non gli fai il 15% come trovano dalle grandi catene e sui siti di e-commerce, senza rendersi conto che è diversa la possibilità dell’esercente e la mole di movimentazione di libri. Ormai l’abitudine è radicata: chi si è abituato a comprare con un click continuerà a farlo. I grandi distributori modelleranno gli sconti per portarli al 25% e diventerà la norma… e poi rientreranno a fonte ricaricando sui prezzi di copertina».

Se a Torino chiudono le librerie

Negli ultimi anni in tutta la città hanno chiuso diverse librerie rinomate e radicate sul territorio come Fogola in piazza Carlo felice, Fogola junior in via Filadelfia, il Mondo delle Meraviglie in via San Massimo, Borgo San Paolo in via Di Nanni, la Librérie Francaise di via Bogino, la Hellas di via Bertola, Trepuntozero Genesi in corso Molise, Cortina in via Ormea, Capo Horn in via Lancia. Senza dimenticare Comunardi di via Bogino che continua a essere appesa a un filo.

Le chiusure non vengono compensate dalle aperture, come quella di Borgopo che aveva chiuso nel 2018 per riaprire a settembre 2019 con un’altra gestione, o Ca’libro che nel 2019 ha aperto al posto della libreria Linea 451 in via Santa Giulia che aveva chiuso a fine 2018.

«Io credo che la legge sui libri che è in discussione sia necessaria, ma temo che sia un po’ tardi – commenta Filomena Pompa, proprietaria della libreria Diorama Kids e membro del direttivo del consorzio delle librerie indipendenti Colti – nel momento in cui verrà approvata i buoi saranno scappati dal recinto. E c’è tutto un discorso di cambiamento di abitudini al consumo, che sono passati all’online. Siccome non si può tornare indietro perché non puoi costringere la gente a non comprare online, ci vorrebbe per lo meno una legge che riequilibrasse i canali di vendita. Non è una situazione risolvibile con la bacchetta magica, è di certo complicato, ma bisogna farlo perché da qui ai prossimi cinque anni secondo me sarà un’ecatombe. E non solo per le librerie». Pompa fa notare che il problema in realtà si estende a tutto il piccolo commercio, con un effetto domino di desertificazione commerciale che è già evidente da anni.

«Il problema riguarda tutto il commercio fisico – spiega – per esempio, da noi in Parella il saldo di aperture e chiusure è in pareggio: ma se chiude il negozio di prossimità di qualità, di tradizione e di alta reputazione che esiste da decenni, e al suo posto apre un supermarket aperto 24 ore su 24 o un negozio low cost, a livello di valore territoriale non è la stessa cosa. E oltretutto questo aspetto va ad incidere sullo stesso valore immobiliare della zona. La questione delle librerie e della lettura è la stessa che c’è da sempre e arriva da lontano: ho fatto la tesi di dottorato sulla cultura degli anni ‘30 e il dibattito sulla crisi del libro c’era già allora. Ma in questo momento non si può pensare solo alle specificità del nostro settore, ci vuole uno sguardo più ampio su tutto il commercio».

Un problema dell’Italia intera

«Smettiamo di fare il necrologio per ogni libreria che chiude, e ampliamo il discorso», è l’invito di Nicola Roggero, proprietario della libreria Angolo Manzoni e presidente del consorzio Colti, per cui è necessario «andare oltre e capire che è un problema di sistema atavico, di un mondo che è cambiato e che è cambiato senza regole. È un problema economico, non tanto per la singola libreria che chiude, ma per il Paese. Certo che si perdono presidi culturali sul territorio, ma andrebbero prima di tutto considerati altri aspetti. Ad esempio quanta tassazione in meno arriva allo Stato? Solo in Italia la cultura non è vista come una fonte di introiti ed è drammatico, perché proprio per il Paese che siamo potrebbe essere una grandiosa forma di reddito. Basta andare in Francia o in Portogallo, per esempio, per scoprire l’appoggio economico e fiscale che viene dato alle librerie».

Per quanto riguarda la realtà delle librerie, «Si può fare qualcosa insieme che da soli non si può fare, e il Consorzio lo dimostra. Abbiamo iniziato in 25, siamo rimasti in 18 perché alcune hanno chiuso, ma siamo abbastanza lungimiranti da capire che se vogliamo continuare a fare il nostro mestiere dobbiamo uscire dalle nostre realtà singole. Il Consorzio non ci arricchisce ma ci permette di uscire dalle nostre quattro mura. Siamo molto fieri se pensiamo a quello che abbiamo fatto in tre anni: il Salone del libro, Giorni selvaggi, tre libri di nostra pubblicazione, progetti culturali con le OGR».

Ma Roggero fa notare che il problema riguarda proprio l’e-commerce in generale. «C’è una differenza tra spendere meno e risparmiare. Se regali anidride carbonica a tutta la città per fare acquisti online e spendere un euro in meno, non stai risparmiando. Così come non risparmi se la casa in cui vivi viene svalutata a livello immobiliare perché ha un valore anche per le attività commerciali che ha intorno, che cambia anche se hai servizi essenziali come avere o meno una fermata dei mezzi pubblici.

È un macroproblema che non possiamo affrontare noi bottegai, ma che andrebbe preso in considerazione dalle amministrazioni cittadine. Torino è scesa per gli acquisti di libri su Amazon, ma è salita per gli acquisti dei prodotti. Amazon si sta mangiando tutto, ci vorrebbe uno Stato che gli impedisse di farlo. Invece manca un interlocutore che dovrebbe essere l’amministrazione pubblica, che invece permette uno scempio come quello che sta succedendo. Confrontiamo il valore fiscale di un quartiere qualsiasi della città anche solo di cinque anni fa con quello di oggi: quello è il vero problema che tocca tutti i cittadini e che rende più poveri tutti quanti».

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