Concerti Torino Mercoledì 8 maggio 2019

Flowers Festival 2019: «Building a new society». L'intervista al direttore Fabrizio Gargarone

© Fabio Marchiaro

Torino - Può l’arte insegnare la felicità in tempi cupi, trovare nuovi modi di vivere insieme, aiutare a ricostruire la società? Sono queste le domande a cui cerca di dare delle risposte il Flowers Festival 2019. “Building a new society”, è il tema della quinta edizione della kermesse organizzata da Hiroshima Mon Amour e Cooperativa Culturale Biancaneve, che si terrà dal 27 giugno al 20 luglio nella Lavanderia a Vapore del Parco della Certosa di Collegno. Più di tre settimane di concerti e spettacoli che spaziano tra i generi, dalla classica al rock, dall’indie al rap, tuttavia seguendo il filo conduttore di un festival che di base vuole andare oltre l’intrattenimento e offrire spunti di riflessione sul nostro presente e futuro.

La quinta edizione del Flowers Festival parte dalla musica del compositore Ezio Bosso che è stato l’ispiratore del tema di quest’anno, e prosegue con il compositore e polistrumentista Yann Tiersen, con la cantautrice e attivista Joan Baez nell’unica data italiana del suo tour di addio alle scene, con nomi di punta dell’indie italiano come Ex Otago, Zen Circus e Motta (tutti e tre appena portati alla ribalta anche del grande pubblico dal festival di Sanremo). Prosegue con l’incursione teatrale di Giuseppe Cederna e le musiche di liberazione del collettivo di musicisti The Liberation Project (che conta tra gli altri Phil Manzanera, N’faly Kouyate e Cisco Bellott), con il britannico Jack Savoretti e l’islandese Ólafur Arnalds insieme all’italiano Dardust. E ancora, con l’indie ironico dei Pinguini Tattici Nucleari, l’indie pop di Gazzelle, il rap di Madman e di Massimo Pericolo, il djset di The Bloody Beetroots, il porn groove di Immanuel Casto con Romina Falconi. Tutto o quasi si svolge in un luogo di rilevanza storica e simbolica, il Cortile della Lavanderia a Vapore di Collegno, parte del più grande e noto manicomio italiano, chiuso e restituito alla città nel 1977 e che ormai è il fulcro della comunità locale e dal 2015 ospita il Flowers.

Ce ne parla il direttore creativo Fabrizio Gargarone, raccontando come l’ispirazione gli sia giunta dal pianista e compositore Ezio Bosso e dallo discorso che ha tenuto al Parlamento Europeo un anno fa, il 26 giugno 2018. «Non c’è confine, la musica non è solo un linguaggio ma una trascendenza, che è ciò che ci porta oltre» ha detto Bosso nell’occasione, ricordandoche«La musica ci insegna la cosa più importante: ad ascoltare e ad ascoltarci. Un grande musicista non è chi suona più forte ma chi ascolta più l’altro e da lì i problemi diventano opportunità». Da qui è partito il Flowers 2019.

Flowers ha dedicato le ultime due edizioni allo psichiatra italiano Franco Basaglia, che promosse la legge che portò alla chiusura delle strutture psichiatriche in Italia. Quest’anno il festival vuole andare oltre.

Gargarone: «Il tema di quest’anno è un’espansione della tematica basagliana. Stiamo vivendo in un momento abbastanza confuso e di sbandamento in genere, da ogni punto di vista, sia sociale sia politico, dal livello internazionale a quello delle nostre singole vite. Sono rimasto molto colpito dal discorso che Ezio Bosso ha fatto al Parlamento Europeo, facendo un ragionamento sull’Unione. Ha usato l’orchestra come esempio di mutuo aiuto, di come essere tutti utili a una causa: ha la musica e l’arte come esempio e come linguaggio per costruire e per recuperare un nuovo modo di stare insieme. Ora, Ezio ha messo in piedi l’Europa Filarmonica (Europe Philharmonic Orchestra), un’orchestra italiana di musicisti che provengono da tutta Europa. Gli ho chiesto come avrebbe visto un suo concerto al Flowers, che non è propriamente un festival di musica classica dove si esibisce normalmente. Ci ha pensato un attimo, letteralmente un attimo, e mi ha detto “Mi sembra un’idea fantastica, andare in un contenitore dove si fa rock rap eccetera e portarci la classica ragionando di queste cose”. Il suo concerto è diventato i primo mattone su cui ho appoggiato buona parte della programmazione di quest’anno».

Dopo Bosso chi è arrivato?

«Il passo successivo è stato Joan Baez, che si definisce più che una cantante un’attivista politica per il pacifismo e i diritti politici da cinquant’anni, il cui massimo splendore artistico è stato negli anni ’60 con la Vanguard Records. Il tema che da sempre porta avanti è lo stesso, quello di rifondare la società in cui vive su valori diversi. Il fatto di poter ospitare Joan Baez faceva sistema in un festival dedicato a queste tematiche. Allo stesso modo abbiamo in programma due artisti che hanno scelto vie diverse che hanno sempre a che fare con modi di ricostruire la propria esistenza ragionando su nuove comunità».

Ovvero?

«Uno è Yann Tiersen, che è andato a vivere con sua moglie su una piccola isola davanti alla Bretagna di 800 abitanti (l’Île d'Ouessant, ndr): qui hanno rilevato l’unico locale del posto, ne hanno fatto uno studio dove registrano i loro dischi e una sala concerti, e ora di fatto funziona come centro sociale dell’isola. Hanno fatto da una parte una scelta di isolamento e dall’altra di riscoperta di valori di comunità, valori che sembrano assenti o comunque secondari nella nostra vita quotidiana. L’altro che ha fatto la stessa cosa in Italia è Maurizio Carucci, il cantante degli Ex Otago, che da dieci anni ha abbandonato Genova ed è andato a vivere sull’Appennino Ligure, nel comune di Albera dove ci sono circa 300 persone. Qui con la sua compagna fa il contadino, zappano la terra, hanno gli animali… ogni tanto lascia il posto e va a fare la rockstar ma ha fatto una scelta con la stessa dinamica: ha cercato se stesso proponendo un modello di vita diverso riferito a una micro comunità. E adesso è candidato alle elezioni politiche del paese come consigliere comunale. I loro sono percorsi sinceri».

L’aggiunta ufficiale più recente al programma è quella di The Liberation Project.

«Sì, si aggiunge il 15 luglio The Liberation Project, progetto di liberazione finanziato dal governo sudafricano a 25 anni dalla fine dell’apartheid, nuovamente per ragionare sui valori delle società. Il chitarrista Phil Manzanera ha messo insieme un’orchestra composta da ventina di musicisti sudafricani, cubani e italiani (tra cui Cisco Bellotti dei Modena City Ramblers e Roberto Formignani dei The Bluesmen) che ripropongono canti di liberazione dei tre paesi. È un’operazione che ricorda il Buenavista Social Club: lo presentano il 9 maggio all’ambasciata cubana a Roma, poi accompagneranno Jovanotti in alcune date del suo Jova Beach e faranno alcune altre date in giro».

Altri che rientrano nell’idea del costruire una nuova società?

«Ho preso un paio di artisti italiani di contenuto come Motta e gli Zen Circus perché a Sanremo hanno portato due canzoni (“Dov’è l’Italia” e “L’amore è una dittatura”, ndr) che disegnano in modo piuttosto preciso l’Italia di oggi, parlando dei guai in cui ci troviamo in questo momento e non si riesce bene a capire come uscirne».

Gli altri anni c’è sempre stato almeno uno spettacolo extra concerto. Ci sarà anche quest’anno?

«Non è ancora stato annunciato ma faremo uno spettacolo con lo scrittore e attore Giuseppe Cederna: un’odissea dove si ragiona sull’immigrazione, in cui Cederna fa questo moderno Ulisse accompagnato da due orchestre con cui ha già lavorato in passato, l’orchestra del compositore Willy Merz e la Cooperativa Sociale CLGEnsemble. Definiremo gli ultimi aspetti dello spettacolo il 13 maggio, il giorno prima della conferenza ufficiale del Flowers. Valuteremo se farlo nella Lavanderia a Vapore o nella fondazione Merz».

C’è comunque molta varietà nei concerti in programma, come è prerogativa del Flowers. Da Ólafur Arnalds ai Pinguini Tattici Nucleari, da Jack Savoretti a Gazzelle, da Madman a Bloody Beetroots…

«Sono abbastanza aperto ai generi. Do una spina dorsale al festival, che è un racconto che passa attraverso dei passaggi precisi, ma ci sono anche altri momenti, essendo una programmazione lunga 23 giorni. Tra questi mancano ancora alcuni annunci ufficiali, come una serata di conscious rap con Mecna e altri, e poi la serata finale del 20 luglio, quando faremo una festa finale su cui stiamo ragionando. Questa è l’ossatura del festival, a cui si aggiungono spettacoli belli, grintosi, di senso».

Con il festival inteso non solo come spettacolo ma come punto di incontro e discussione.

«Sì. Parto dal discorso di Bosso perché centra esattamente il momento in cui siamo oggi: con la sua lucidità indica una via, anche se l’arte non può risolvere tutto, male non fa. Il festival diventa un’occasione vera ed è questa la mia intenzione: diventa un oggetto culturale e non solo una serie di spettacoli a sé stanti. Insomma, cerchiamo di ragionare sul passato e di vedere dove stiamo andando. È una situazione complicata per tutti: l’arte prova a dare delle risposte e noi ne facciamo vedere qualcuna. È un festival che oltretutto si svolge in un posto con una grande storia, esemplare nella sua trasformazione».

Flowers si tiene alla Lavanderia a Vapore dell’ex manicomio sin dalla prima edizione del 2015: Collegno è in pratica casa. La risposta del territorio è sempre forte?

«Ci vogliono bene. Ci vogliono bene perché rispettiamo le scelte che fecero loro all’epoca. Quando il manicomio venne reso alla città, l’amministrazione comunale fece la promessa di restituire la struttura ai cittadini tramite la cultura, con approccio dolce e profondo. Il primo evento che aprì l’ex manicomio ai cittadini fu un concerto di musica classica del flautista Severino Gazzelloni, grazie a un’idea Giorgio Balmas, l’assessore che inventò i punti verdi e che ebbe questa idea per l’ex ospedale psichiatrico. Il progetto del Flowers è in linea con la storia di Collegno».

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