Al concerto senza cellulare: l'Hiroshima di Torino propone la prima serata «No Phone»

Concerti Torino Giovedì 19 settembre 2019

Al concerto senza cellulare: l'Hiroshima di Torino propone la prima serata «No Phone»

© Pixabay

Torino - Al concerto senza cellulare, per recuperare il piacere di vivere l’attimo senza farsi distrarre dalla smania di essere sempre connessi. Meno social virtuale, più socialità reale: è questa l’idea alla base di No Phone, il format pensato da Fabrizio Gargarone, direttore di Hiroshima Mon Amour, storico locale di Torino, tra le colonne portanti delle serate cittadine sin dal 1986.

Ovunque si va, qualsiasi cosa si fa, si fanno decine di fotografie e video che rimangono a occupare memoria dello smartphone senza lasciare il segno nella memoria personale. Gargarone ha deciso di provare a contrastare questa tendenza con una serata in cui «Quello che vedrai non lo potrai condividere se non vivendolo e raccontandolo», «vivendo una serie 3/4 spettacoli addirittura senza mandare un wa vocale», come ha annunciato in post su Facebook che ha avuto immediatamente eco, molti plausi e qualche critica. La prima serata No Phone si terrà indicativamente giovedì 7 novembre, con l’idea di ripeterla ogni due mesi. Gli artisti? A sorpresa, probabilmente fino al giorno stesso dell’evento.

Come e quando è nata l’idea del format No Phone?

«Ci sto pensando da un po’ di mesi, su sollecitazione non tanto del pubblico quanto degli artisti. Si è visto che perfino Madonna vieterà da ora in avanti a tutti i suoi spettacoli la presenza di cellulari. La stessa Adele aveva interrotto il concerto dicendo a una signora del pubblico “Sei in uno dei posti più belli del mondo, hai pagato una barca di soldi per vedermi, hai davvero bisogno di usare un cellulare per guardarmi?”. Allora ho pensato di fare una proposta di format che si chiama No Phone: vai nel locale, lasci il cellulare all’ingresso, entri e passi il tuo tempo, e poi lo riprendi quando te ne vai. Non potrai filmare il concerto e farti le foto, devi provare a fare un passo indietro».

Quale è stata la molla che ha fatto scattare l’idea?

«Quando quest’estate abbiamo avuto il concerto di Joan Baez per il Flowers Festival abbiamo parlato con lei e con il suo management del fatto che il pubblico non riesce più a vivere gli eventi reali per quello che sono in modo diretto, senza passare da un media, ovvero dalla mediazione del cellulare che si frappone tra loro e l’artista. Questa cosa può diventare un problema, specie quando l’artista presenta qualcosa che gli è costato fatica. Per esempio, se ho scritto una canzone dedicata a mio padre morto facendo uno sforzo tremendo per parlarne col mio pubblico, penso siano persone che apprezzano la mia arte. Se invece lo spettatore, invece di ascoltare la mia canzone e guardare il mio volto, mette tra lui e me un cellulare, sento che non sta rispettando il mio lavoro. Voglio dire: un tempo quando andavamo in vacanza mandavamo le cartoline e facevamo foto ai posti belli. Adesso si va in vacanza, e si fanno le foto a se stessi con lo sfondo del posto dove si è. È ormai tutto fuori misura».

Quella “senza cellulare” è una formula che si sta diffondendo.

«È già normale in varie situazioni dove si fa formazione: I francesi sono stati i primi a vietare l’ingresso dei cellulari a scuola, così come anche in America è quasi prassi. Allo stesso modo, si può immaginare che anche per assistere all’arte, trattandola come arte e non come intrattenimento, si possa entrare lasciando fuori lo smartphone, restando soli con l’oggetto artistico. È questo il mio sogno, quindi faccio questo tentativo il 7 novembre e vediamo come reagisce il pubblico. Perché comunque rinunciare al cellulare in questo momento sembra una cosa da pazzi. “Stai scherzando, io senza come faccio?” Si fa, si fa, si può fare».

Questa è stata forse la critica più comune al tuo post su Facebook, da quelli che si troverebbero in difficoltà a non essere reperibili.

«Se temi di ricevere una telefonata così urgente non vai in giro, puoi anche fare il sacrificio e restare a casa, secondo me». 

Ci sono eventi che si prestano meglio?

«Il format sarà ovviamente legato al tipo di proposta artistica. Non posso pensare di proporre una cosa del genere a un concerto rap o al pop mainstream che spesso ha fatto dei social e dei selfie il cuore del proprio essere artista. Però ci penso per quel tipo di proposta artistica che vi si adatta, come il teatro o certi generi musicali: persone come Marco Paolini o come Ezio Bosso impazziscono quando vedono qualcuno tirare fuori il cellulare durante i loro spettacoli».

Quali sono gli artisti che pensi di coinvolgere nel No Phone?

«Non lo posso ancora dire perché ci stiamo lavorando, ma penso che non li annuncerò: annuncerò una serata con un prezzo congruo, e chi segue quello che faccio da tanti anni può immaginare che se farò un evento con un certo prezzo avrà un contenuto adeguato. Sicuramente saranno nomi parecchio importanti, perché questa idea ha mosso l’attenzione non solo del pubblico: i primi che mi hanno scritto in privato sono stati gli artisti».

È anche un modo per chiedere agli spettatori di fare un salto nel buio, non annunciare appositamente chi andranno a vedere.

«Magari lo dirò il giorno stesso, ma non è così centrale per noi. Io e gli artisti stiamo cercando di ragionare sul concetto di ricostruzione di comunità. Di persone che hanno voglia di vivere la loro serata senza fare la fine di quelli che al ristorante stanno uno di fronte all’altro col cellulare in mano e si fanno i fatti loro, o di quelli che al cinema guardano lo smartphone invece del film. Penso che questa tendenza sia in aumento e che una parte di pubblico voglia tornare a vivere in modo reale il proprio tempo, le proprie emozioni e sensazioni».

Disconnettersi è anche un lavoro su se stessi.

«Sono convinto anche che non sia un passaggio semplice. Qualche settimana fa ero con Bosso ad Alba per l’Attraverso Festival a fare una lezione sull’artista contemporaneo Pinot Gallizio. Prima dell’inizio Ezio chiede al pubblico di tenere il cellulare spento, tra gli applausi del pubblico. Dieci minuti dopo ci sono due persone col cellulare in mano. Ezio interrompe la lezione, punta la signora in seconda fila e le chiede: “Cortesemente, mi può spiegare perché sta filmando quando ho chiesto espressamente di non farlo?”, e la signora non sa rispondere. La sua non era cattiveria, ma è stato un gesto automatico come ci capita spesso, perché il cellulare diventa una parte di sé. Quante volte lo si guarda senza una ragione, per riempire dei vuoti? Allora io dico: riempiamo questi vuoti in altro modo. Vai a vedere un concerto e hai pagato per farlo? Guardalo, cosa altro devi fare? Non so come sarà la risposta del pubblico, l’8 novembre lo saprò. Magari in sala ci saranno cento giornalisti e pubblico zero, può anche essere. Ma penso che in tanti siano stufi, questo fenomeno ormai è esagerato, si è passato un segno e la gente lo ha capito. Insomma, proviamo e vediamo come va».

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