Concerti Torino Giovedì 28 marzo 2019

All you can Italy: parte da Torino il nuovo tour dei Twee. L'intervista

Torino - Loro sono i Twee, tre ragazze e un ragazzo che da Torino vanno alla conquista della scena musicale con uno stile che non somiglia a nessun altro. Iniziano il 28 marzo suonando all’Hiroshima Mon Amour dove presentano il loro secondo album, All you can Italy (in uscita per Metatron INRI), e la città risponde: il locale di via Bossoli ha già registrato il sold out per il loro primo concerto del 2019.

Nadia Gai (voce), Giorgia Ruggeri (basso), Margherita di Saint Pierre (batteria) e Gianluca Leo (chitarra) suonano insieme dal 2013, ma hanno iniziato a farsi notare quattro anni fa, grazie al loro singolo d’esordio Every Week. Un brano che prima li ha portati a vincere il trofeo Roxy Bar di Red Ronnie, poi è entrato in alta rotazione su MTV Music per tutta l’estate 2015 e quindi è diventato la colonna sonora degli spot delle serie tv di Sky nell’estate 2016. Lo stesso anno, dopo aver pubblicato il secondo singolo Clouds (scritto insieme a Vicio dei Subsonica), sono saliti sui palchi di molti festival italiani (come Collisioni, Balla coi Cinghiali, Reload Festival, Iscream, Voobstock, Deejay On Stage e M.E.I.). Nel 2017 il terzo singolo Summer of Love ha anticipato l’uscita del loro primo album Mango, con cui sono ripartiti per una nuova tournèe di festival tra cui del Flowers Festival in apertura a Levante e Peaches e lo Sziget di Budapest. I quattro hanno quindi passato anche il 2018 in tour su e giù per l’Italia, raccogliendo le storie che hanno poi trasformato nelle canzoni del loro secondo lavoro.

Alla vigilia del concerto all’Hiroshima che inaugura un nuovo anno dal vivo, Nadia, Giorgia e Gianluca (facendo le veci di Margherita malata) ci hanno raccontato All you can Italy, delle loro prospettive, di come è difficile farsi prendere sul serio in Italia quando si è una band di tre donne e un uomo, di cosa significa essere Twee.

Dal 2015 ad oggi ne avete raggiunte di mete, per essere una band emergente e indipendente.

Nadia: «È stata una sorpresa anche per noi, non ci aspettavamo con un solo singolo di fare quello che abbiamo fatto. È stato merito del nostro produttore Marco Vipiana che ha creduto in noi, ci ha dato lo sprone per iniziare a lavorare su brani nostri e ci ha subito lanciato nella fossa dei leoni con una canzone alle spalle ed esperienza zero. Ci sembravano tutte delle vette insormontabili: passare all’improvviso dalla saletta a Red Ronnie è stato un bel salto. Però è andata benissimo fin da subito e meno male, perché ci ha dato la spinta giusta. Siamo un gruppo di persone insicure che si fanno un sacco di domande (poi siamo tre donne su quattro, quindi le parole si sprecano!), ma questo ci ha dato autostima e ci ha fatto pensare che se quelle esperienze sono andate bene magari è perché qualcosa da comunicare ce l’abbiamo. Da lì abbiamo iniziato a scrivere altre canzoni, è nato il nostro primo disco Mango e le esperienze si sono susseguite: concerti, aperture, festival…»

Tra cui uno all’estero lo Sziget in Ungheria.

Nadia: «Purtroppo finora è la sola esperienza all’estero, perché è abbastanza complicato riuscire a espatriare come italiani, pur cantando in inglese».

Gianluca: «È un grande ostacolo, perché all’estero c'è tanto pregiudizio nei confronti dell'italiano che canta in lingua. Non è ricadere in un luogo comune dire che noi italiani non abbiano una conoscenza così specifica dell’inglese rispetto ad altre nazionalità. Di conseguenza, questa cosa viene percepita nel mercato musicale. Così un italiano che fa musica in inglese avrà sempre meno credibilità di qualunque altro membro dell'Unione Europea che fa lo stesso».

Voi infatti scrivete canzoni in inglese, e funzionano.

Nadia: «Devo dire che è merito di una persona che ci affianca nella scrittura dei testi: per quanto noi possiamo sapere bene l’inglese, un madrelingua sa correggere gli errori più sottili e i modi di dire. Peraltro, la nostra insegnante è australiana, quindi magari le nostre canzoni hanno quello slang, chissà! Con Mango mi ha aiutato anche nella pronuncia, con All you can Italy meno, perché come suggerisce il titolo è disco che parla dell’Italia, e perciò sin dai contenuti non vuole nascondere la nostra italianità. Lei quindi non ha voluto intervenire sulla pronuncia in alcun modo, ritiene che sia giusto che in qualche parola si senta che non siamo inglesi».

Com’è stata l’evoluzione tra Mango e All you can Italy?

Nadia: «Come dicono tutti gli artisti, il secondo disco è più difficile, perché dopo il primo ti sei fatto e hai creato delle aspettative. Con Mango ci eravamo lanciati senza sapere cosa stavamo facendo e abbiamo fatto quello che ci veniva. Col secondo inizi a sapere i tuoi obiettivi. Ora siamo contenti di quello che è venuto fuori: abbiamo osato di più, abbiamo fatto più ricerca anche a livello strumentale. Nel primo disco c’era un membro in più, un altro ragazzo che suonava la chitarra elettrica. Il secondo è nato senza di lui, così ci siamo chiesti dove volessimo far andare la nostra musica. Gianluca è diventato l’uomo tuttofare: ha aggiunto a chitarra e ukulele anche la tastiera, i fiati suonati con la tastiera, il computer e programmazione, in una direzione più moderna. Poi abbiamo voluto metterci delle tematiche che ci stavano a cuore, in primis quella della situazione Italiana al momento in generale, ma soprattutto dal nostro di musicisti».

E qual è il vostro punto di vista?

Gianluca: «Quello che puoi raccontare meglio è la realtà che vivi in prima persona. Nel nostro caso, il fatto di essere presi sul serio o no. Come band, da sempre siamo una band che al primo impatto viene accolta da un vago pregiudizio, “Che carini, chissà se sapranno suonare”, e questo soprattutto perché ci sono tre donne nel gruppo. Poi, per fortuna, arriva l’effetto contrario: nel momento in cui suoniamo rimangono tutti a bocca aperta. Ma può parlarne meglio Giorgia, visto che lei e Margherita in quanto basso e batteria, sono quelle accolte con più pregiudizi».

Giorgia: «Per fortuna non c’è mai stata una vera discriminazione, ci trattano tutti bene. Paradossalmente, al contrario si comportano anche meglio di come farebbero con gli uomini, son tutti carini… Anche se a volte sembra una forma di gentilezza che un po’ somiglia alla compassione. Anzi, una cosa interessante che capita è che tutti si offrano di portarci la strumentazione e i pesi: non diciamo di no eh, ma non sanno che siamo abituate a portarci quintali di roba. Ma è una cosa molto carina, non ci lamentiamo, sia chiaro!».

Nadia: «Più che sul fatto di essere donne, in effetti noi avvertiamo molto pregiudizio riguardo al genere di musica che facciamo».

Che è in effetti un genere particolare. È fresco, elegante e divertente insieme, con sonorità retrò rivisitate in chiave contemporanea. C’è dentro jazz e swing e r’n’b e pop. Avete una forte identità, tutta vostra.

Gianluca: «Il che è un’arma a doppio taglio. Ipoteticamente, siamo difficili da piazzare nel mercato musicale, perché non è quello che sta andando adesso. Da un lato può andare bene, dopotutto chi ha scritto la storia della musica non l’ha fatto facendo quello che già andava in quel momento. D’altra parte fare il salto, soprattutto in una fase in cui hai bisogno di importi sulle scene, è molto difficile. Ascoltando le playlist su Spotify e simili, difficilmente riusciamo a trovare qualcuno che ci assomigli. Quando ci chiedono cosa facciamo noi rispondiamo “pop” che significa tutto e niente, perché non sappiamo come poterci definire in un altro modo».

Nadia: «Non siamo rock, non siamo hip hop, non siamo cantautorali, non facciamo pop commerciale. Se penso agli artisti internazionali a cui ci piacerebbe essere accostati, direi George Ezra, che ha uno stile che sentiamo vicino al nostro, al di là delle canzoni anche nel modo di comunicare. Ma quello che mi chiedo è: se a me piace la musica jazz, Beyoncé, Lady Gaga, il rock e lo swing, perché non posso essere libera di prendere tutto e farne qualcosa di mio? Però nel momento in cui vieni a chiamato a suonare in un locale o un festival dove le serate vengono organizzate a tematiche, faticano a inserirci. Noi in generale odiamo gli stereotipi: tra l’altro, uno degli aspetti su cui spingiamo nella nostra musica è anche la libertà di essere omosessuali e liberi di dirlo, non ci piace la questione del doversi incasellare, tutti dobbiamo essere liberi di essere. Ma dal punto di vista del genere musicale a volte si rivela un problema, più per gli altri che per noi. Per noi, se vuoi sapere che musica facciamo vieni e ascoltaci.

A proposito di influenze, quali sono quelle di ognuno? Nella vostra musica si sente che ci sono anime diverse che pure trovano un accordo.

Gianluca: «Iniziamo dall’assente Margherita, che è la più giovane, del ‘92. Lei è quella con i gusti più moderni, quella che ascolta più musica Italiana contemporanea, come Calcutta e Liberato, oltre a musica elettronica. Ha però una formazione più classica perché è cresciuta col classic rock, come Led Zeppelin e Pink Floyd».

Nadia: «Io sono del ’91, e sono la peggiore. Ascolto tantissima musica jazz (grazie alla base che mi ha dato la mia insegnante di canto), soul, R’N’B, gospel… tutta roba vecchia. Anche se ci provo non ce la faccio ad ascoltare musica contemporanea, soprattutto quella italiana. Trovo più facile trovare riferimenti attuali tra i big della musica pop estera».

Gianluca: «Io sono del ’90, mio papà da piccolo mi faceva ascoltare i Beatles e Beach Boys, e crescendo quelle sonorità anni ’50 e 60, e lo swing e il jazz, mi sono rimaste. Poi, sono cresciuto con l’indie e il brit pop dei primi 2000. I contemporanei che mi piacciono in qualche modo richiamano a una dimensione passata ma adattata al presente, che è quello che cerchiamo di fare noi con la nostra musica. I miei preferiti in particolare sono Jack White, perché amo molto il blues e roots e lui ha recuperato tutta una tradizione e l’ha resa contemporanea, poi Arctic Monkeys, e ora i 1975».

Giorgia: «Anche io sono del ’91, e grazie ai miei ho ascoltato tanta musica degli anni ’70 e ’80, da David Bowie a Peter Gabriel a Prince. Quando ho iniziato a scegliere io sono andata più sugli anni ’90 e mi sono fermata lì, soprattutto su No Doubt, Alanis Morissette, Incubus, Queens of the Stone Age. Di pop star contemporanee, oltre a quelle già nominate, ci metto anche Pharrell. Di italiano ovviamente i Subsonica che sono nel cuore di tutti noi quattro, e sono forse il gruppo più bravo da vivo in Italia».

Nadia: «Insomma, se seguissimo tutti un unico genere faremmo solo quello, invece così ne esce fuori qualcosa di diverso, che sono i Twee».

A proposito: perché Twee? Come nasce il vostro nome?

Nadia: «Cercavamo una parola che non fosse associata a nulla. Al tempo eravamo due ragazzi e tre ragazze, così abbiamo scelto Twee come unione di Two e Three pensando di averla inventata noi. Poi abbiamo scoperto che esisteva già e abbiamo avuto un’illuminazione, perché è una corrente culturale che ci rappresenta in pieno. Il Twee Pop è un movimento degli anni ’80, un po’ la contrapposizione al sesso droga & rock’n’roll, ovvero l’idea che ci si possa divertire con altre modalità. Nel nostro caso, l’esempio più emblematico è quando andiamo a scrivere le canzoni a Mango nelle Langhe, dove la nonna di Margherita ha una casa: la classica cascina di campagna dove stiamo insieme, mangiamo, beviamo vino buono, facciamo musica e ci divertiamo. Non dobbiamo andare per locali per divertirci, stiamo anche bene insieme a guardare un film a casa tra amici». 

Come vi siete conosciuti?

Giorgia: «Io e Margherita ci conosciamo dal liceo e già allora ci eravamo dette di fare una rock band tutta al femminile. Poi all’università, io ho fatto l’accademia delle belle arti con Gianluca e abbiamo pensato che un uomo nel gruppo non sarebbe stato male. In contemporanea si è aggiunta Nadia, nel 2011. Abbiamo poi iniziato a suonare insieme davvero nel 2013, nella formazione a cinque».

Riuscite a vivere facendo musica?

Gianluca: «Nel periodo in cui suoniamo, viviamo di quello. Quando non si suona, ci arrangiamo perché non si guadagna ancora abbastanza da stare tranquilli».

Nadia: «C’è chi gestisce un airbnb, chi va a fare vendemmie, chi aiuta i genitori in una tabaccheria, facciamo inventari nei supermercati di notte… tutti lavori che possono essere fatti ad incastro e aiutarci a tenere come progetto principale la musica e intanto mantenerci, perché viviamo tutti e quattro da soli, condividendo due case. Abbiamo comunque la grande fortuna di avere delle famiglie che non ci dicono ci supportano e sono i nostri primi fan. Questo serve tanto, soprattutto per l’umore. Perché materialmente ce la caviamo da soli, ma il sostegno morale serve tanto, qualcuno che ti dica “Vai, credo in te, cerca di inseguire il tuo sogno” è importante».

A proposito, se si sogna, si sogna in grande. Qual è la vostra massima aspirazione?

Gianluca: «Beh, vorremmo arrivare ai Grammy e Giorgia sa già il discorso che vorrebbe fare».

Giorgia: «Sicuramente vorremmo andare all’estero. Non è che sia l’unico obiettivo, si potrebbe anche essere molto soddisfatti semplicemente suonando tanto e piacendo alla gente e facendola divertire, ma un premio del genere sarebbe il massimo della certificazione. Il mio sogno personale è andare a ritirarlo e dire solo “Tiè!” rivolto a quelli che non hanno creduto fino in fondo».

Gianluca: «Che poi per fortuna non sono stati tanti. Si leggono le biografie dei personaggi che ora sono multimilionari e multiplatino e che prima di diventare quello che sono hanno ricevuto un sacco di porte in faccia. Combattiamo contro i pregiudizi, ma a noi per fortuna, per ora, non è ancora successo».

A proposito di obiettivi italiani, avete avuto esperienza con Sanremo?

Nadia: «Abbiamo fatto Area Sanremo tre anni fa per idea del nostro produttore. Nel mondo dell’industria musicale, tutti cercano di prendere i progetti italiani e spingerli a cantare in italiano pensando che sia più facile avere mercato. Noi abbiamo provato portando una canzone non nostra proprio perché scriviamo solo in inglese. All’ultima prova si portavano due brani, quello per Sanremo e uno a scelta, che per noi era Every Week. Quando abbiamo finito, ci hanno detto che era chiaro che noi fossimo quello. Scesi dal palco, ci ha avvicinato una gente chiedendoci se volevamo partecipare a un talent.

A cui avete detto di no, ma ci pensereste ora?

Nadia: «Non diciamo no a prescindere, però nei talent show ci sono pro e contro, e i contro sono molto pericolosi. Se per qualche motivo l’esperienza non va bene, è difficile far rialzare un progetto che è stato cassato in quel contesto. Abbiamo investito così tante energie e ci crediamo talmente tanto che non ci sentiremmo di mettere a rischio il progetto Twee con tanta leggerezza».

Gianluca: «Per fortuna adesso abbiamo possibilità e si stanno aprendo strade, abbiamo il secondo disco in uscita e non abbiamo ancora iniziato a promuoverlo».

Cosa c’è nel futuro prossimo oltre la serata all’Hiroshima?

Gianluca: «È tutto in definizione. Speriamo di girare il più possibile perché abbiamo sempre puntato sul live per farci conoscere. In un momento in cui tutti lo fanno tramite i social, noi funzioniamo meglio alla vecchia maniera, andare in giro a suonare e contare sul passaparola».

A Torino siete già ben seguiti, il concerto all’Hiroshima è già sold out. Cosa deve aspettarsi chi non vi conosce e viene a sentirvi per la prima volta?

Nadia: «Di divertirsi!»

Giorgia: «Di prendersi del Polase prima di uscire, perché con noi si suda tanto. La nostra musica fa ballare tanto, è divertimento e movimento, un nostro concerto è sempre una festa. E anche di trovare l’anima gemella! In tanti ci hanno detto di essersi fidanzati a un nostro live, evidentemente portiamo fortuna».

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