Cultura Torino Mercoledì 10 luglio 2019

Il Museo Egizio di Torino: un patrimonio di tutti. L'intervista al direttore Christian Greco

Torino - Papiri e analisi al microscopio, sarcofagi, mummie e ricostruzioni virtuali: la grande storia dell’uomo e l’evoluzione scientifica si narrano a vicenda insieme nell’intreccio affascinante e inedito di Archeologia Invisibile, la mostra che il Museo Egizio di Torino ha inaugurato a marzo 2019 e che si protrarrà fino al gennaio 2020. Un percorso innovativo, dove i dispositivi multimediali incontrano l’archeologia portando in luce quell’attività di investigazione che contraddistingue lo studio dei reperti del Museo Egizio.

«Questa mostra è frutto di un lavoro di ricerca di quattro anni – spiega il direttore Christian Greco – il concetto di base da cui prende avvio è il dovere per un museo di essere non solo un ente di ricerca, ma di dover comunicare quella ricerca. Spesso si dedicano tempo ed energie per l’ossatura sulla quale si sviluppa tutto ciò che regge il museo, ma paradossalmente non se ne rende partecipe il pubblico. È una considerazione che ho iniziato a fare da quando tengo lezioni pubbliche a livello nazionale e in tutto il mondo: chi ascolta è sempre entusiasta nel vedere come al di là della cultura materiale ci sia sempre una ricerca. Mi sono reso conto che mancava la percezione di quel che il museo fa, di cosa sia la ricerca».

Ed è infatti la ricerca a essere declinata lungo le sale di Archeologia Invisibile: lo studio degli archivi, gli scavi, le indagini archeometriche, fino allo sbendamento virtuale di mummie, al restauro e alla ricomposizione di tombe, scoprendo grazie alla tecnologia la storia degli oggetti, le alterazioni subite nel tempo. Ma se la scienza è abbinata alla riflessione umanistica in un percorso inedito, la mostra sorprende il visitatore accogliendolo con una galleria di oggetti del quotidiano contemporaneo

«La nostra intenzione era di far capire la connessione profondissima tra cultura materiale ed elemento antropico – prosegue Greco – non ci rendiamo conto fino in fondo di quanto gli oggetti stessi definiscono chi siamo, ci modificano. Tutto questo è evidente per l’archeologo che riscostruisce la storia degli uomini antichi solo sulla base della cultura materiale, ma anche il pubblico deve esserne conscio. Archeologia invisibile sviluppa il suo racconto sulla ricerca, sull’interconnessione tra la cultura materiale e l’uomo e sulla biografia dell’oggetto da osservare, che è sempre unica, narra il suo vissuto e la sua storia».

Una mostra che non racconta oggetti ma storie e metodologie di indagine, e che piace al pubblico, appassiona gli studenti per il suo taglio innovativo ed entusiasma chi al Museo Egizio lavora. Archeologia invisibile rientra infatti in una più estesa operazione di comunicazione che, sotto la direzione di Christian Greco, all’Egizio dal 2014, ha trasformato un museo analogico, con al centro la cultura materiale, in un museo che racconta il processo di ricerca. Alla guida della ri-funzionalizzazione e del rinnovo dell’allestimento e del percorso espositivo che si è concluso a marzo 2015, il direttore Greco ha così trasformato l’Egizio da museo antiquario a museo archeologico.

È estesa e dinamica l’attività che il Museo torinese porta avanti con la sua ventina di ricercatori, egittologi ma anche conservatori che hanno a che fare con indagini diagnostiche e archeometriche, e con diversi dottorati finanziati dallo stesso Egizio. Tra i tanti campi, quello degli archivi, in corso di digitalizzazione, dai quali, racconta Greco: «stanno emergendo tantissimi documenti che ci parlano soprattutto di quei vent’anni meravigliosi della MAI; la Missione Archeologica Italiana in Egitto. Da qui nascono spunti che ci permettono di contestualizzare gli oggetti e scoprire storie relative a periodi di scavo, ma anche di trovare documenti inediti sulla cultura materiale, utili ai colleghi che scavano adesso in quegli stessi siti».

Il Museo Egizio di Torino custodisce anche il più importante archivio amministrativo dell’antico Egitto: ventimila frammenti papiracei provenienti da Deir el-Medina, il villaggio degli artisti del faraone, documenti che raccontano la vita quotidiana, l’organizzazione del lavoro, attestano la presenza di costruttori di tombe offrendo uno spaccato di quella zona che spazia dal 1550 al 1070 A. C. Allo studio di questi materiali l’Egizio si dedica grazie a un progetto internazionale cercando di ricomporre i papiri per decifrarne i testi. «Su questo progetto sono attivi dei dottorati – illustra il direttore – È un lavoro enorme che ci occuperà per i prossimi anni anche sotto il profilo della formazione: è necessario infatti insegnare a leggere lo ieratico a giovani studenti che domani possano dedicarsi allo studio di questi materiali e a pubblicazioni critiche».

A Deir el-Medina l’Egizio potrebbe presto tornare a scavare, mentre la ricerca sul campo è già ripartita dalla necropoli di Menfi nel 2015, in collaborazione con il Museo Nazionale di Antichità di Leiden. Con Leiden, in un’ottica di rete, collaborazioni internazionali e multidisciplinarietà è in corso anche un ulteriore progetto dedicato allo studio dei sarcofagi cosiddetti gialli, insieme ai Musei Vaticani con i quali l’Egizio lavora anche al Progetto Sekhmet dedicato alle statue della “dea leonessa”.

Un Museo, l’Egizio, che si relaziona con tante diverse realtà e istituzioni, non solo per la ricerca, come chiarisce Christian Greco: «il Museo ha ben chiaro il fatto che non è una società sospesa, ma anzi si inserisce nella società dove si trova e ogni giorno deve capire che il suo diritto di esistenza nasce proprio dal legame con la comunità locale, nazionale, internazionale. Il museo appartiene alla comunità, ce lo dice l’Articolo 9 della Costituzione. È una responsabilità che sento in misura ancora maggiore perché all’Egizio abbiamo una cultura materiale che non è italiana, ma che appartiene all’umanità e che il museo ha l’onore e l’onere di custodire».

Tanti i pubblici differenti cui l’Egizio guarda, cercando di costruire per ciascuno percorsi di accoglienza: «ci sono i ricercatori che devono avere accesso alle collezioni e trovare tutte le informazioni di cui hanno bisogno – prosegue Greco – gli studenti, che devono sentirsi come a casa loro, e poi un pubblico immenso come quello scolare e degli adolescenti sul quale abbiamo molto da lavorare perché saranno i decision makers di domani. Vanno molto bene le attività per i bambini dai 6 ai 12 anni, che riscuotono tantissimo interesse, e anche lo spazio ZeroSei che cerca di attrarre bambini anche molto piccoli in modo intelligente, con percorsi seguiti da specialisti che li mettano i contatto con le tematiche dell’archeologia».

Ai piccoli, in particolare ai bambini dell’ospedale Regina Margherita, è dedicato anche un progetto di “museo fuori dal museo”, che ha visto i ricercatori fare didattica in reparto e, in conclusione, i piccoli in vista all’Egizio. Il Museo ha aperto poi dialoghi con il carcere, e con le biblioteche, coinvolte fino al 2020 nel Papiro Tour. «Tengo moltissimo alle politiche di avvicinamento dei pubblici che normalmente non troverebbero la strada per arrivare qui – spiega Greco – sono persone che parlano nuovi italiani e che devono poter conoscere questa collezione, che può permettere loro di creare un’identità. Recentemente giovani immigrati hanno sostenuto qui la prova finale del loro corso di italiano, descrivendo un oggetto del Museo che li aveva colpiti. Abbiamo formato donne provenienti dal nord Africa, positivamente colpite dalle politiche dedicate a loro. Quando una persona arriva qui a 40-50 anni e non è mai stata abituata a entrare in un museo, lo fa con innocenza, senza sovrastrutture e il suo rapporto con gli oggetti è più immediato del nostro, emergono domande, si riconoscono forme e talvolta c’è un senso di orgoglio, capita soprattutto con gli egiziani. Ho molto a cuore il rapporto con l’Egitto, privato dei suoi oggetti staccati dal territorio e portati in paesi lontani».

A proposito di rapporto con il pubblico, Christian Greco è anche protagonista di seguitissime passeggiate con il direttore a cui partecipa un nutrito pubblico, composto molto spesso di giovani, non solo torinesi: «è un momento che serve tanto anche me – spiega lui – per ricordarmi perché sono qui, per mettermi in discussione e andare dietro le quinte». A ribadire il segno positivo, le politiche mirate rivolte ai diversi pubblici stanno dando frutto, con un aumento anche del pubblico torinese. Eppure il Museo non si ferma: a settembre 2019 chiuderanno le sale storiche, per riaprire prima di Natale con un nuovo allestimento frutto del lavoro di ricerca sull’archivio. «La domanda a cui risponderemo sarà: perché il Museo Egizio è a Torino? – anticipa Greco – inseriremo questa storia in un racconto globale che partirà dal 1824, da quel che accadeva a Torino, ma anche a Berlino, Londra, Parigi, per capire quali fossero i dialoghi internazionali e il motivo per cui Torino diventa il centro dell’egittologia. Qui arrivò Champollion per consultare dal vivo testi e documenti. Nel nuovo allestimento vogliamo ricreare quel dialogo internazionale».

«La strada per Menfi e Tebe passa da Torino» disse non a caso l’egittologo che decifrò la Stele di Rosetta, e sotto la cortina di understatement, difficile da comprendere per chi arrivi da fuori, il capoluogo sabaudo sembra stare riscoprendo per sé e per il mondo il grande tesoro del suo Museo Egizio. «La trovo una città meravigliosa – è il commento a Torino del vicentino Christian Greco, che ha trascorso 17 anni in Olanda – mi permette di mantenere un mio orizzonte: ho sempre vissuto in città piccole e Torino è un concatenarsi di quartieri, un può vivere isolato nel suo mondo con la possibilità di conoscerne nuovi. Vivo molto il centro, che trovo non solo bello ma con una cifra monumentale tra le più imponenti di Italia, è un susseguirsi di palazzi monumentali e piazze che si aprono in una regia del potere che fa capire bene come questa città fosse destinata a essere capitale. Torino è una città che, pur essendo una metropoli, resta vivibile, percorribile a piedi per me non ho l’auto, ed è anche geograficamente immersa nel verde».

Soprattutto, secondo il direttore del Museo Egizio, non dista troppo da Milano, città cui Torino dovrebbe guardare di più. «Penso che questo elemento vada rafforzato – è l’idea di Greco -  il treno ci aiuta, ma spero in una percorribilità con treni ad alta frequenza, anche di notte, come accade in Olanda, che permetta di andare a teatro da una parte e a cena dall’altra. Torino offre un’effervescenza culturale che può essere complementare a Milano. Stranieri, o italiani mai stati a Torino, ogni volta che arrivano per visitare l’Egizio restano stupefatti, scoprono una città splendida. Torino ha anche una vocazione all’innovazione e sperimentazione che deriva da un tessuto pluriforme: è stata la città di una fortissima immigrazione, e questo ha portato arricchimento culturale, dialogo, punti di vista nuovi».

Gli aspetti che in fondo sta valorizzando anche il Museo Egizio: comunicazione, accessibilità, ricerca, che ne fanno un istituzione in costante movimento, con proposte sempre nuove e uno sguardo che abbraccia la storia, dai millenni prima di Cristo a oggi. «Non avrò pace finché tutti gli italiani non sapranno che l’unica tomba del Nuovo Regno intatta è qui a Torino – ironizza il direttore - idealmente vorrei che sessanta milioni di italiani venissero a vedere il Museo Egizio, che ne fossero fieri e cogliessero la consapevolezza di questo luogo di dover custodire un patrimonio universale dell’umanità. Vorrei che capissero come l’Egizio sia stato un motore che ha cambiato la storia europea, dall’egittomania al ruolo dell’Egitto nell’Europa post napoleonica. È tutto in questo museo, dove sono passati artisti, studiosi, capi di stato. È un museo che appartiene a tutti, e spero che questo sia percepito sempre di più».

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