Nicola Bremer, quando il teatro diventa una serie. L'intervista - Torino

Nicola Bremer, quando il teatro diventa una serie. L'intervista

Teatro Torino Martedì 26 marzo 2019

Torino - 30 anni tondi, una biografia e un curriculum che fanno del cosmopolitismo la chiave di lettura, e poi il teatro, internet e le serie tv. Nicola Bremer, giovane regista teatrale formatosi al Dams di Torino, è una personalità trascinante, in perenne ricerca di stimoli dalla realtà che lo circonda, entusiasta del proprio lavoro e dalla creatività prolifica che lo sostiene. Da Dresda, dove si trova attualmente, è stato inviato nel marzo 2019 a Torino per un seminario universitario che ha tenuto insieme a Federica Mazzocchi, docente del Dams, dal titolo esplicito: Grandi classici o storie su Instagram? Scrivere per il teatro ai tempi dei social media. Un tema che ben si lega alle esperienze di Bremer come autore e regista in giro per l’Europa. Di mamma svizzera e padre tedesco, Nicola è cresciuto in Umbria e ha poi deciso di spostarsi al nord per l’Università. Sempre più a nord, perché dopo la laurea al Dams di Torino si è spostato tra la Scandinavia e la Germania lavorando con varie compagnie per diverse esperienze, una delle ultime è proprio la serie teatrale ormai cult Selfies einer Utopie, che oggi è in scena in diversi teatri stabili tedeschi

«Quando sono andato a Torino sapevo di voler studiare anche cose teoriche – racconta – non era ancora chiaro cosa volessi fare. Sono cresciuto in un paesino in Umbria, prima di Torino non ero mai stato a teatro in vita mia, solo a vedere l’opera a Monaco quando andavo a trovare mia nonna. Però fin da piccolo ho sempre scritto molto, volevo fare lo scrittore, e da adolescente scrivevo cortometraggi. Insomma, ero molto attivo». Una creatività incontenibile che, con il Festival Prospettiva di Torino, ha iniziato a incanalarsi verso il teatro: «vedevo spettacoli pazzeschi – è il ricordo entusiasta di Nicola – cose con otto schermi in scena,  attori che parlavano tutti insieme. Lì ho conosciuto René Pollesh, autore e regista tedesco famosissimo che io non avevo mai sentito, e per lui traducevo dal tedesco. Io parlo con tutti, con Pollesh siamo rimasti in contatto, mi invitò poi dopo a fare l’assistente alla regia per un suo spettacolo a Dresda, in uno dei teatri più grandi della Germania».

Nemmeno laureato, e già iniziavano le sue esperienze in giro per l’Europa. Dopo la collaborazione con Pollesh, ispirazione anche per la tesi, Nicola Bremer ha infatti conosciuto il futuro direttore artistico del Teatro Stabile di Dresda ricevendo l’invito per un anno intero a fargli da assistente alla regia. Da lì, la strada si è aperta verso una carriera come autore e regista. Tutto è nato però da Torino, da incontri e intrecci di persone: «all’epoca esisteva il festival Prospettiva, del Teatro Stabile – ricorda Bremer – è stato grazie a quello che ho conosciuto molte persone, e poi Rigenerazione, con le compagnie piemontesi, un festival per il quale mi avevano chiesto di partecipare alla giuria dei giovani. È stato lì che ho conosciuto Gabriele Vacis. Gli altri erano timidi, serviva qualcuno che dicesse “buonasera, lo spettacolo dura 5 minuti”, e mi sono proposto aggiungendo il fatto che dicevo il mio nome, una cosa che faceva ridere». Un siparietto ironico, tanto però per far entrare il giovane promettente regista nella compagnia di Vacis, in cerca di un non attore per un lavoro sulle relazioni tra padri e figli. Dopo il casting, due anni di tournée nei Rusteghi, con Natalino Balasso: «anni impegnativi – spiega Bremer – ma lì ho capito che non volevo fare l’attore, e insieme ho scoperto tante altre cose. Non è stato facile tenere insieme anche l’università, ma sono stati anni super!».

A conferma che a volte le occasioni capitano quasi per caso, tra una stretta di mano e l’altra, Nicola ha lavorato anche alla Biennale di Venezia, dove ha conosciuto l’italo svedese Gemma Carbone, un nuovo snodo per la carriera futura del giovane regista, che racconta: «mi confessò di voler portare in scena uno spettacolo di fantascienza da Isaac Asimov, ma era difficile perché erano tutte trame complesse e corpose. Lei aveva visto un mio spettacolo di quelli portati in giro con gli amici del Dams, era un collage di cose, le era sembrata la via per portare quelle trame infinite in scena, proprio rinunciando alle trame. Tempo dopo mi invitò in Norvegia a un festival che permetteva una sorta di residenza». Altre conoscenze, questa volta con un’attrice musicista di Göteborg, città che Nicola ha iniziato ad alternare alla Norvegia prima di decidere di trasferirsi in Germania continuando a lavorare tra teatro, testi per canzoni e progetti. Fino a Dresda, e alla serie teatrale che ormai dura da tre anni: «è una bomba! – ammette – il prossimo anno continueremo, è un progetto pazzesco, scrivo e faccio la regia in un mese, sono già sette puntate».

Ma come si intreccia la serialità al teatro? Nicola Bremer ne è sicuro, è una questione di dialogo con il presente: «oggi è tutto una serie – dice – sono parte di questa generazione, mi sento più vicino al modo di vedere dei giovani che passano del tempo al telefono: per me è l’unico modo di star vicino a persone lontane che pure fanno parte della mia vita. Anche quando preparo progetti nuovi, lo faccio al telefono, su skype… In questa serie mi interessa la velocità. Ogni mese butto fuori uno spettacolo nuovo per il quale non facciamo nemmeno le prove, ed è incredibile!». Attori in scena senza mai aver letto il testo, sulla base di una spiegazione del regista, e poi si recita: ognuno legge, mentre Nicola, dalla prima fila, alza cartelli con scritte le indicazioni di regia. «Quando alzo il cartello loro alzano la testa – spiega – si divertono molto, non fanno mai cose del genere perché gli spettacoli sono sempre molto provati, stabiliti e fissati. Qui abbiamo una libertà entro una serie di griglie, li stresso tantissimo e in mezzo al testo, per esempio, alzo un cartello con scritto “musica” e loro improvvisano su un tema che segnalo, senza testo, muti e con vestiti improvvisati presi dai magazzini di spettacoli di dieci anni fa. Il pubblico non sa bene cos’è, ma non è importante, li vede divertiti e si rilassa».

Non si tratta di puntate a caso: ogni tappa è ispirata a un tema attuale, la trama risponde di un argomento principale e poi si intreccia a satira politica, pensieri dell’autore, mashup. «Il pubblico si diverte perché a teatro di solito ascolta delle trame che chissà a quale metafora si riferiscano, ma qui non abbiamo nessuna metafora – fa notare lui – le cose le dico, vado velocissimo, dopo un mese il testo non ci sarà mai più e si sentirà solo quello nuovo. Internet ci ha completamente cambiato la vita: senza offesa, ma i problemi di Amleto… cosa sono per noi oggi? Posso leggerli in biblioteca, ma in questo momento della mia vita preferisco vedere altro in scena. In Germania iniziano a comparire delle tendenze, tra mashup di classici e cose attuali. Sono interessanti, ma preferisco partire da zero, fare cose nuove evitando quello che mi sembra un teatro museale».

Quello di Nicola Bremer non è solo uno sguardo affondato nell’attualità e nel mondo del digitale e della rete, ma un modo di vivere a cavallo tra universi culturali che spesso si contrappongono. Il sistema teatrale tra Italia e Germania è infatti profondamente diverso, come illustra lui, che attualmente vive in Germania ma non esclude di poter tornare in Italia, se in futuro si presenteranno occasioni meritevoli. «Ci sono differenze enormi – fa notare paragonando i due sistemi – in Germania si lavori con ingaggi fissi per tempi lunghi alla presenza del dramatug, una sorta di figura di accompagnamento con un certo potere di controllo. In Italia fai il tuo spettacolo con i tuoi attori, si gioca più in casa, non ci sono figure che potrebbero controllarti, il dramaturg se lo traduciamo qui è colui che scrive i testi. E poi in Italia c’è il problema che si lavora poco, in Germania è l’opposto. Io mi trovo a cavallo, con la serie ho cercato di reagire anche a questa condizione di stress di persone che lavorano troppo: ho pensato a un atto rivoluzionario, non fare le prove. Ma come posso fare una cosa senza prove se scrivo i testi? Evidentemente le idee vengono se sai dove cercarle».

Tra i riferimenti di Nicola restano Gabriele Vacis, ma anche Pollesh, e poi tutto ciò che non è teatro, come per esempio Kenneth Goldsmith, autore di Perdere tempo su internet, la cui ipotesi è che, in un’epoca di piena disponibilità di tutti i testi, non sia necessario scrivere cose nuove, ma usare quel che c’è già. Collage, velocità, internet: su questi binari procede l’attività del giovane regista, che ha in programma diversi progetti per i prossimi mesi. In Norvegia porterà una performance di strada sulla falsariga della Carmen con due breackdancer, per un remix che, al posto della corrida, prevede una battaglia a suon di rap, in cui sarà coinvolto anche il pubblico. Intanto sono già iniziati i lavori per uno spettacolo che andrà in scena a Dresda e sarà tratto da un romanzo di fantascienza distopico, un progetto che vedrà coinvolti anche schermi e proiezioni. E poi c’è un progetto scritto con un amico programmatore informatico, un testo frutto di un dialogo tra chatbot ma recitato da attori veri. The day a computer wrote a play, questo il titolo di un lavoro che ha come obiettivo l’interrogarsi sull’essere umani e sulla libertà dell’autore teatrale e, insieme, dell’attore sul palco. «Queste sono le cose che mi stanno appassionando – conferma Bremer - Aspetto di vedere cosa succederà: per fortuna sono sempre successe un sacco di cose!».

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