Ambiente, clima, Antropocene: James Balog indaga l'elemento umano. L'intervista - Torino

Cultura Torino Venerdì 31 maggio 2019

Ambiente, clima, Antropocene: James Balog indaga l'elemento umano. L'intervista

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Torino - Inaugurerà il 31 maggio 2019 con la proiezione in anteprima nazionale di The Human Element, il documentario di Matthew Testa che lo vede protagonista, l’edizione 2019 del Festival Cinemambiente a Torino. James Balog è il fotografo americano che da più di 40 anni documenta con i suoi lavori lo stato del pianeta, con un linguaggio innovativo fatto di scatti sorprendenti, scienza, tecnologia e arte, intrecciati insieme a rivelare la realtà invisibile eppure sotto gli occhi di tutti: la Terra non vive in buone condizioni, e la colpa è anche nostra.

A testimoniarlo saranno dunque, all’appuntamento torinese con il cinema a tematica ambientale, quest’anno particolarmente attento all’onda di protesta ecologica e al sorgere di una green generation nel solco di Greta Thunberg, una galleria di foto in mostra sulla cancellata della Mole Antonelliana e il film, che racconta il complesso e biunivoco rapporto tra uomo e natura e gli effetti dell’antropizzazione. The Human Element è un viaggio negli Stati Uniti, in zone colpite da catastrofi ed emergenze ambientali, e parteciperà al festival nella sezione internazionale documentari, premiando Balog, che né produttore, con il riconoscimento alla carriera Movies Save the Planet. Il lavoro segue a Chasing Ice, documentario sorprendente che racconta attraverso più di un milione di scatti il progressivo scioglimenti dei ghiacciai nel mondo.

«Questo lavoro rappresenta il culmine del mio interesse per la natura e la fauna selvatica – ha raccontato Balog durante l’incontro con la stampa – da vent’anni seguo i cambiamenti climatici, si tratta di una grande questione, una problematica dolorosamente gigantesca». The Human Element ha non a caso per protagonisti i quattro elementi della natura: aria, acqua, terra e fuoco. Su tutti, l’effetto della mano umana, quinto elemento. Nel corso del documentario si succedono enormi incendi, sventramenti dovuti a estrazioni geologiche, inondazioni e affezioni dell’apparato respiratorio che attestano con la forza del linguaggio visivo le conseguenze dell’elemento umano sul sistema natura, l’alterazione di un equilibrio prezioso, perché fondamentale per la vita umana.

«Il centro focale è l’aria, come cambia intorno a noi – ha spiegato il fotografo – tutto ciò che ha a che fare con l’impatto umano sulla natura parte dai cambiamenti atmosferici e con un effetto domino si riversa sull’ambiente. L’aria è però difficile da immortalare per un fotografo: non la si vede, non la si sente, si percepisce soltanto quando accade qualcosa di strano. Non è quindi possibile con la fotografia mostrare il complesso sistema aria: quello che si può fare è però mostrarne sezioni separate. Per esempio per The Human Element abbiamo suddiviso la rappresentazione del sistema aria in tre sezioni. Per la prima abbiamo montato due camere su un pallone aerostatico di quelli usati per le previsioni meteo: era l’unico modo per vedere cos’è l’aria rispetto alla Terra. Noi da qui non riusciamo a vedere lo strato di aria che invece possono vedere gli astronauti, capendo quanto è sottile».

Sono infatti bastati 25 minuti affinché il pallone, lasciato andare, si perdesse nello spazio esterno: un movimento velocissimo che ha svelato la sottigliezza dello strato di aria rarefatta che ci circonda e che spesso immaginiamo come una cupola, uno scudo indifendibile che protegge la Terra. Non è invece così: il pregio del lavoro di Balog è proprio quello di riuscire a far vedere ciò che lo sguardo quotidiano non può cogliere. Allo scopo, anche la scienza è entrata nel documentario, con i suoi strumenti più sofisticati. «La seconda parte della storia mostra gli aspetti scientifico-chimici connessi al cambiamento climatico – prosegue Balog – gli strumenti riescono a rilevare sostanze per noi impercettibili, abbiamo quindi contattato due scienziati che hanno identificato queste componenti».

La complessità – dei sistemi, delle cause e delle possibili soluzioni – è un elemento centrale del dialogo aperto da Balog con i suoi lavori, lo conferma lui stesso spiegando che «coniugare la conoscenza e la sua espressione creativa non è affatto facile, così come non è scontato che l’arte riesca a illuminare, chiarendole, tante cose non ancora comprese. Io cerco l’equilibrio tra gli eventi e un approccio artistico, annuso in giro, come un gatto selvatico». È tutta una questione di occhio, di visione e insieme di conoscenza e approfondimenti, imprescindibili a chi voglia approfondire cause e conseguenze dell’era dell’Antropocene, così come è stata definita l’era geologica caratterizzata dall’agire umano sul sistema Natura, così impattante da rompere un equilibrio fondante.

«L’essere umano ama avere a che fare con modelli, e su questi racconta delle storie – ha proseguito il suo racconto Balog, svelando il segreto dietro la forza narrativa ed emozionale dei propri lavori – io metto insieme la scienza e le storie, ovvero l’aspetto artistico. Dietro a questo c’è il linguaggio della fotografia, che permette per esempio di tradurre il linguaggio dei ghiacciai e dei cambiamenti climatici in immagini e di mostrarlo attraverso la macchina da presa». Balog, arrivato a Torino dagli States, proseguirà il suo viaggio nel Vecchio Continente passando infatti per la Svizzera e l’Islanda, per approdare in Groenlandia verificando lo stato di salute dei ghiacciai dei quali ha ripreso il tristemente sorprendente scioglimento in Chasing Ice.

Non solo ghiacciai, tra le angoscianti rivelazioni emerse dal lavoro sui cambiamenti climatici. James Balog ha infatti confessato di essere stato colpito dalla vastità e irreparabilità dei grandi incendi dietro ai quali ha lavorato, studiando e approfondendo il comportamento delle fiamme, per un paio di anni realizzando il film, Muri di fiamme come vetri colorati di una chiesa, che se da un lato mantengono un indiscusso fascino estetico, dall’altro aggrediscono con il loro calore allucinante che sembra sciogliere la faccia, con la loro cattiveria distruttiva che lascia senza fiato.

«Le scene del fuoco sono state le più difficili perché hanno avuto ricadute, dovute ai fumi e alle sostanze tossiche, sulla salute mia e del mio cameraman – svela Balog – avrei tante idee per lo studio del fuoco e il suo racconto fotografico, ma credo che a causa di questi fattori non le realizzerò. Ci sono state poi tantissime sorprese amare, veri pungi in faccia: il ghiaccio continua a lasciarmi interdetto, la velocità con cui cambiano i paesaggi, la distruzione del fuoco, ma anche i livelli degli oceani, un fattore meno evidente ma che poi si svela nella sua enormità con una tempesta».

Parte del lavoro del fotografo è anche un grande apparato tecnologico che accompagna la ricerca necessaria a immortalare grandi fenomeni naturali, per questo alcune sequenze del documentario hanno richiesto anni per mettere a punto le strategie migliori. Non è certo un limite ai progetti che, a valanghe, affollano la mente di Balog, particolarmente interessato all’aumento del livello degli oceani e all’atmosfera. «Ho anche nuove idee legate all’industria – ha sottolineato, mettendo in luce ancora una volta la complessità dei sistemi naturali e insieme umani – vorrei dire qualcosa prima che sia troppo tardi, perché tutte queste problematiche sono collegate: sono sociali, politiche, economiche. Ovunque nel mondo la situazione è tragica, la politica e la società stanno mostrando un impatto profondo sulla storia dell’ambiente». Non si è lasciato sfuggire lampanti critiche a Trump, il fotografo statunitense, definendo il suo operato una vergogna, un disastro per il mondo.

Ma ha poi proseguito con un invito altrettanto netto a combattere contro le conseguenze dell’elemento umano, a lottare: «dal punto di vista ecologico viviamo tempi difficili: potremmo essere al limite, potremmo già averlo superato o avere ancora speranze, non mi sento di dire qualcosa di certo ma stiamo camminando sul filo del rasoio, bisogna stare attenti. Abbiamo una responsabilità nei confronti del prossimo e non me la sento di rinunciare a combattere: non penso abbiamo il privilegio di arrenderci e non dobbiamo perdere la voglia e disperare ma, anzi, restare positivi. Come diceva Roosevelt, l’unica paura è la paura in sé: data l’epoca, bisogna mantenere un atteggiamento positivo. Non è così assurdo deprimersi, ma in questo caso sarebbe una frustrazione tenuta dentro, va invece esteriorizzata la rabbia, servono cambiamenti per fare quaclosa».

Inevitabile, nell’anno dei grandi scioperi per il clima e dei movimenti legati al Fridays for Future, non pensare a Greta, la ragazzina attivista svedese capace di trascinare, con la sua ambizione a un mondo e a un futuro migliore, tanti suoi coetanei e non solo verso un pensiero verde e ambientalista. Dalla parte di Greta è anche Balog che, senza dimenticare la propria professione, ha dichiarato di aderire al movimento di idee: «inizio sempre da una sequenza visuale – ha ricordato – sono prima un artista, poi un fotografo, e poi un attivista».

L’elemento umano, insomma, non è solo danno e attacco all’equilibrio naturale, ma forza positiva che, grazie a conoscenza, arte, sensibilità, potrebbe riportare la bilancia in equilibrio. «Il cittadino può fare tantissimo – ha insistito James Balog – centrale è far sentire la propria voce, non solo con slogan ma con scelte precise: cosa comprare, che trasporti usare, quale cibo mangiare, quali risorse e utenze scegliere. La capacità di scegliere positivamente si esprime anche nel voto politico, che è la voce del cittadino, il modo per mostrarla: sappiamo quanto un voto sbagliato possa avere conseguenze negative. È quindi importante esprimere il proprio diritto di voto per influenzare ciò che accade: ci dimentichiamo che stiamo subendo la storia, ma la nostra vita servirà anche alle generazioni future che non dovranno guardarsi indietro e domandarsi perché ci siamo comportati così».

Sono inseparabili l’uomo e la natura nell’approccio di un artista che ha dedicato la propria vita professionale al racconto del pianeta Terra, svelandone malattie e disastri generati dal suo abitante più intelligente. Eppure, tra immagini angoscianti e disastri toccati con mano, Balog non smette di credere in un futuro diverso: «vorrei che la gente pensasse di cambiare il rapporto dell’elemento umano con la natura – dice infatti – e di rivedere il proprio collegamento con la natura e il modo in cui ci approcciamo: l’Occidente ha sempre pensato di vivere distante dalla natura, forse perché ce n’era tanta e l’uomo non se ne sentiva parte. Oggi è diverso, bisogna iniziare a capire che siamo natura. È facile perdere la speranza quando si vedono queste immagini, ma non possiamo permettercelo, abbiamo troppa responsabilità nei confronti degli altri e non c’è alternativa: dobbiamo andare avanti».

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