Mostre Torino Giovedì 7 marzo 2019

Solo da bambini: la mostra alla Fondazione Merz, tra infanzia, ricordi e viaggi

Torino - I ricordi, l’infanzia e la giovinezza trasformati da esperienza personale e elemento universale sono il trait d’union di Solo da bambini, la collettiva di Lina Fucà, Daniele Gaglianone e Paolo Leonardo in mostra alla Fondazione Merz a Torino. Il progetto a cura di Maria Centonze, ospitato nello spazio espositivo di via Limone 24, unisce video, installazioni, quadri e fotografie, e si sviluppa su tre percorsi narrativi che si intersecano in produzioni individuali.

«La mostra è l’incontro tra una dimensione intima e personale che è però comune a tutte le persone», racconta Gaglianone. Da una parte il fulcro è l’infanzia come momento di esperienze determinanti per il futuro dell’individuo e dove risiedono i ricordi fondamentali che costruiscono le personalità di ognuno. Dall’altra, si trova in tutte le opere una narrazione di viaggi e migrazioni, che siano in Italia o da altre parti del mondo. 

 Punto della partenza di Solo da bambini è Il viaggio a Cuba del 2016 che Fucà e Gaglianone (che sono anche compagni di vita) hanno fatto con i loro due figli, commissionato dalla fondazione Merz e durato circa un mese. La mostra si apre infatti con il video girato dal regista e sceneggiatore Gaglianone a L’Avana, con vari spezzoni in cui si vedono i bambini (all’epoca di 6 e 10 anni) interagire con il territorio: l’idea è mostrare la realtà cubana attraverso i loro occhi. «Mi interessava raccontare in modo non turistico né da filmino familiare la mia visione della loro esperienza in quello spazio – racconta Gaglianone – mentre giravo ho pensato allo sguardo con cui si sarebbero rivisti da grandi, cercando di immaginare queste immagini nella loro testa tra trent’anni. È stato un tentativo di cogliere sia il loro presente sia una prospettiva di memoria».

Al centro dell’allestimento si trova l’imponente opera collettiva Lo stesso giro nello stesso mondo, che richiama la filosofia di arte povera alla base del lavoro di Mario Merz: si tratta di una giostra costruita con materiali in ferro di scarto, una sorta di archetipo dell’infanzia, realizzata con il coinvolgimento di tre richiedenti asilo che si trovano a Torino, Chelou, Zacaria e Kalamabani. «Avevamo l’idea di un lavoro collettivo che coinvolgesse l’infanzia anche di altri – spiega Gaglianone – L’idea è partita da Lina, che ha conosciuto tre ragazzi che incontrava con i loro carretti per la raccolta del ferro. Usando i materiali che recuperano e riciclano, abbiamo chiesto loro di costruire insieme a noi una giostra, perché la giostra insieme all’altalena è un oggetto che appartiene all’infanzia di tutte le culture. È stato un lavoro di assemblaggio fatto da adulti costretti a riflettere su un oggetto che richiama a quando si era bambini».

Il viaggio cubano è anche alla base dell’installazione Non bastano un milione di passi, dove si incrociano fotografia, performance e tessitura. L’opera è composta da un complesso reticolo composto da un lungo filo di juta, cucito col punto catenella. Il filo è stato ricavato da sacchi recuperati a Cuba e poi lavorati all’uncinetto da Fucà e dalle sue amiche e collaboratrici. «Noi quattro siamo arrivati a L’Avana portando macchinette fotografiche usa e getta e contapassi – racconta Fucà – e per tutto il mese li abbiamo indossati conteggiando i nostri passi, che alla fine superavano il milione. Li ho poi interpretati portando da là dei sacchi di juta che ho disfatto e quindi intrecciato con l’aiuto di tante persone. Ho fatto corrispondere ad ogni passo fatto da noi un punto catenella. In esposizione c’è anche un pesante gomitolo col filo avanzato. Il filo è lunghissimo non solo in metri, ma anche in memorie e lavoro».

L’altra parte dell’installazione è composta da foto estremamente personali di autoctonia: sono il risultato dell’altro elemento portato da Torino, le fotocamere: «Ho dato le macchine fotografiche a persone che ho conosciuto sul posto e che mi sono piaciute, chiedendo loro di raccontarmi la loro Cuba con i loro occhi. Tornati a Torino, è stato commovente sviluppare i rullini, con immagini che mostrano un’intimità molto forte che difficilmente avrei potuto rendere allo stesso modo».

Si torna a Torino con la serie pittorica Altri Occhi di Paolo Leonardo. L’artista ha agito recuperando ai mercatini fotografie d’epoca indefinita (tra inizio ‘900 fino e gli anni Sessanta) opera di anonimi, scansionandole in grandi dimensioni e rielaborandole con pittura bianca e nera. Il suo è un intervento di trasfigurazione che rende le immagini estremamente evocative e fuori dal tempo.

Fa parte della sezione anche un video fatto a quattro mani con Gaglianone: qui vengono mostrati, tra gli altri, frammenti dell’infanzia di Leonardo sovrapposti agli stessi luoghi mostrati come sono oggi, in un lavoro che dona al passato un’aria mitica che manca al presente. Tutte opere che sono «Una riflessione sulla memoria», spiega Leonardo: «Con la pittura cerco di portare queste immagini di luoghi che sono esistiti verso una dimensione più onirica – racconta Leonardo – facendo delle foto originali qualcosa di magico e lontano dalla realtà».

Sempre di Leonardo è Archivio Coco’s, opera video dedicata ai proprietari di un ristorante di San Salvario, frutto di una performance fotografica. Leonardo ha fotografato le immagini di cui è tappezzata la trattoria Coco’s e le ha ingrandite in finti manifesti pubblicitari che ha affisso in giro per Torino, dando un’aura pubblica a immagini che fanno parte di una storia familiare.

Chiude la mostra l’opera video Improvviso temporale, di Lina Fucà. «I quattro modelli sono miei studenti – spiega Fucà, che insegna in una scuola secondaria di Torino – l’ho girato senza riferimenti architettonici perché volevo che fossero centrali». Nel video, quattro adolescenti di varia provenienza corrono da fermi, interagiscono tra di loro, e alla fine indossano quattro coperte termiche dorate, quasi mantelli di super eroi o di semidei greci, che da una parte sono un richiamo all’attualità dell’immigrazione, e dall’altra li trasfigura e li mitizza, rappresentando l’universalità della giovinezza.

La mostra alla Fondazione Merz inaugura il 7 marzo ed è aperta fino al 19 maggio.

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