Todays Festival 2019 a Torino: tra concerti internazionali e nuovi orizzonti. L'intervista al direttore Gianluca Gozzi

Concerti Torino Lunedì 19 agosto 2019

Todays Festival 2019 a Torino: tra concerti internazionali e nuovi orizzonti. L'intervista al direttore Gianluca Gozzi

Torino - È pronto a prendere il via il Todays festival, dal 23 al 25 agosto: l’evento musicale che chiude l’estate torinese per la sua quinta edizione porta sui suoi palchi una line up ambiziosa in cui come in passato mescola artisti che hanno segnato gli ultimi trent’anni e imperdibili nuove leve.

Nell’arena di Spazio211 venerdì 23 agosto si comincia con i Ride (al posto di Beirut costretto al forfait per motivi si salute), Spiritualized, Deerhunter e Bob Mould. Sabato 24 è il turno di Hozier, Low, One True Pairing, Adam Naas. Domenica 25 chiudono Jarvis Cocker, Johnny Marr, Balthazar, Parcels. Alla Ex Fabbrica Incet venerdì 23 si esibiscono Chancha Via Circuito, Dengue Dengue Dengue, Wolf Müller, Interstellar Funk; sabato 24 Cinematic Orchestra e The Art of What?! e domenica 24 Nils Frahm. Intanto nel pomeriggio di domenica 25 agosto il Parco Peccei diventa la cornice dello show gratuito degli Sleaford Mods. Si aggiungono gli eventi del ToLab popresso Arca Studios, il Mercato Centrale e la galleria d’arte Gaglairdi e Domke.

Il direttore artistico del Todays Gianluca Gozzi tira con noi le somme di questi cinque anni e racconta la sua idea di festival, presentando gli artisti e parlando dello stato dell’arte della musica a Torino e in Italia.

È l’edizione numero 5 del Todays, e dici spesso che è un festival che vuole raccontare l’oggi: qual è il presente che racconta quest’anno?

«Il cinque è un numero di ispirazione: sono le dita di una mano, un numero che spesso chiude un ciclo e in cui si fa un bilancio di quello che è stato. Noi abbiamo coniato quello che è diventato un po’ un claim: dove molti tirano le somme noi abbiamo provato a fare la differenza, e quindi a creare un cartellone che osasse ancora di più. Una line up completamente internazionale, con oltre venti artisti che arrivano da un po’ ovunque, per la maggior parte per la prima volta a Torino e spesso in data unica in Italia. Per noi il presente è soprattutto questo: osare, vedere nuovi orizzonti in termini geografici e non solo, vedere confini da superare dove altri vedono e vogliono costruire muri autoreferenziali. Il messaggio politico-sociale che vogliamo lanciare è questo: la musica in qualche maniera forma le nostre opinioni e attitudini nel quotidiano, e le nostre sono di guardare oltre, di guardare nel mondo e immergerci nell’atmosfera condivisa tra le persone e tra gli artisti che si presentano a Torino».

Peraltro, al Todays si respira un’atmosfera che ha poco a che fare con molti di quelli che vengono definiti festival in Italia e invece ricorda più da vicino i festival esteri. Qual è la tua visione? Cosa vorresti che fosse il Todays?

«Quando ho ideato il festival, tanto cinque anni fa quanto quest’anno, non ho mai pensato a come vorrei che fosse: secondo me è lì la distinzione tra quella che è tenacia e quella che diventa ostinazione. Ostinato è chi continua a vedere le cose per come vorrebbe fossero, ma magari non lo sono e quindi diventano un limite. Tenace è invece chi, avendo una visione e un’idea condivisa alimentate dalla passione e dall’interesse, vede le cose per come sono, quindi il presente, il “Today” appunto, e coglie da ogni limite un’opportunità per poterlo migliorare.

Quindi non abbiamo mai immaginato un modello di riferimento. Abbiamo ovviamente cercato di costruire un evento che, anziché essere la fotocopia sbiadita di altri che ci sono o che ci sono stati in passato, avesse una sua identità. Identità che, credo, in queste cinque edizioni Todays sia riuscito a costruirsi. Come dicevo prima, la sua identità è lo stare in Europa, quindi, per dirla ironicamente, essere un evento che non faccia ridere chi abita oltre il confine nella proposta artistica e di contenuto. Ci sono circa 17mila italiani che ogni anno vanno al Primavera Sound e ad altri festival in giro per l’Europa: pensare che anche l’Italia possa, nel periodo estivo, proporre un evento in cui riconoscere quel tipo di atmosfera dove la lingua ufficiale non è più l’italiano e sul prato di Spazio211 si incontrano persone che arrivano da ovunque dà ancora più senso al festival. Che per noi non è solo una sequenza di concerti, ma è proprio un’esperienza emotiva, ovvero in cui per tre giorni ci si immerge in emozioni da portarsi poi a casa.»

Secondo te è possibile avere un festival di grande respiro in Italia? O lo sarà in futuro?

«No (ride). Nel senso che, come hai detto tu, in Italia chiamiamo festival cose che non lo sono e penso che sia lì il problema. Bisogna cominciare a chiamare le cose con il loro nome. Non per svalorizzarle o valorizzarne altre, ma semplicemente per far sì che le persone riacquisiscano la capacità di giudicare, pensare e soprattutto scegliere avendo gli strumenti per poterlo fare. Se vale tutto niente vale, tutto messo sullo stesso livello crea confusione e magari una sagra paesana diventa uguale a un festival con artisti internazionali e all’animazione da villaggio turistico sulle spiagge. Diversamente dagli altri paesi in Europa, culturalmente l’Italia non ha questo tipo di attitudine. In Italia si ama molto di più il concerto singolo e la musica spesso viene pesata quasi al chilo, c’è poi l’idea che ai festival i gruppi suonino poco, che ci sia troppa roba, troppe informazioni.»

Però tu hai detto “L’impossibile merita sempre un tentativo” e hai tentato riuscendoci per cinque edizioni. Dal 2015 hai tirato fuori dal cilindro dei nomi come Interpol, Tv on the Radio, The Jesus and Mary Chian, Soulwax, Pj Harvey, Richard Ashcroft, Editors, Echo & The Bunnymen. Cadendo in piedi pur di fronte a difficoltà, come il bidone dell’ultimo momento del 2018 dei My Bloody Valentine a cui sono subentrati in corsa i Mogwai e quest’anno il forfait di Beirut a luglio, al cui posto verranno i Ride. Quanti infarti rischi ogni anno?

«Eh, molti. Troppi! Ma non voglio sembrare un martire: il mio non è un lavoro individuale, ma collettivo con tante persone dietro. Sono circa 160 le persone coinvolte nella lavorazione del Todays, soprattutto nei giorni in cui avviene, dal facchino all’ideatore. È un lavoro e soprattutto è un’energia condivisa che alimenta quella tenacia che rende a volte possibile quello che per molti invece può non esserlo. Se uno non tenta una cosa non saprà mai se può realizzarla o meno, quindi serve anche un po’ di incoscienza. L’anno scorso, una settimana prima del festival, i My Bloody Valentine senza grandi spiegazioni non si presentarono. Fortunatamente in poche ore abbiamo individuato un piano B che ha reso il pubblico comunque soddisfatto. Quest’anno è capitato invece con Beirut che per problemi gravi di salute ha disdetto l’intero tour. Anche qui abbiamo trovato non una sostituzione ma un’alternativa. Sono chiaramente situazioni che si spera di non dover mai affrontare, ma possono capitare quando hai 20-30 artisti concentrati su un weekend. Come sempre accade, anche questa volta qualcuno sarà felice e qualcuno sarà insoddisfatto, qualcuno chiederà o ha già chiesto i soldi indietro e qualcuno comprerà un nuovo biglietto.»

Comunque l’impressione dai social è che l’interesse sia alto. E negli anni, sin dai tempi di Spazio 211 e del festival Spaziale, l’impressione è che tu sia spesso riuscito da una parte ad anticipare i gusti del pubblico (per cui tanti meno noti che sono passati su quel palco sono poi diventati famosi) e dall’altra hai portato artisti che hanno fatto la storia della musica. Quali artisti vorresti ancora portare?

«Sono moltissimi ovviamente, tra ancora sconosciuti e nomi storici. È un po’ il mood di Todays, mescolare leggende della musica degli ultimi decenni con nuove leve. Molto spesso le band che si trovano in una line up le inseguiamo da anni, a volte riuscendoci, a volte dovendo rimandare a eventuali edizioni successive. Tornando a quello che dicevo prima, ci piace l’idea di valorizzare quello che è nel momento in cui è, e non quello che vorremmo fosse. Chiaramente ogni festival avrà edizioni più fortunate e altre meno, perché dipende anche dai flussi della musica che si ascolta in quel momento storico, però noi siamo soddisfatti della narrazione che si riesce a creare del Todays, nel dare la possibilità alle persone che vengono a vedere l’artista più conosciuto e che occupa la cosiddetta posizione da headliner teorico, ma che magari tra una birretta e l’altra scoprono un artista che non conoscevano, portando con sé quel tipo di ricchezza. È capitato in edizioni passate con Perfume Genius e King Gizzard, speriamo che capiti anche quest’anno: ci sono tanti artisti interessanti da scoprire che possono essere il valore aggiunto di un festival.»

C’è qualcuno che consigli di seguire con particolare attenzione nell’edizione 2019?

«Ovviamente, avendola ideata, in ogni artista della line up vedo un senso. Penso ad esempio a domenica 25 agosto a Spazio con gli australiani Parcels e i Balthazar, che invece arrivano dal Belgio, con un sound senza rivali e che sarà bello scoprire. Penso anche a sabato 24, con l’anteprima esclusiva di One True Pairing, il nuovo interessante progetto dei leader dei Wild Beasts, che è un gruppo piuttosto noto nell’indie: due giorni dopo il Todays uscirà il disco per la Rough Trade ed è da seguire. Poi ovviamente, gli Spiritualized: sono sulla scena da trent’anni, ma sono un gruppo storico però capace di reinventarsi nel contemporaneo anziché replicare se stesso: il sound dell’ultimo disco è attuale e bellissimo e penso che anche il loro live sarà molto intenso e stupirà.»

Storicamente al Todays c’è sempre stato spazio per gli artisti italiani.

«Molti degli artisti italiani che oggi riempiono stadi e sono protagonisti ai grandi festival (penso per esempio a Calcutta, Coma Cose, Motta, Carl Brave) hanno suonato al Todays quando ancora erano da lanciare. Penso che una delle missioni di un festival sia proprio questa: offrire la possibilità ad artisti nostrani di avere un luogo dove crescere ulteriormente, dove mettersi in gioco nel momento in cui ne hanno effettivamente bisogno, altrimenti è un vincere facile. È chiaro che se avessi costruito la line up con le date estive dopo i tour sold out invernali degli italiani, senza essere presuntuosi avremmo avuto gioco facile in termini di partecipazione numerica. Ma non è quello l’obiettivo, soprattutto di un festival che ha un committente istituzionale (la Città di Torino, ndr), e quindi non è un evento puramente commerciale ma ha l’ambizione di essere culturale.»

In effetti, quest’anno al Todays non ce ne sono.

«Non è partita in maniera non voluta, ma dal momento in cui in autunno inizi a pensare alla nuova edizione del festival a quando vedi i nomi scritti sulla line up cambiano molte cose. Questa edizione si è quindi delineata così, ma ne siamo comunque felici. Primo, perché dà la possibilità di scoprire band che non si vedono facilmente nel quotidiano. Secondo, perché appunto quest’anno sono in tour molti artisti italiani già consolidati che abbiamo fatto suonare nelle altre edizioni, e una delle caratteristiche di Todays è di non ripetersi, per cui nessuno si è esibito due volte da noi. Così abbiamo preferito puntare sugli stranieri perché gli italiani hanno già altri palchi importanti su cui esibirsi, a Torino e in Italia in generale.»

A proposito di Torino. Todays è storicamente un festival diffuso sul territorio di Barriera di Milano. Una scelta di comodo per il pubblico che si può spostare agilmente tra le varie aree, ma che insieme dà risalto a un quartiere che è piuttosto periferico.

«Sì, è una delle caratteristiche che abbiamo impostato sin dall’inizio. Partivamo da un’esperienza precedente a Torino che invece concentrava un festival gratuito in una piazza aulica nel periodo centrale dell’estate (il Traffic, ndr). Noi abbiamo fatto l’opposto: un festival a fine agosto quando molti dalla città vorrebbero scappare, non gratuito e in una zona, come dici tu, periferica. Questo stupisce molto in Italia, ma in Europa i festival non si svolgono nelle piazze centrali, ma in grandi aree periferiche dove vivere un’esperienza diversa. Non trovandoci in un bosco o al mare, abbiamo cercato di puntare sull’identità della zona: quindi sulle architetture, sul valore e l’energia caotica della periferia. Per noi utilizzare ex fabbriche come la Incet, cattedrali industriali come quella del parco Peccei, luoghi come i Docks Dora, gallerie d’arte del quartiere, musei contemporanei o il grande prato di Spazio è mandare il messaggio che il luogo del festival non è solo un contenitore ma diventa un risuonatore. Ad esempio per i concerti di Cinematic Orchestra o Nils Frahm a Incet, l’area diventa un valore aggiunto. Una giornalista del New York Times che era presente alla prima edizione di Todays, recensendo il festival per una volta non parlò dell’Egizio o della Mole ma raccontò come era interessante camminare in queste vie, nei parchi e nelle architetture industriali, offrendo una visione di Torino diversa ma ugualmente valorizzante. Anche questo è un messaggio politico, suggerire all’amministrazione l’utilizzo di luoghi diversi dal convenzionale, e non soltanto in questi tre giorni, ovviamente.»

Da quanti anni ormai organizzi eventi e concerti a Torino?

«Ho iniziato suonando a inizio anni ‘90, quando ancora non esistevano social e internet, poi ho iniziato a organizzare i primi concerti, dapprima nei centri sociali occupati, e poi a Spazio che allora non si chiamava nemmeno così. Tanto tempo… troppo!»

In questi 30 anni hai visto a Torino il futuro diventare presente e poi passato. Come vedi il presente della musica in città?

«L’impressione della musica a Torino, che è poi la stessa dell’Italia in generale, è che sia un periodo storico di persone un po’ annoiate, in cui l’offerta supera la domanda soprattutto riguardo la qualità, in cui le persone faticano a distinguere la qualità di quello che viene loro offerto. In più, a Torino penso che sia un momento in cui è molto difficile organizzare, gestire, operare nell’ambito dell’intrattenimento, del tempo libero e della cultura, per una serie di condizioni che a volte diventano dei limiti difficili da superare. Soprattutto c’è una parola chiave, che è “sostenibilità”: sostenibilità economica, culturale, sociale di un evento. E credo che in questo periodo questa parola fatichi ad avere un segno positivo nel bilancio. Viviamo un momento il cui claim potrebbe essere “Massimo sforzo per minimo risultato”. Ci sono due possibilità: o ci si fa passare la voglia e si svilisce quello che si può fare, oppure si cerca di alimentare nuove idee. Magari da questa fase rinascerà nuovo fermento, nuova creatività che adesso è sotterranea ma che potrà tornare forte.»

Il Todays comunque riesce bene o male in questo clima a smuovere le persone. L’edizione 2018 ha attirato 30mila persone, e il pubblico non è solo torinese.

«Sì, dai dati di vendita oltre il 40% del pubblico arriva da altre regioni, soprattutto Lombardia, Emilia, Toscana, centro Italia. Quest’anno in particolare il pubblico straniero, da Francia, Inghilterra e Germania, sta conquistando percentuali in crescita, per cui è un evento che effettivamente riesce a parlare non soltanto alla città.»

Tanta fatica viene ripagata con qualche soddisfazione.

«È la ragione per cui il Todays fino a oggi ha continuato edizione dopo edizione. Personalmente, vivo il festival nelle recensioni successive ai tre giorni in cui inevitabilmente non sono in condizione di seguire i concerti. Spesso non vedo nemmeno un artista sul palco perché sono impegnato dietro le quinte, poi dai commenti delle persone e dalle recensioni riesco a capire com’è andata. Quest’anno abbiamo lanciato un videotrailer che racconta il festival con il claim “Always like the first time”, “Ancora una volta, come fosse sempre la prima volta”. L’idea ci è venuta in mente da una recensione dell’anno scorso che raccontava dell’esperienza di andare al Todays come la prima volta che si scopre cos’è l’amore: qualcosa che non conoscevi prima, che ti affascina, che magari non sempre ti piace ma che ti fa sentire vivo. Quel sentirsi vivo a un festival dove stai ascoltando musica e vivendo emozioni, quella stessa soddisfazione.»

Quindi cosa ti auguri che trovi una persona che viene per la prima volta al Todays?

«Quello che non si aspetta. Mi piacerebbe che uno che riesce a vivere il festival poi non dica “Wow, è stato come me l’aspettavo”, bensì “Wow, è stato esattamente come non me l’aspettavo”. Che si lasci stupire e coinvolgere. Non è importante che piaccia, né che si vada a sentire un gruppo che già si conosce: è importante tornare a casa col proprio mix di felicità e mugugno, polemica e approvazione, cambiati in qualche modo e con nuove idee. Mi piacerebbe che accadesse questo: che le persone capissero che un festival è un’esperienza emotiva che supera e trascende la musica, che diventa il mezzo attraverso cui queste emozioni si vivono, che si lasci coinvolgere dalla curiosità per quello che non conosce. Quello che non si conosce a volte fa paura, ma a noi piace scatenare una tensione che vada a scomporre questo schema».

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