Il Polo del '900 di Torino tra memoria e innovazione. L'intervista al direttore Alessandro Bollo

Cultura Torino Venerdì 12 aprile 2019

Il Polo del '900 di Torino tra memoria e innovazione. L'intervista al direttore Alessandro Bollo

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Torino - Nove chilometri di archivio e una biblioteca sempre aperta dove perdersi tra centinaia di migliaia di libri, periodici aggiornati, un’emeroteca storica e ancora migliaia di immagini, manifesti e documenti audiovisivi e digitalizzati. Una ricchezza custodita nei palazzi di San Celso e San Daniele, negli ottomila metri quadri del complesso juvarriano dei Quartieri Militari, in quello che dal 2016 è il Polo del ‘900 di Torino.

Un luogo fatto di tante voci e storie, dove trovare documenti e narrazioni di ogni tipo. Un luogo aperto a tutti e tutti i giorni(questi gli orari), dove leggere e studiare immersi in un’atmosfera di storia e cultura, ma dove poter anche seguire eventi calati nell’attualità, con uno sguardo al passato capace di innescare riflessioni. Mostre, rassegne di cinema, attività varie dedicate a un pubblico di giovani, studenti, ma anche adulti: tutti possono trovare spunti interessanti in questo scrigno di cultura nato a Torino da una felice scommessa e modello di gestione innovativa. Ed è infatti proprio in una città da sempre aperta alla sperimentazione e al cambiamento come Torino che il Polo del ‘900 ha festeggiato il traguardo dei primi tre anni di vita, con obiettivi raggiunti e nuove sfide per il futuro, a partire dai primi mesi del 2019.

È infatti proprio il Polo del ‘900 a essere stato scelto come hub centrale per le attività di Archivissima, il festival degli archivi che ben sposa le proprie finalità con quelle dell’ente, costantemente impegnato a guardare indietro per spingere lo sguardo avanti. «Torino è una città che per trentacinque anni è stata un laboratorio di innovazione sugli eventi culturali – sono le parole del direttore, Alessandro Bollo – noi siamo uno degli episodi di questo ecosistema: il Polo è un luogo innovativo fin dalle intenzioni. Lo è nella governance, nella sua funzione culturale, nei confronti dei pubblici e nelle collaborazioni, presentando diverse dimensioni di sfida e complessità. Queste diverse anime non sempre lo rendono un luogo semplice da raccontare!».

La complessità è però la dimensione più consona al racconto del Novecento, come ben si evidenzia nella mostra Superachivi che proprio in occasione di Archivissima 2019 è realizzata al Polo in un percorso che unisce tre grandi tappe novecentesche come il Muro di Berlino e la sua caduta, la missione lunare Apollo 11 e la pubblicazione del Manifesto Futurista all’idea del superamento delle barriere. «Archivissima ha il vantaggio di fare luce con efficacia su una serie di aspetti che quotidianamente portiamo avanti – prosegue il direttore – evidenzia l’importanza e il ruolo degli archivi oggi, percepiti come qualcosa di accessibile solo a ricercatori e addetti ai lavori. Il Polo sta lavorando proprio su questo tema: aprire gli archivi a tutti attraverso le attività organizzate e rivolte ai pubblici più trasversali, e concentrarsi sul lavoro di digitalizzazione nell’ottica di ampliare ulteriormente l’accessibilità a un pubblico potenzialmente mondiale, attraverso logiche intuitive e friendly».

La gestione dei contenuti digitali degli enti che costituiscono il Polo è affidata alla piattaforma 9CentRo, che ospita i numerosi materiali d’archivio dell’ente tra cui testi, ma anche manifesti e immagini, consentendo dunque di costruire format ed eventi culturali incentrati su nuovi linguaggi o nuovi immaginari oggi necessari, con l’apporto di artisti, intellettuali, scienziati, filosofi. L’esperimento ha prodotto i suoi risultati già nel 2018, quando grazie a diversi mesi di ricerca condotti al Polo da una compagnia teatrale è stato coprodotto con TPE uno spettacolo dedicato al ’68, ma sarà replicato quest’anno grazie al centenario della nascita di Primo Levi e con il progetto per i giovani Accendi la resistenza, che prevede la realizzazione di una graphic novel a partire dallo studio sui materiali di archivio custoditi al Polo.

Le attività didattiche del Polo del ‘900 sono infatti numerose e prevedono il lavoro con scuole e insegnanti. Sono tredicimila i ragazzi che lo scorso anno sono passati per i palazzi juvarriani attraverso progetti che intrecciavano a doppio filo la storia, l’educazione civica, la cittadinanza attiva. «Per noi il coinvolgimento delle scuole è fondamentale. Seguendo queste finalità cerchiamo di concentrarci sull’uso di strumenti diversi che spaziano dalla lezione frontale all’uso di materiale di archivio – è il racconto di Alessandro Bollo – cosa c’è di meglio, oggi, che vedere delle immagini, lavorare sui testi? È anche una bellissima opportunità per i ragazzi di ragionare sul concetto di autorevolezza delle fonti e costruire delle competenze urgenti in questo momento storico dominato dalle fake news». Tra le attività ricordate a questo proposito dal direttore, Wikipedia, progetto integrato per la didattica attraverso cui costruire lemmi nuovi con particolare attenzione alle fonti, i cui risultati saranno restituiti al pubblici attraverso un Hackathon.

Che sia o meno un caso, sulla porta dell’ufficio di Alessandro Bollo campeggiano due parole, parte del lungo fiume di concetti che abbraccia tutte le pareti dei piani superiori di via del Carmine, dedicati agli uffici. Si tratta di innovazione e memoria, due poli distanti, che richiamano l’uno il futuro, l’altro il passato. «È esattamente una delle nostre sfide – commenta il direttore – usare la memoria del Novecento e del passato come dispositivo di riflessione, interpretazione e comprensione dell’oggi, partire proprio dalle parole chiave del Novecento. Per noi fare innovazione significa lavorare sul linguaggio, i formati, gli approcci, per coinvolgere il pubblico. Il Novecento è sentito dai quindicenni come lontano, come l’Ottocento o il medioevo, ma non è così. Quando abbiamo aperto il Polo siamo andati in giro per il Piemonte a bordo di una 500 ponendo domande su fenomeni del Novecento e di oggi: migrazione, terrorismo, globalizzazione erano alcune delle parole chiave. Ci siamo accorti che per i giovani l’idea di migrazione è contemporanea, non sanno che il Novecento è stato il secolo delle più grandi migrazioni, per esempio».

Come recuperare un passato recente di efferati atti di terrorismo, di nascita del villaggio globale, di leggi raziali datate 1938 eppure così attuali nel loro dissonante potere di stimolo per l’intolleranza? Il Polo del ‘900 è un co-progetto sostenuto da Compagnia di San Paolo, Comune di Torino e Regione Piemonte che ospita 19 diversi enti partecipanti, ognuno punto di riferimento per la ricerca storica, sociale, economica e culturale del Novecento, nonché per la salvaguardia dei valori della resistenza, della democrazia, della libertà. Come spiega Alessandro Bollo descrivendo questa realtà complessa e pressoché unica, «tutti i 19 enti si interrogano rispetto all’innovazione e a come essere realmente efficaci rispetto a pubblici di quindicenni e ventenni con un’esposizione mediatica diversa rispetto alla nostra, con modalità di apprendimento nuove, attenti ad alcuni linguaggi a scapito di altri e con soglie di attenzione basse e un immaginario visivo molte forte. Noi che abbiamo profondità di contenuti dobbiamo far sì che questo lavoro di ricerca non sia banalizzato né semplificato: sarebbe un grande errore, perché la profondità si rende attraverso la complessità. Dobbiamo invece capire come agganciare l’attenzione e l’interesse delle persone lavorando su temi e formati».

Ben vengano dunque colazioni, aperitivi, e in quest’ottica alcune novità che interesseranno il Polo del ‘900 nei prossimi mesi, come il bookshop e la caffetteria che arriveranno ad animare gli spazi culturali, e il rinnovamento del cortile, che in estate ospiterà serate di cinema, teatro, musica e spettacolo. Il coinvolgimento del pubblico è infatti una priorità necessaria agli scopi culturali del Polo. Uno dei progetti accolti con più entusiasmo dal target coinvolto è non a caso lo Young Board, bando annuale riservato ai giovani, sviluppato da un’idea del Centro Gobetti e che coinvolgerà una trentina di ingegneri, filosofi, storici, scienziati tra i 19 e i 25 anni. A loro il compito, il prossimo 26 maggio, di animare con contenuti, domande e feedback la speciale maratona che il Polo proporrà per le elezioni europee. Secondo Bollo infatti «i giovani che parteciperanno a questa iniziativa coinvolgeranno gli amici, e anziché cinque ragazzi ne arriveranno trenta interessati ad ascoltare discorsi sull’Europa». 

La dinamica che regola le attività del Polo del ‘900 di Torino è inusuale rispetto ai modelli di gestione culturale italiani. Il direttore spiega infatti che ciascuno dei 19 enti che ne fanno parte mantiene la propria autonomia, mentre il Polo ha una serie di obblighi statutari come la gestione degli edifici e il coordinamento. «Sono i singoli enti a scegliere la propria programmazione culturale e le linee di sviluppo, gli ospiti e le attività didattiche e di ricerca – prosegue Bollo – lo fanno usando gli spazi del Polo ma non solo, in una dinamica che vuole superare la logica del condominio dove ognuno è isolato. La collaboraizone e integrazione si svolge invece concretamente grazie al persona che lavora in parte qui e in parte in sedi distaccate, portando al Polo competenze specifiche per gli archivi e le biblioteche, e poi con la progettazione integrata e condivisa che dà vita a cinque progetti. È una dinamica che vede insieme autonomie e coordinamento, nella prospettiva di ottenere un impatto complessivo superiore a quella che sarebbe la somma delle singole parti».

I numeri premiano questo approccio, con settantamila presenze registrate in un anno e la felice novità del Premio cultura di gestione 2019 promosso da Federcultura. Una sorpresa bellissima, come conferma Bollo: «nessuno se lo aspettava, era il primo anno vero di vita per noi e abbiamo partecipato senza troppe speranze. Le motivazioni del premio ci dicono che siamo riusciti a far passare il messaggio: nel contesto italiano questo modello sarà esemplare e replicabile, e potrà funzionare su altre scale perché riguarda problemi comuni del sistema culturale. A febbraio, per esempio, siamo stati invitati dal Mibac per un ciclo sui progetti dei sistemi museali in cui sono stati citati Brera, la rete museale del Lazio, e il Polo del ‘900, proprio per raccontare una creatura ibrida, diversa e collaborativa». Tra le potenzialità del Polo, il direttore non manca di sottolineare la possibilità di costruire un sistema manageriale con funzioni molto definite e, soprattutto, caratterizzato dalla presenza di personale tra i 30 e 40 anni, scelta che ha portato avanti una nuova generazione di manager della cultura.

Sotto la cortina di discrezione tipicamente sabauda, il Polo si sviluppa e allarga le proprie attività spesso senza il clamore che ci si aspetterebbe. Ma in fondo anche questa è Torino, una città che, anche secondo il direttore Alessandro Bollo, si è sempre distinta per uno sguardo positivo sulla sperimentazione, i nuovi modelli di gestione, collaborazione, integrazione e i rapporti tra pubblico e privato. «Penso non sia un caso che una realtà del genere sia nata a Torino con questa modalità – è la riflessione di Bollo – forse altrove avrebbe avuto un’eco più forte, ma è nel dna di Torino sperimentare modelli di questo tipo».

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