Concerti Torino Domenica 10 marzo 2019

I Nuovi studi: il «jazz sul confine» di Emanuele Sartoris

Torino - Si possono sintetizzare musica classica e jazz? E se sì, come? Sembra rispondere a questi quesiti il nuovo disco in piano solo del jazzista torinese Emanuele Sartoris, in ideale continuità con quella proposta che, nel 1957, fece parlare il compositore Gunther Schuller di third stream, terza corrente. Stare sul confine tra ambiti musicali differenti e giocare sulla soglia di classico e jazz è infatti quel che il nuovo album, uscito nel novembre 2018, sembra voler proporre. I nuovi studi, questo il titolo, che riprendere una nomenclatura tipica della classicità per mettersi alla prova e ricavare nuovi spazi di improvvisazione, che è poi l’essenza del jazz.

Pianista e compositore da sempre “dalla parte del jazz”, Emanuele non è al primo lavoro discografico: I nuovi studi arriva infatti dopo Here & Now, con The Essence Quartet, e I suoni del male, con il contrabbassista Marco Bellafiore. Dal 2017 inoltre con il quartetto Night Dreamers (Simone Garino: Sax contralto / soprano, Dario Scopesi: Contrabbasso, Antonio Stizzoli: Batteria) è il pianista della resident band di Nessun Dorma, programma tv musicale condotto da Massimo Bernardini in onda su Rai 5. Non stupisce: Emanuele suona il pianoforte fin da piccolo, la sua passione per il blues è approdata poi al jazz e si è solidificata con il diploma al Conservatorio di Torino con Dado Moroni, arrivando alla Laurea in Composizione e Orchestrazione Jazz sotto la guida di Furio Di Castri e Giampaolo Casati.

Eppure I nuovi studi è un titolo che richiama la musica classica: studio è infatti una breve composizione con finalità didattiche, solitamente usata per esercitare particolari aspetti tecnici, come spiega lo stesso Emanuele: «nella musica classica gli studi sono il meglio che ti può capitare a livello tecnico, sono insieme il riassunto di un sistema e una nuova difficoltà che viene analizzata. Per esempio Chopin e Liszt erano fortissimi negli studi: li hanno messi al centro per osservare cose nuove, per “mettere le dita in difficoltà”, si tratta di studi tecnici a tutti gli effetti, ma sempre assoggettati al bello e non fini a sé».

Brani di grande bellezza, anche se concepiti come studi con determinate difficoltà, ma sempre brani scritti. Come reagisce un jazzista alla musica scritta? «Come musicista di jazz ho dovuto inserire un elemento di novità e improvvisazione – spiega Emanuele descrivendo il suo album – utilizzo la stessa tecnica del brano scritto, la dichiaro durante il tema come se fosse uno standard e poi, dopo, inizio a improvvisarci sopra. Quella è esattamente la novità che fino a oggi nella storia della musica per pianoforte e in generale nel sistema dello studio nessuno aveva mai fatto, ecco perché parlo di novità. Sulla stessa struttura propongo di improvvisare, uso questo stesso sistema per ogni brano, e ogni pezzo ha una difficoltà differente, per esempio in uno lavoro con il tempo, in un altro con le ritmiche, con la bellezza del tocco. Uno dei più duri è il primo, uno studio sulla leggerezza che, in contraddizione con il nome, è difficilissimo».

In ogni studio una difficoltà, una tematica per introdurre un elemento nuovo, e poi del jazz, nascosto tra improvvisazioni e linguaggi. Ecco allora la nota di copertina di Carla Moreni: «Se fosse ancora vivo, Gunther Schuller, uno dei giganti del jazz americano nella seconda metà del Novecento, prenderebbe subito sotto la propria ala questa raccolta di Emanuele Sartoris. Felice di ritrovare un giovane compositore italiano così perfettamente allineato a quel concetto di Third Stream».

A un ascoltatore attento non sfuggirà l’esplicito richiamo al jazz nell’ultimo brano Comrade Conrad, citazione di Bill Evans: «è il mio retaggio – prosegue Sartoris – non è un pezzo casuale, per me è uno studio realizzato da Bill Evans. Di solito nel jazz c’è il tema standard, l’assolo, e poi segue la riproposizione tematica. Cosa fa invece lui? Propone il tema e poi lo affronta in tutte le dodici tonalità, una sorta di ciclo, e suona e improvvisa in tempi diversi. Se impari a gestire quel brano, impari a gestire tutte le strutture possibili degli standard del jazz. L’ho messo apposta alla fine: è uno dei pezzi che più mi ha colpito del repertorio jazzistico».

I nuovi studi, insomma, cavalcano la visione allargata del confine, è lì che si colloca Emanuele Sartoris: «mi piace giocare con entrami i ruoli – ammette – non sono un musicista classico, l’idea di non poter sbagliare e dover suonare quello che c’è scritto e basta mi mette sempre ansia. Nel disco ci sono tre studi reali, suonati come sono scritti, ma preceduti da tre preludi completamente improvvisati dove cito dei temi che poi torneranno. È un po’ il mio modo per giocare e stare al confine: suonerò il brano come è scritto, ma prima ci gioco».

E sul confine si collocano anche alcune collaborazioni e progetti di Emanuele, per esempio quello con Massimiliano Génot: «lui fa il contrario di me – scherza Sartoris – Massimiliano, musicista classico, è obbligato ad andare al confine con il jazz e improvvisare, io faccio il contrario: è divertente vedermi in ordine intento a suonare pezzi scritti! La terza strada mi diverte molto. Anche in quartetto il mio ruolo è disintegrare, non cerco mai di rifarmi a nessuna corrente e ho una personalità molto forte a livello solistico: non mi piace stare nel solco del Bebop, anche se lo conosco bene, nemmeno nel jazz mainstream, preferisco avere una mia personalità e gli studi e le cose che propongo sono il mio modo di vedere le cose».

Martedì 12 marzo Emanuele presenterà I Nuovi Studi al Jazz Club di Torino: cosa ci si dovrà aspettare dal live di un album del genere? «Ci sarà molta improvvisazione – assicura lui – eseguirò i primi cinque studi così come sono proposti nel disco, ma con tanta improvvisazione. Credo mi concederò della libertà in più, è un gioco che mi diverte, e poi vedrò, forse ci saranno sorprese, magari riproporrò qualche pezzo di classica, cadrò in tentazione ma sempre prescindendo da cose improvvisate. Insomma, starò al confine!».

Nel futuro di Emanuele Sartoris non ci sono solo I nuovi studi, ma partecipazioni al jazz festival che andranno a riempire la primavera musicale piemontese, dall’Ivrea Jazz Festival al Torino Jazz Festival, dove sul palco arriverà un album omaggio all’automobile, altra grande passione del musicista.

«Non ho una formazione preferita – racconta di sé – mi piace fare tutto: mi diverto tantissimo in quartetto, ma anche in piano solo e in due. Certo, in piano solo ho molta più libertà, mentre in quartetto esiste una serie di schemi e spazi dove ogni volta mi diverto a ritagliarmi spazio. Quando suoniamo sappiamo tutti benissimo quali sono i nostri spazi, e il desiderio di tutti è suonare sempre nella maniera più libera e spontanea possibile: tutti cerchiamo di metterci a proprio agio e preparare il terreno. Quello che non smetto di cercare è avere della libertà, poter far emergere le mie idee».

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