Halina Birenbaum: la sopravvissuta ad Auschwitz racconta la sua storia a Torino

Halina Birenbaum: la sopravvissuta ad Auschwitz racconta la sua storia a Torino

Cultura Torino Giovedì 9 maggio 2019

Torino - «Avevo dieci anni, ora ne ho quasi 90 e loro ci sono di nuovo». Halina Birenbaum li chiama «loro» e non ha bisogno di specificare di chi sta parlando. È una delle ultime sopravvissute dell’Olocausto, è stata l’ospite per eccellenza del Salone del Libro di Torino nel giorno della sua inaugurazione e la sua testimonianza è toccante e imprescindibile. È stata la sua presa di posizione a portare all’allontanamento della casa editrice Altaforte, vicina a Casapound, dalla kermesse torinese.

«Ho vissuto nella pratica cosa è stato l’Olocausto. Adesso nascono ancora movimenti di odio verso altre persone. Che vorrebbero che altre persone non ci fossero, scomparissero. Io questo l’ho vissuto sulla mia pelle» ha raccontato la donna polacca di 89 anni (ne compirà 90 a settembre) al pubblico attento e silenzioso della sala Azzurra raccontando una piccola parte delle atrocità che ha subito e visto, dopo il discorso tenuto all’inaugurazione del Salone.

Nata a Varsavia nel 1929, dopo essere stata reclusa nel ghetto nel 1939 è stata separata dai genitori e dal fratello e dai 10 ai 16 anni ha vissuto nei campi di concentramento di Majdanek, Auschwitz, Ravensbrück e Neustadt-Glewe. «Per cinque anni gli ebrei sono stati condannati a morte, e anche quando i nazisti stavano perdendo hanno continuato a uccidere».

Halina ha raccontato di come sia stato preso prima suo padre nel ghetto, «e da quel momento non ho più avuto un padre. Io, mia madre e mio fratello ci siamo nascosti nelle fognature prima di tornare al nascondiglio. Alla fine nel ghetto erano rimasti brandelli di famiglie, finché ci hanno trovato anche nei bunker».

La donna ha ripercorso il viaggio nei treni «dove caricavano 100-130 persone in un solo vagone, non c’era aria, ci calpestavamo» e poi i campi di sterminio: nel primo «mi hanno portato mia madre. Mi aveva detto di dichiarare di avere 17 anni: io ne avevo 13, e i nazisti non avevano bisogno di bambini. Dichiarando di essere più grande mi avrebbero ritenuta adatta a lavorare nei campi, cosa che non era vera».

Si è poi soffermata sull’orrore delle baracche «sovraffollate, bisogna picchiarsi per riuscire ad avere un po’ di spazio. La minestra del campo che veniva distribuita una volta al giorno per 800 donne, ma loro portavano 100 scodelle, bisogna uccidersi per riuscire ad avere la zuppa». A una situazione terribile si aggiungeva la sua solitudine e la consapevolezza di essere giovane: «Io non avevo madre né padre, avevo 13 anni e formalmente non avevo diritto di stare lì».

Il ricordo del campo è quello del trattamento indicibile a cui erano sottoposte. «Fame, paura, pidocchi, dissenteria. Con la dissenteria non ci permettevano di andare al gabinetto. Non c’era la possibilità di lavarsi, non cerano vestiti per cambiarsi».

Halina ha sfiorato la morte diverse volte. Come il giorno in cui è stata spinta insieme ad altri nella camera a gas, uscendone miracolosamente viva: «Tutti nudi e nude, non potevamo uscire. Ci lasciarono dentro tutta la notte, al mattino venne poi fuori che avevano finito il gas».

Venne poi mandata ad Auschwitz, con un viaggio in treno di 30 ore in piedi: «Già nel ghetto avevamo sentito parlare di Auschwitz come del posto più spaventoso al mondo – ha ricordato – Non  sapevo dove stessimo andando, ma sapevo che non sarebbe stato un posto migliore, perché fino a che i nazisti e fascisti fossero stati al mondo non ci sarebbe stato niente di meglio».

Ad Auschwitz è sopravvissuta due anni. Tra i suoi ricordi, «l’albero di Natale da una parte e dall’altra il camino del forno crematorio da dove vedevamo il fumo andare verso il cielo». E poi «la puzza insopportabile di carne bruciata che usciva dai forni e queste selezioni: l’ordine di andare a sinistra significava essere mandati verso le camere a gas, a destra era la salvezza, significava che ci si poteva rivestire e continuare a vivere».

Halina ha avuto un altro incontro ravvicinato con la morte, sopravvivendo miracolosamente, nel 1 gennaio 1945. Essendo Capodanno, i prigionieri avevano il permesso di non lavorare: era una giornata di sole e Halina si era avvicinata al confine con un altro campo di sterminio dove si trovava una sua amica per salutarla, quando una SS le sparò da una torretta di guardia. «Aveva mirato al cuore, ma mi ha colpito al bracco e il proiettile si è fermato vicino al polmone. Mi sono chiesta se dovevo morire in quel momento, dopo i bunker, i treni e la camera a gas. Mi sono detta di no e mi sono aggrappata alla vita con le unghie e con i denti. Nel frattempo la liberazione del campo di concentramento era sempre più vicina, è avvenuta il 27 gennaio. Intanto avevano interrotto le esecuzioni nelle camere a gas, ma erano rimasti medici delle SS, incaricati di sparare ai malati sulle brande. Uno di questi avrebbe dovuto uccidere anche me perché non riuscivo a muovere il braccio». Quando il medico le si è avvicinato «Sono rimasta paralizzata. Mi ha detto di alzarmi e andare in un posto con più luce. Mi ha chiesto cosa era successo e gliel’ho raccontato. Lui cominciò a criticare l’infermiere perché non aveva lavato il sangue della ferita e decise di trasferirmi da un’altra parte del campo dove c’era la sala operatoria e dove mi avrebbero estratto il proiettile. Così è successo un miracolo: la persona che doveva uccidermi mi ha salvato».

Il 18 gennaio 1945 i sopravvissuti sono stati obbligati a partire, «per cinque giorni e cinque notti in marcia senza niente da mangiare e da bere. Sono sopravvissuta a questa marcia della morte e ad altri due campi di concentramento. Il 2 maggio i russi hanno liberato il campo dove ero e sono tornata a Varsavia».

Dopo la guerra l’urgenza che ha accompagnato Halina Birenbaum è stata tenere vivo il ricordo di quanto aveva vissuto. «In mezzo a quella sofferenza non si sapeva più chi fosse, ma da parte di tutti c’era una supplica verso coloro che fossero sopravvissuti di raccontare al mondo quello che stava succedendo. La cosa più importante era continuare a esserci». Ma non è stato così facile portare la sua testimonianza alle generazioni successive. «Le persone nei campi di concentramento pregavano di essere ricordate. Ma le persone a cui si racconta non vogliono sentire queste cose. Ci chiedono perché non ci siamo difesi, perché non abbiamo fatto niente».

Così Halina ha raccontato quando è stata invitata alla scuola di suo figlio (nato cinque anni dopo la sua liberazione) per parlare dell’Olocausto, salvo essere rimproverata dalle insegnanti: «Come potevo pensare di raccontare cose così tragiche e spaventose a bambini che sarebbero rimasti segnati per sempre, avrebbero avuto incubi e problemi psichici. E in quel momento mi sono chiesta “Ma come, devo anche vergognarmi?”. Allo stesso tempo, mio figlio mi chiedeva di mettermi le maglie a maniche lunghe per non far vedere ai compagni il numero sul braccio. Avevo perduto mia madre, mio padre e i miei fratelli e non potevo raccontarlo? Nessuno voleva ascoltare?». Ma Halina ha perseverato, perché come dice il titolo di uno dei suoi libri La speranza è l’ultima a morire, e ha saputo farsi ascoltare anche oggi.

Paolo Paticchio, presidente dell’associazione Treno della Memoria ha riportato il pubblico in sala al presente e alle ultime polemiche che si sono sciolte a poche ore dal via del Salone. «Dopo aver sentito Halina non c’è tanto da discutere, era assurdo pensare una compresenza con la casa editrice Altaforte. Ha prevalso semplicemente la ragionevolezza. Come si poteva chiedere ad Halina, a noi dell’associazione Treno della Memoria, al Museo Statale di Auschwitz, a voi del pubblico di stare vicino a loro? Halina, tu non hai idea di quanto sei stata preziosa, perché hai messo il punto, hai risolto il problema della nostra enorme inadeguatezza. Noi non siamo ancora pronti a farlo da soli ed è gravissimo».

Potrebbe interessarti anche: , Grand Tour: tra il Piemonte e la Valle d'Aosta alla scoperta del barocco , Giornate Fai di Primavera 2020 rinviate anche a Torino e in Piemonte , Il Politecnico di Torino su Topolino per raccontare le donne nella scienza , Mina: 80 anni celebrati a Torino con una rassegna e un convegno internazionale , A Torino riaprono i musei: dall'Egizio alla Reggia di Venaria. Sconti e ingressi contingentati

Sostieni mentelocale.it

Care lettrici e cari lettori, sono quasi vent'anni che mentelocale.it è al vostro fianco per raccontarvi tutto quello che c'è da fare in città.

Stiamo facendo un grande sforzo e abbiamo bisogno anche di voi: attraverso un contributo, anche piccolo, potrai aiutare mentelocale.it a superare questo momento difficile.

La pandemia di Coronavirus ha messo in seria difficoltà il nostro lavoro: gli spettacoli e gli eventi di cui vi informiamo quotidianamente sono sospesi, ma abbiamo deciso comunque di continuare a informarvi su quello che accade e su come fare per superare questo momento storico senza precedenti.

Non vediamo l'ora di essere ancora accanto a voi, quando tutto questo sarà passato, per occuparci di tutto quello che ci rende felici: spettacoli, cinema, teatri, iniziative, passeggiate, cultura, tempo libero, nonché locali e ristoranti dove trascorrere di nuovo una serata con gli amici.

Ne siamo convinti: #andràtuttobene.

Grazie!

Scopri cosa fare oggi a Torino consultando la nostra agenda eventi.
Hai programmi per il fine settimana? Scopri gli eventi del weekend a Torino.